‘A Maronna t’accumpagna

Chi ha letto il mio flash racconto PsychoNatale avrà forse sorriso per l’assurdità della situazione descritta, solo che non era finzione ma vita vera, ricordi di un tempo passato in cui non potevo scegliere e dovevo subire.

Ora che sono adulta e riesco a proteggermi meglio, non mi importa granché di ciò che pensa la gente e posso dire a testa alta “Io non amo il Natale e non ne faccio mistero”.

La mia famiglia ha sempre raggiunto la pienezza della sua infelicità proprio durante le feste natalizie. Ricordo due sole occasioni in cui il Natale mi ha reso davvero felice.

La prima volta quando è nata la mia sorella più piccola, la mia bambina di Natale che sta cercando la sua strada altrove.

Oggi però voglio raccontare di un altro Natale, che sembra finto tanto è stato perfetto, ma è stato tutto così straordinariamente vero da sembrare una favola della buonanotte.

Avevo undici anni e un giorno arrivò una lettera dalla madre di mio zio P, acquisito ma mio padrino e quasi un secondo padre per me, nonostante fosse una persona tutt’altro che perfetta.
Era sua mamma, che io chiamavo nonna, anche se non ci legava nessuna parentela.

Ricordo che era appena iniziata la scuola, ma nella lettera c’era una richiesta riguardante il Natale di quell’anno. I “nonni” avrebbero festeggiato 50 anni di matrimonio e volevano che il figlio trascorresse con loro le feste, anziché andare a trovarli in estate, com’era sua abitudine.

Mi domandai perché non avesse semplicemente telefonato, invece di mandare quella lettera scritta con calligrafia incerta e un po’ antiquata, ma solo molto più tardi ho capito che le cose davvero importanti bisogna scriverle, non basta affidarle solo ad un brandello di fiato, bisogna metterci cura, amore e tempo perchè vengano bene.

Fu deciso che zio avrebbe passato le feste con la sua famiglia ed io, la nipote più grande, lo avrei accompagnato. Partimmo appena iniziate le vacanze natalizie con la prospettiva di rientrare il giorno dell’Epifania.

Del viaggio notturno ho impressioni vaghe, l’autostrada, deserta in quelle ore buie, che si snodava interminabile, una trattoria per camionisti alle porte di Roma, un enorme panino al prosciutto, le merit rosse che zio fumava una dietro l’altra, in barba ad ogni scrupolo di fumo passivo, la musica che proveniva dal mangiacassette dell’Alfa amaranto, un misto di Fausto Papetti, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla e Pino Daniele.

Alle prime luci dell’alba ricordo la portiera che si apre, l’abbraccio di nonna – Maronn’ comm’ ti si fatt grann! – una tazza fumante di caffellatte con biscotti fatti in casa, il calore di quella piccola donna amorevole, che mi sembrava tanto vecchia.

Furono giorni meravigliosi, davvero l’ospitalità del sud è una cosa unica, sconcertante e magica per una nordista come me, poco abituata a quelle che, in casa mia, venivano definite “smancerie”.

Ricordo i nipoti di zio, Peppe di tredici anni, Luca, suo fratello di dodici, Carmelina, la cocca di papà, una bambola di nove anni, che mi fecero compagnia in quei pomeriggi di vacanza.

Peppe si innamorò di me, lo capii solo una volta tornata a casa, aprendo il libro che mi aveva regalato in modo solenne, tutto rosso e impacciato dalle prese in giro di Luca, una faccia da schiaffi terribile ma così divertente, e dalle risatine di Carmelina.

Lo scoprii leggendo la lettera d’amore che aveva infilato tra le pagine del libro, piena di un sentimento puro e incontaminato, come solo un ragazzino acerbo può provare per il primo amore.

Ho ancora quel libro, ho fatto un segno nel punto esatto in cui stava la lettera, finita in briciole dopo averla letta così tante volte da consumarne la carta, di cui conservo ancora l’incipit a memoria “Quando leggerai questa lettera saremo lontani, ma sono innamorato di te da quando ti ho vista”.

Ricordo le tombolate, il mercante in fiera, il profumo del caffè che nonna tostava sul fornello con un vecchio trabiccolo, i sottoli e i salumi appesi a stagionare in cantina, pranzi pantagruelici in cui nulla poteva essere rifiutato – mangia se no mi piglio collera! – la corona di struffoli da sgranocchiare con le dita appiccicose di miele, i roccocò, con il loro sentore di garofano e anice, la frutta secca, gli agrumi.

Che spettacolo il presepe di nonna! Io un presepe così non l’avevo mai visto prima, grande, con l’acqua che scorreva, la carta blu a stelline, forata per far passare la luce delle candele, i pastori con i panciotti di lana fatti a maglia da nonna, una gioia, una pura gioia per gli occhi di tutti e un orgoglio immenso per lei, che ogni anno si improvvisava ingegnere per crearlo.

Quella fu anche la prima volta che vidi un uomo armato, il proprietario della palazzina di nonna, che girava con una pistola nella cintura dei pantaloni e che anni dopo fu trovato ammazzato in un’auto, durante una guerra tra gruppi di camorra che insanguinò quel paese del casertano e fece molte vittime.

Avrei ancora tanti ricordi di cui parlare, la reggia di Caserta, il mercato di Forcella, dove comprai un paio di ballerine meravigliose di vernice rosa, la messa di mezzanotte, i botti sparati a S. Silvestro che illuminavano a giorno la strada, la passeggiata con Peppe, solo io e lui, ma non dovevano esserci anche i suoi fratelli?? Benedetta ingenuità!

C’è un ricordo però che sovrasta tutti gli altri e bussa piano piano per uscire.

Ho sempre amato cucinare, ho iniziato da piccolissima, sotto l’occhio attento della mia adorata nonna materna, così come amo collezionare ricette, che trascrivo su quaderni fitti di annotazioni a margine.

Quel pomeriggio eravamo sole, io e nonna, nella cucina che profumava di rosmarino e salvia, messi a spandere il loro aroma sulla stufa per tenere lontane ‘e vecchie.

Di tutte le prelibatezze che avevo assaggiato in quei giorni, una più di tutte le altre mi aveva ingolosito, la pizza di scarola, perciò chiesi a nonna se poteva darmi la ricetta, che volevo scrivere sul mio quaderno personale.

Nonna mi accarezzò la testa poi disse – mantieni! – porgendomi il lavoro a maglia che stava facendo, quei calzettoni sono ancora con me sai nonna?, si alzò per cercare un foglio di carta a quadretti e una matita e iniziò a dettare la sua ricetta, dopo avermi fatto promettere di tenerla segreta.

Io facevo domande su dosi, pesi, grammi, tempi di cottura, precisina com’ero già allora, a cui nonna rispose con una frase che ho impressa nella mente – Figlia mia, per cucinare ci vuole questo – toccandosi il cuore – devi fidarti della tua sensibilità, non della bilancia, e ricorda che un poco di sugna non ha mai fatto male a nisciuno!

Stamattina mi sono alzata presto, ho cercato quel foglio ingiallito nel mio quaderno, ho preparato la pasta che dovrà lievitare con calma e sto facendo cuocere il suo meraviglioso ripieno. La pizza dovrà riposare dopo la cottura, la mangeremo domani per sentire meglio tutti i suoi sapori, come ti sei tanto raccomandata, nonna.

Mi dispiace, mi dispiace tanto di non averti più cercato dopo il brutale divorzio degli zii, mi dispiace di essere stata così noncurante ed egoista, ti chiedo perdono, ero solo una bambina sciocca ed immatura.

Spero tu sia contenta di come continuo ad onorare la tua memoria con la tua meravigliosa ricetta, che tutti mi invidiano ma nessuno avrà mai, è un segreto che ho promesso di mantenere.

Ti saluto nonna come hai salutato me quella mattina presto prima della partenza – Figlia mia ti benedico, ‘a Maronna t’accumpagna

nonnaE con questo post per Natale siamo appost’!!

Non vi aspettate altro da me, tranne che mi piacete tutti un bel po’ ❤

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Odor di cannella

Ho sempre avuto una sensibilità particolare per gli odori, l’olfatto è il mio senso preferito, perchè mi permette di scavare nei ricordi molto più efficacemente della vista o dell’udito ma è anche la mia maledizione, perchè basta un odore troppo intenso o sgradevole per scaternarmi una violenta emicrania, quasi un rigetto.

Annuso per ricordare.

Annuso, chiudo gli occhi ed ecco arrivare le immagini e le emozioni dimenticate.

Il profumo di mamma, ancora presente in qualche vecchio foulard, l’odore dolciastro della terribile colonia dopobarba di mio padre, l’odore di cucina, denso ed incredibilmente complesso, che impregnava il gembiule di nonna sono tutti lì per me, fantasmi del passato impalpabili nell’aria.

L’odore di verderame dei pomodori appena colti, l’ozono nell’aria dopo un temporale, il buon odore di erba appena tagliata, il salmastro delle alghe sulla spiaggia, quell’odore greve e caliginoso, affumicato e grasso di smog dopo una giornata passata in città e quel particolare profumo di mosto, di fermentazione esplosiva, di lieviti in ebollizione che solo chi abita in terre del vino sa riconoscere ad occhi chiusi.

Sì ad occhi chiusi ma narici aperte, anzi dilatate ad aspirare il profumo dei ricordi.

Nel mio diario di tanti anni fa c’è un’annotazione, scritta il giorno in cui uscii per la prima volta con mio marito, solo poche parole “notte di stelle e il suo odore“.

Per me lì c’è tutto ciò che mi serve per ritornare a quel momento, come per altri bastano le prime note di una melodia per rituffarsi in un momento passato.

Da dove arriva questa sinestesia? Che c’entra la cannella?

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fonte: web

Io adoro il profumo di cannella! Nelle mie torte c’è sempre un pizzico impercettibile di cannella e una punta di pepe bianco, perchè un dolce, per essere veramente indimenticabile, deve essere un po’ pepato, avere un tocco di follia.

Ho un vecchio barattolo di vetro pieno di meravigliosa polvere rossastra, acquistata a peso in un mercatino provenzale da un indiano con gli occhi gentili.

Ogni tanto lo apro per il puro piacere di viaggiare nei ricordi.

Chiudo gli occhi e sono a Bruxelles nel quartiere della Vieux Ville a mangiare speculoos appena sfornati, oppure a Cordoba nel ristorante dei bagni arabi, davanti ad un inquietante piatto di melanzane cioccolato e cannella e ancora un far breton alla cannella in una taverna di Quimper, una birra scura e speziata gironzolando per Anversa, un bicchiere di vino caldo passeggiando sottozero a Firenze.

Oggi si parla di comfort food, quel cibo che riscalda e conforta cuore e anima, ma per me non c’è miglior conforto di riso, castagne e latte con zucchero e cannella, alla prima cucchiaiata vedo le mani della mia nonna adorata che mi porge la scodella e  il suono della sua voce “Ven nein, ven a mangè ch’le caud“.

Ho un libro che amo molto e di tanto in tanto rileggo volentieri, La Bastarda di Istanbul di Elif Shafak.

fonte: clicca l’immagine

Come potrei non amare un libro il cui primo capitolo è intitolato Cannella e l’ultimo Cianuro di potassio?

Non maledire ciò che viene dal cielo. Inclusa la pioggia. Non importa cosa ti precipiti addosso, non importa quanto violento il nubifragio o gelida la grandine: non rifiutare quello che il cielo ti manda.”

Dal modo in cui la guardava, si vedeva subito l’amore. Amore e rispetto e sincronia. Quando lui parlava, lei completava con i gesti, quando lei gesticolava, lui completava con le parole. Erano due individui complicati che sembravano aver raggiunto insieme un’armonia miracolosa.”

 Penso sia arrivato il momento di immergermi di nuovo nei suoi profumi e nella descrizione di una città che mi affascina e che molto presto dovrà essere mia.

 Visto che questo è un post sinestetico, una contaminazione dei sensi della percezione, vi regalo una ricetta, la miglior torta alla cannella che potrete mai assaggiare.

Questo non è un blog di cucina, quindi niente foto meravigliose ed allettanti.

Dovrete lavorare di immaginazione perciò chiudete gli occhi, aspirate il profumo e non vi servirà altro.

Buon viaggio!

Plumcake alla cannella

250 g di farina, 250 g di zucchero, 3 cucchiai di zucchero di canna, 250 ml di latte intero, 125 g di burro, 2 uova, 1 e 1/2 cucchiaio di cannella in polvere, 1 bustina di lievito.

Mettete in una ciotola farina, lievito e un cucchiaio di cannella, mescolate bene, aggiungete le uova sbattute con il latte, lavorando con un cucchiaio di legnoe, infine incorporate a filo il burro fuso.

Versate due terzi del composto in uno stampo da plumcake imburrato e infarinato, spolverate sopra tre cucchiai di zucchero di canna e mezzo cucchiaio di cannella.

Ricoprite con l’impasto restante e infornate a 180° per mezz’ora.

rosa, rosae, rosam

Adoro le rose, non posso fare a meno di annusarne una o accarezzarne i petali, quando passo davanti ad un roseto.

Le rose sono così, opulente, barocche e impertinenti, protagoniste assolute dei giardini, si amano o si odiano ma sanno come attirare l’attenzione degli uomini e degli insetti.

Avete mai osservato un’ape rotolarsi voluttuosamente nel centro di una rosa, ubriaca di profumo e polline? E’ uno spettacolo meraviglioso da fotografare.

La mia adorata nonna mi ha trasmesso la passione per le rose, come quella per la cucina e per i viaggi, oltre ad avermi lasciato tante piante di rose antiche nel suo giardino.

Ogni volta che colgo un bocciolo la sento vicina e ascolto la sua voce. Forse invecchiando sto diventando sentimentale, ma sento di dovere molto a quella piccola donna che mi ha cresciuto con severità e tanta dolcezza.

All’inizio di maggio la community di foodblogger RE-CAKE ha lanciato il cake contest mensile

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quando ho visto che si trattava di una torta all’aroma di rosa ho deciso immediatamente di provarci!

E’ la prima volta che partecipo ad un contest, non sono una pasticcera così brava e mi sono sempre tenuta in disparte, ma questa volta è diverso e dedico la mia “dolce fatica” alla mia adorata nonna e a mio padre, che proprio oggi compirebbe gli anni.

Le rose che ho utilizzato sono quelle del mio giardino, assolutamente biologiche e non trattate.

Erano così belle che mi sono divertita a creare un set fotografico per renderle ancora più protagoniste.

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WHITE ROSE CAKE

(dose per 4 tortine  ∅ 10 cm)

115 gr di farina 00

5 gr di cremor tartaro e 5 gr di bicarbonato

un pizzico di sale

3 chiare d’uovo

110  gr di burro morbido

110 gr + 85 gr di zucchero semolato

30 ml di yogurt intero

30 ml di latte scremato

1 cucchiaio di acqua di rose

estratto di vaniglia

175 gr di Philadelphia

180 ml di panna

marmellata di rose

petali di rosa brinati

La preparazione del dolce è stata laboriosa e divertente!

Il procedimento seguito è quello riportato nel blog di Elisa di Rienzo il fior di cappero. Ho seguito il procedimento della ricetta fedelmente, apportando alcune varianti negli ingredienti.

Ho preparato mezza dose rispetto alla ricetta proposta e ho deciso di creare tortine monoporzione farcite a tre strati, anzichè un’unica torta.

Non ho trovato yogurt greco quindi ho usato yogurt intero non dolce ed estratto di vaniglia fatto da me.

Non ho messo i petali di rosa nell’impasto perchè ho deciso di preparare una profumatissima marmellata di petali di rosa rossa, che ho spalmato sugli strati prima del frosting al philadelphia.

L’aggiunta della marmellata, con il sapore intenso e la consistenza dei petali di rosa, ha dato un gusto ancora più speciale ad un dolce davvero meraviglioso. Sono soddisfatta di averci pensato ed è stato gratificante prepararla.

Per decorare il dolce ho preparato dei petali di rosa brinati con lo zucchero semolato, che ho disposto sulla sommità delle tortine a ricreare una rosa aperta.

Temevo che l’aroma alimentare di rosa conferisse al dolce un gusto stucchevole di saponetta invece non è stato così.

Il sapore e il profumo di questo dolce sono meravigliosi e diversi da qualunque altro dolce avessi mai assaggiato.

E’ stato apprezzatissimo dalla mia famiglia, per mia madre è addirittura il dolce migliore che abbia mai fatto, e non ne abbiamo avanzato neppure una briciola.

Ecco la mia creazione, spero vi piaccia quanto è piaciuto a me realizzarla!

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I want a little sugar in my bowl

 

Nella vita un po’ di dolcezza è sempre ben accetta, in modo particolare al mattino quando apro gli occhi e il mio unico desiderio è dormire ancora, ancora e ancora.

Mi alzo con la voglia di richiudere gli occhi, gonfi come quelli di una rana, e l’umore di un toro infuriato e penso solo ad una cosa: C A F F E I N A e ad un biscotto, uno di quelli buoni, magari fatto in casa, che già al primo morso ti risolleva un po’ il morale.

Adoro fare biscotti e mi piace regalarli. Cerco ricette particolari, utilizzo tagliapasta dalle forme fantasiose, li impacchetto con cura e aggiungo un’etichetta con gli ingredienti.

Insomma metto un po’ di dolcezza nella tazza delle persone care 🙂

Non sono una pasticcera ma cucino bene, perciò ecco due ricette semplici ma golose, da gustare con una bevanda calda ascoltando buona musica, che ne dite di Nina Simone?

nytimescookie10-COOKIES AL CIOCCOLATO-

Mai mangiati di così buoni e ho trovato la ricetta dietro la confezione delle gocce di cioccolato! Ero un po’ scettica ma una volta aperto il forno il profumo mi ha quasi fatto svenire. Preparatene parecchi perchè finiscono in un attimo.

250 gr di farina per dolci
125 gr di zucchero di canna
125 gr di zucchero bianco
150 gr di gocce di cioccolato fondente
125 gr di burro
1 uovo
1/2 cucchiaio di bicarbonato o 1/2 cucchiaio di lievito per dolci
essenza di vaniglia e altre spezie a piacere (io ho usato zenzero e cannella)
1 pizzico di sale

Sbattere le uova con lo zucchero di canna. Aggiungere lo zucchero bianco e sbattere per un altro paio di minuti.

Aggiungere il burro sciolto a bagnomaria o in microonde, l’essenza di vaniglia, le spezie a piacere, la farina e un pizzico di sale. Mescolare fino a quando è possibile con la frusta, proseguire con le mani quando il composto diventerà più compatto. Unire al composto le gocce di cioccolato fondente.

Amalgamare bene, sempre con le mani.

A questo punto le scuole di pensiero divergono perchè i puristi consigliano di far riposare l’impasto in frigo addirittura per 48 ore! Sembra che si ottengano biscotti dal gusto migliore ma non saprei, io non riuscirei mai ad aspettare così tanto! Per questo motivo mi sono limitata a far riposare il mio impasto per un’oretta.

Formare delle palline grezze, non troppo lavorate tra le mani, e disporle in una teglia su carta forno, ben distanti l’una dall’altra perchè in cottura tenderanno ad appiattirsi fino ad assumere la classica forma dei cookies americani.

Infornare per 12-15 minuti in forno ventilato a 180°.

Aprire il forno e lasciarsi travolgere dal profumo 🙂

Ora arriva la parte difficile! Bisogna avere la pazienza di lasciarli raffreddare qualche minuto perchè saranno molto teneri e fragili e poi non vi resterà che addentarli con gusto!

biscotti_tè-BISCOTTI ALLE FOGLIE DI TE’-

Anche se sono caffè-dipendente, mio malgrado per sopportare le giornate lavorative, non c’è niente che mi piaccia più di una bella tazza di tè fumante, preferibilmente Earl Grey.

Ho scovato su Blog di cucina una ricetta per riciclare le bustine di tè usate e il risultato è stato davvero ottimo!

3 filtri usati di tè
100 g di zucchero
350 g di farina bianca
150 g di margarina vegetale
2 tuorli di uovo
Zenzero q.b.

In una terrina lavorate la margarina ammorbidita e lo zucchero, fino a ottenere un impasto bricioloso.

Aggiungete la farina, il contenuto dei filtri del tè, lo zenzero e i tuorli d’uovo e lavorate ancora, finché avrete un impasto morbido e lavorabile.

Fate raffreddare in frigorifero per 30 minuti, avvolto in una pellicola trasparente.

Infarinate il piano di lavoro, stendetevi l’impasto e appiattitelo con un mattarello a mezzo centimetro.

Utilizzate un coppapasta per tagliare delle mezzelune, che cuocerete in forno preriscaldato a 170 °C per circa 20 minuti.

Per rinforzare l’aroma agrumato del tè, nel mio caso ovviamente Earl Grey, ho aggiunto un po’ di essenza di agrumi ma va bene anche della buccia di limone grattugiata.

Spero davvero di avervi addolcito la giornata 😉