una stanza

immagine presa da internet rielaborata

Aprì la porta e con un gesto automatico cercò l’interruttore della luce, nonostante sapesse che tutto sarebbe rimasto al buio.
Fuori pioveva una pioggia fitta e tenace che aveva fatto scendere la temperatura di parecchi gradi, ma la stanza conservava un calore afoso e innaturale.
L’aria era secca e polverosa e un leggero odore di zucchero bruciato, arrivato da chissà dove, aleggiava ancora tra le pieghe dei teli che nascondevano i mobili.
Si mosse con cautela liquida, in punta di piedi, come fosse la prima volta che entrava in quel luogo e temesse di disturbarne i fantasmi.
Forse era proprio così, perché il silenzio era diventato all’improvviso pesante e sembrava che l’intera stanza stesse trattenendo il fiato per non farsi scoprire.
Continuò ad avanzare a memoria, attento a toccare solo il centro dei riquadri di marmo. Non gli era mai piaciuto pestare le fughe e da bambino temeva si aprisse una voragine improvvisa sotto i piedi, quasi che quelle linee fossero labbra serrate su bocche pronte a spalancarsi per inghiottirlo.
L’antico terrore infantile si era trasformato in una quieta ossessione, che spesso gli procurava sguardi fastidiosi di incredulità e pena cui ormai non faceva più caso.
La sagoma del pianoforte a mezza coda chiudeva il lato ovest della stanza, di fronte alla grande finestra, là dove in tempi lontani la luce del giorno andava a morire e il sole estivo rimaneva immobile per un tempo infinito, per ascoltare fino all’ultima delle note che uscivano dalle imposte aperte.
Sollevò il coperchio di ebano e i tasti gli sorrisero, come i denti ingialliti di un fumatore o le zanne di una belva pronta a mordere. Ne premette uno e ascoltò il riverberare scordato del do sulle superfici impolverate che ne restituirono un’eco incerta.
In quel momento avvertì tutta l’incongruità del suo gesto e l’assurda decisione di ritornare in quella stanza.
Ieri, sembrava fosse trascorsa un’intera stagione nello spazio di poche ore, aveva camminato a lungo nel sole rovente del mezzogiorno, alla ricerca di un calore che per tutto il giorno gli era mancato.
Seguiva sempre lo stesso percorso, le novità lo rendevano insicuro, ma ogni volta piccoli cambiamenti nel paesaggio sapevano sorprenderlo e destare la sua attenzione. Fioriture inaspettate, un campo incolto che improvvisamente trovava arato di fresco, una lepre che masticava trifoglio, le tracce di umanità sporca lasciate da un momento di passione frettolosa, tutto registrava con gli occhi in modo automatico per poi dimenticarlo.
Aveva scelto di percorrere la strada che portava alla vecchia casa diroccata, per vedere il campo di colza in piena fioritura e immergersi nel suo colore giallo brillante. Addossata al portico scrostato marciva una grossa catasta di legna quasi ricoperta da rampicanti, ma la nota stonata in quel paesaggio familiare era stato il barbaglio di un oggetto in movimento.
Si era avvicinato ed era restato a guardare, incredulo, un palloncino ormai mezzo sgonfio, un unicorno dai colori metallici e cangianti che, il filo impigliato in un tronco, danzava a strappi nel vento catturando i raggi del sole.
L’assurdità di quell’oggetto in un luogo abbandonato e tanto lontano dalla città lo aveva dapprima affascinato, poi di colpo terrorizzato al punto che si era voltato a scrutare a lungo le orbite vuote della casa, con la sensazione inquietante di essere osservato.
Si era sentito rifiutato, respinto da un virus inoculato da una mano estranea, ed ora, ritto in piedi nella stanza, provava per la seconda volta la stessa sensazione, come se la sua presenza viva potesse risvegliare le memorie degli oggetti morti che lo circondavano.
Qualcosa di umido colò lungo la guancia. Una, due, tante lacrime, affiorate in sua difesa da chissà quale punto buio della mente, gli sfiguravano il viso come ferite trasparenti.
Un rumore profondo e cadenzato lo riscosse dall’immobilità: era la pendola, ritta nell’angolo buio dietro la porta, o il suo cuore che martellava senza sosta. Ognuno a modo suo teneva conto del tempo passato.
Indietreggiò senza voltare le spalle e, chiusa la porta con due mandate nervose, percorse il lungo corridoio spoglio e poggiò la chiave sulla mensola accanto al portone d’ingresso.
Quando aveva ormai la mano stretta sulla maniglia, lo raggiunse alle spalle il soffio gelido di un suono lontano imprigionato tra i teli della stanza, un sospiro di rabbia e delusione a lungo trattenuto che gli fece tremare le gambe e desiderare di essere per sempre lontano da lì. Al sicuro.

on air Black Sabbath

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Emozionando-mi

Ho questo post in sospeso da un sacco di tempo e non avevo ancora trovato il momento giusto per scrivere.

È lusinghiero e decisamente imbarazzante che ben quattro persone abbiano provato un’emozione in altrettanti miei post, quindi grazie di cuore alla mia carissima Alexandra, a Romolo, alla dolce Margherita e ad Alessia per aver scelto proprio me.

Non dovrebbe essere difficile rispondere ad un tag, ma questo è stato molto complicato per le emozioni contrastanti che mi ha procurato.

Questa mattina ho detto ad un amico di blog che preoccuparsi è un lavoro difficile, ma affezionarsi è un impegno ancora più difficile, aggiungo ora.

Io mi innamoro di tutto, mi innamoro delle persone, di come scrivono, di ciò che esprimono con i loro disegni, le canzoni, le fotografie, delle parole che scelgono per descrivere la loro realtà, l’inferno personale o il paradiso che stanno vivendo.

Ognuna di loro ha preso possesso di una parte del mio cuore, della mia memoria, di me.

Le emozioni che provo ogni giorno sono tante, soffro, mi commuovo, sorrido, sono felice di interagire, di chiacchierare, di scambiare anche solo un Eh.

Quando un blog chiude, quando un blogger non scrive per troppo tempo, ne sento la mancanza, rimane come un tarlo, un picchiettare fastidioso sulla spalla, mi domando perchè, cosa sia successo, come starà.

Forse sono solo una vispa Teresa che crede nelle favole e non guarda per terra, inciampando rovinosamente nella prima buca nascosta, però non riesco ad essere diversa, non riesco a non dare fiducia, a non credere a ciò che leggo, a ciò che mi viene trasmesso.

In qualche caso ho fortemente voluto dare un volto, creare un legame più profondo, un contatto diretto e non mi sono pentita, anzi è stato un incontro bellissimo, con persone già conosciute negli aspetti forse più intimi e delicati, ma al contempo nuove, ancora da scoprire, da cui essere a mia volta scoperta, senza più rete di protezione, senza nick, senza avatar, solo io, la mia buffa faccia, i miei dentoni da coniglio, le unghie mangiate, la timidezza ed il rossore sulla faccia.

Le motivazioni per cui si apre un blog e si scrive possono essere tante, alcune condivisibili, altre forse meno, ma tutte degne di rispetto, perchè io non sono nessuno, non voglio giudicare se sia la solitudine, la voglia di conoscere persone nuove, un’ambizione letteraria o un modo di evadere la routine, la molla che ha spinto un’altra persona a mettersi in gioco.

Quello che posso, anzi devo fare, è leggere con rispetto e attenzione e decidere se restare oppure no, se accompagnare la strada dell’altro o tirarmi indietro.

Finora solo in pochissimi casi ho deciso, molto a malincuore, di andar via ed anche per quei blog nutro ancora affetto, mentre ogni blog in cui ho deciso di restare mi ha emozionato e continua a farlo ogni giorno.

Per questo non voglio e non posso scegliere, farei torto a troppe persone che hanno conquistato la mia stima ed il mio affetto, esprimerei una parzialità che non sento giusta per il mio modo di essere, forse perchè troppo spesso nella vita reale sono stata messa da parte e tendo ad immedesimarmi con chi viene scartato.

Quello che invece posso fare è chiedere, a chiunque leggerà queste righe, di prendere un nome a caso dal proprio blogroll oppure dal mio, se volete, e andare a leggere o a rileggere un post nel giorno che preferite, quello del vostro compleanno, il mese che più odiate, il giorno che è nato vostro figlio o che avete perso vostro padre, non importa quale, tanto sono sicura che vi emozionerete, oh sì che lo farete.

Visto che sono in vena di sincerità e di mettere a nudo, se possibile ancora più del solito, quel poco che ho in testa e nel cuore, io stasera qui ci metto la faccia, così come sono, con i dentoni davanti, i capelli sparati e l’espressione buffa, perchè voi, tutti voi, mi emozionate sempre.

mela

mela desnuda