Hic sunt leones

fonte: web

La solitudine acuisce le percezioni e trascorrere soli buona parte del proprio tempo è un esercizio che richiede molta pazienza e nervi saldi.
Nelle ore di silenzio faccio i conti solo con il passo cadenzato del mio cuore e la risacca dei pensieri che mi affollano la testa.
Sono pensieri d’acqua che non sa trovare uno sbocco naturale, acqua che ingrossa le dighe, infida e pericolosa come solo uno stagno può essere.
C’è tanta similitudine tra il tracciato di un eeg e quello di un terremoto, sono moti sussultori, impulsi elettrici, onde ritmiche. Chissà se varrebbe la pena trasformarlo in armonia, tramutare le onde alfa e quelle theta in fa diesis e la bemolle e scoprire qual è la musica di un pensiero.
Il vero problema di chi si lascia sopravvivere è non sapere cosa fare di tutto il tempo che avanza, tempo che dovrebbe essere speso a ridere, a mangiare di gusto, a parlare con persone interessanti, a fare l’amore. Tempo che dovrebbe essere semplicemente speso, non accantonato per ciò che non sarà.
Piangere non è mai una soluzione conveniente, può essere tutt’al più un sollievo momentaneo quando il troppo di dentro tracima nel nulla di fuori.
Scrivere allora, perlomeno provarci, sarà pur sempre meglio di un niente di fatto. Prendere così le distanze dai propri pensieri ne spunta, talvolta, le armi affilate e fa chiudere prima le ferite. Cicatrici, ecco cosa rimane, sulla pelle e dentro la testa. Un tessuto roseo e sottile, teso a coprire i bordi arrossati, un cordoncino di carne che duole nei momenti più assurdi, che pulsa come un cuore e rammenta di non dimenticare.
Memento mori, ma no, non è così, ricordati invece di vivere, ché di morire nessuno si è mai scordato.
Mi piace guidare veloce, mi dà energia, ma la velocità spesso fa perdere dettagli, piccoli particolari, certamente insignificanti, che scatenano riflessioni inaspettate.
Stamattina percorrevo la solita lunga galleria, nella luce ancora incerta di un mattino rovente, e ho dovuto rallentare all’improvviso, fin quasi a fermarmi del tutto. Un trattore probabilmente, forse una biga romana sbucata da un paradosso spazio-temporale, hanno creato una lunga colonna di auto spazientite. Costretta ad adeguarmi alla lentezza del più forte, mi sono ritrovata a osservare ciò che di solito non mi accorgo neppure esista.
In alto, tra i tubi della ventilazione e i cavi delle luci fluorescenti, c’era una coppia di piccioni. Svolazzavano noncuranti del frastuono e dell’aria irrespirabile, si spostavano grassi e sgraziati, erano molto scuri, appesantiti da strati vellutati di smog, e sembravano malati, forse già mutati geneticamente senza neppure essersene accorti.
Non erano affatto interessati a volare verso il fondo della galleria, là dove pure si vedeva il chiarore del sole, anzi stavano al centro, ben lontani dall’uscita, come ne avessero paura. Delimitavano con brevi colpi d’ala un recinto di abitudini sicure.
Mi sono domandata se mai capiranno che esiste un mondo oltre il confine della galleria, una soglia da varcare, un posto lontano dal fragore innaturale di mostri di lamiera e polveri sottili.
Hic sunt leones, mi è affiorata alla mente questa frase imparata tanto tempo fa, un espediente dei cartografi antichi per distinguere il mondo conosciuto da ciò che non valeva la pena esplorare, perché sconosciuto e perciò pericoloso o magari solo poco redditizio.
Un modo elegante e sibillino per dire ho paura di te, non mi interessi, faccio a meno di conoscerti.
Per quei due patetici piccioni la luce in fondo al tunnel e l’aria fresca erano leoni da cui tenersi lontani, una pericolosa novità da non sperimentare.
A volte penso che dovrei tatuarmelo in fronte, qui non c’è nulla di interessante da vedere, non è proprio il caso di fermarsi, hic sunt leones, hic sunt dracones.
Forse, con un disclaimer così efficace, eviterei di continuare a soffrire ricordando chi mi ha attraversato per un istante ed è andato via senza neppure salutare, chi ha lasciato un solco di ricordi e un desiderio di amicizia insoddisfatto, chi non posso fare a meno di rimpiangere nei momenti in cui vorrei condividere una scoperta, un libro bellissimo, la musica perfetta o un panorama mozzafiato.
Sarà che ho buona memoria e ho sempre dato un peso importante alle persone e troppo poco a me stessa, ma la verità è che

….se vuoi andartene, puoi farlo. Io mi ricorderò di te. Io ricordo tutti quelli che se ne vanno (Lilo)

Hic sunt leones

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Anima e mare

Home is where I want to be – foto personale

Un fine settimana di vacanza atipico già nel computo dei giorni, visto che il mio giorno di riposo coincide con quello che, per la maggior parte dei comuni mortali, è il primo della settimana. Per questo motivo, a differenza della canzone, I like Mondays.

Un fine settimana che si è rivelato un tuffo nella memoria del passato più bello e rimpianto. Tutto ciò mi fa sentire fragile, indifesa e felice allo stesso tempo, in un momento già emotivamente molto difficile.

Sono tornata nei luoghi amatissimi delle mie vacanze, posti che non vedevo da, santiddio, forse vent’anni e che mi si sono parati davanti agli occhi come uno di quei diorami a paesaggi intercambiabili.

Alla fotografia ingiallita, ma ancora nitida, che conservo nella mente ho sovrapposto la realtà dei cambiamenti, la brutalità di ciò che viene chiamato il progresso, l’omologazione del gusto laddove una volta la fantasia sopperiva al denaro.

Ho camminato sulle strade della memoria con i piedi nella realtà e gli occhi nel ricordo.

Mi sono seduta nel mio recanto preferito di un muretto, per fortuna ancora malconcio e scrostato come allora perché privo di importanza, nascosto com’è in un luogo selvatico e poco accogliente, incastrato in un angolo di vento e spine di fico d’India.

Ho sorriso al ricordo delle migliaia di pagine macinate raggomitolata su quel cemento sgretolato. Appoggiati alla ruggine della ringhiera, i piedi penzoloni nel vuoto, c’erano ancora tutti i protagonisti delle storie che hanno riempito i giorni di  quelle vacanze spensierate, giorni in cui, per uno strano fenomeno, le ore potevano durare estati intere o soltanto pochi istanti.

Ogni mio passo, ogni sospiro di rimpianto, ogni ricordo che ho visto galleggiare come alghe sul pelo dell’acqua era intriso di un odore e di una musica da cui,  per quanto cercassi di rimandare il nostro incontro, non potevo nascondermi.

Mi capita a volte di chiudere un libro a poche pagine dalla fine, lasciare un boccone prelibato nel piatto o l’ultimo sorso di un vino squisito e aspettare un poco, per rendere ancora più acute le sensazioni del piacere nascosto nell’attesa.

Ho camminato su sabbia umida e ancora intonsa, un privilegio cui non ho mai potuto sottrarmi a costo di perdere ore di sonno, pur di essere tra i primi  a solcarla con passo leggero.

Ho immerso i piedi in ciò che amministrazioni sconsiderate hanno trasformato in una tinozza grigiastra e poco profonda, e ho raggiunto camminando una barriera di scogli che un tempo era stato un baluardo, una conquista da guadagnarsi nuotando in acque mai più così fonde.

Mi sono arrampicata di sasso in sasso fino all’ultima fila di rocce scivolose e bollenti e lì, sull’orlo del mio personale Finistère, ho salutato un amico che mi aspettava con pazienza.

Era ancora lì, finalmente del colore giusto, un blu con le sfumature verdi che amo tanto, non ancora domato, anzi pronto a ribellarsi.

Mi ha accolto con un gorgoglio divertito e un soffio di schiuma candida, che mi ha circondato le caviglie in una carezza gentile.

Sono rimasta a lungo seduta, impegnata in un muto dialogo, mentre occhi e orecchie si imbevevano di lui, i miei piedi più bianchi della valva di una conchiglia mordicchiati da piccoli pesci timorosi.

Ho giocato alle corse con due paguri, scommettendo, ovviamente, su quello sbagliato il quale, offeso a morte, mi ha voltato le spalle per tornare a prendersi cura della sua casa e del suo lento avanzare.

Ho captato nel vento i suoni di antiche campane, la voce di nonna che mi cercava, il fischiare melodioso di Edy in quei lunghi pomeriggi di sole e sale. Dove sarai ora amico mio, perso in qualche vallata a tentare di opporti a chi vuole violentare la terra in nome di un progresso sconsiderato o forse ingabbiato in una giacca e una cravatta che ti garrota ogni giorno un po’ di più.

Ho sentito qualcosa di umido e salato bagnarmi le labbra. Poteva essere solo uno spruzzo dispettoso, fatto apposta per destare la mia attenzione e riportarmi indietro al mio presente, oppure erano lacrime, mascherate con pudore in un rivolo di acqua salsa.

In fondo cosa sono le lacrime se non onde d’urto che agitano e smuovono l’abisso che celiamo dentro? Siamo sale e lacrime, anima e mare.

This must be the place – foto personale

Album di figurine: la Mela sBacata

Red è un mio fantastico nuovo amico di blog che sta facendo uscire il mio lato più nerd e cazzaro, di cui peraltro sono molto fiera anche se lo mostro troppo poco.
Ha avuto una splendida idea, un amarcord in versione calcistica che mi ha permesso di scavare nei ricordi, quelli belli e un po’ pungenti che pizzicano gli occhi come una cipolla ma fanno tanto bene al cuore.
Questo è stato il mio contributo. Grazie ancora Red per aver passato la palla.

Dimenticavo!!!

L’immagine è una elaborazione grafica di Red e la trovo geniale!

Pictures of You

Mela-album-Panini

Per il nostro artigianale Album di figurine, un altro grandissimo regalo fatto da lamelasbacataalla quale non sono degno di reggere il picciolo. Un post di rara bellezza che in questa webbettola, in mezzo alle mie cianfruserie (=serie di cianfrusaglie), spicca dalla mensola delle bottiglie di whiskey come una bottiglia di Aisla T’Orten! 

Buona, anzi buonissima lettura

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Oscura necessità

maison_glycines

fonte: web

La strada che conduceva all’abbazia era in leggera e continua salita ed era fatta di ampie lastre di pietra bianca, levigate e scivolose, oliate dalle migliaia di passi devoti e speranzosi che avevano sopportato nei secoli, sostituiti ora dal chiassoso scalpiccìo di turisti più interessati alle foto ricordo che alla cura dell’anima.

Era stanca, affaticata dalla giornata di vacanza, l’ultima, consumata avidamente nel tentativo di vedere quante più cose possibile prima del ritorno a casa.

Le dolevano i piedi calzati da un paio di sandali di cuoio dal tacco basso, eleganti ed essenziali, perfetti per un aperitivo in spiaggia ma inadatti al luogo, e procedeva lentamente, ben attenta a individuare le insidie delle piccole infossature, scivolando leggermente all’indietro ad ogni passo.

Il suo compagno era molto più avanti, ben saldo sulle gambe da montanaro provetto, e di tanto in tanto si girava a incitarla con un’occhiata ironica e impaziente, scuotendo la testa di fronte alla sua ennesima scelta sbagliata.

Lei sbuffava, sempre più irritata, gli occhi ostinatamente rivolti al suolo, i pensieri intenti a volteggiare intorno alla sua testa come un nuvolone carico di grandine.

All’improvviso le arrivò alle narici un profumo intenso e stordente di glicine, talmente presente da rivestire di un manto solido l’aria che la circondava.

Alzò la testa trovandosi davanti una casa antica e un po’ malandata, la facciata coperta quasi completamente da grappoli opulenti che le davano un aspetto fatato.

Il cartello appeso alla colonna di arenaria recitava, con poca fantasia o grande pragmatismo, “La maison des glycines” e lavagne scritte a mano la qualificavano come petit hotel de charme et restaurant.

Fissava affascinata quel piccolo edificio sospeso nel tempo, desiderosa di un’ultima notte in un letto in prestito tra lenzuola profumate di perborato, di un lungo bagno e di un po’ di silenzio dietro quelle persiane scrostate.

Chiamò il nome del suo compagno, facendogli un cenno con la mano mentre già si preparava a entrare.

La proprietaria, una piccola francese poco comunicativa, le mostrò l’ultima camera rimasta, prendendo una pesante chiave di ottone dal pannello alle sue spalle.

L’ultima e la più cara, le aveva detto guardandola negli occhi come a soppesare le sue possibilità economiche, alzando le spalle in un gesto di resa al suo laconico ce n’est pas un problème.

La stanza al primo piano era malinconica e perfetta nella sua decadenza. Un grande letto a barca in legno dipinto di verde salvia, un armadio in noce con le ante appena socchiuse, piccole mattonelle antiche di cotto incerato, due finestre alte e strette protette da persiane di legno, da cui si intravedevano i grappoli di glicine, pendenti come orecchini ai lobi di una donna matura ma ancora affascinante. In un angolo troneggiava una grande vasca da bagno con piedini a zampa di leone, vicino ad un vecchio camino in ardesia spento e cupo come l’umore di lei.

Un sorriso, un cenno di capo, la grossa chiave al sicuro nella borsa, e si affrettò in strada dove il suo compagno la attendeva a braccia conserte.

Ripresero a camminare fianco a fianco, le braccia che si carezzavano l’un l’altra nel movimento, fino alla spianata su cui si ergeva la chiesa abbaziale nel suo bianco splendore.

L’interno era spoglio e ieratico, appena profumato da un mazzo di glicine ai piedi dell’altare, semideserto in quel tardo pomeriggio ad eccezione di un gruppetto di turisti raccolti intorno a una donna vestita di bianco, la loro guida, che stava modulando un antico canto di laude per svelare la stupefacente acustica per cui quella chiesa era famosa.

Lei si sedette nell’ultimo banco in fondo alla navata, appoggiando la testa alla colonna, gli occhi chiusi per meglio assaporare quelle note senza tempo che le entravano in profondità nel cuore. Amava la musica in un modo viscerale, le note si aggrappavano ai muscoli del ventre, scorrevano in una danza primitiva abbracciate al suo sangue e l’intero suo corpo diventava cassa di risonanza, se ne nutriva, ne aveva bisogno come di acqua e aria da respirare e la menomazione fisica lasciatale dall’incidente, il non poter mai più suonare, a distanza di molti anni la straziava come il primo giorno, la faceva svegliare di notte con il volto coperto di lacrime amare e le dita che ancora si muovevano sui tasti di un pianoforte immaginario.

Il suo compagno passeggiava per la chiesa con la guida turistica sotto il braccio e la reflex puntata verso il rosone acceso di luce. Lei sorrise, scuotendo la testa come sempre di fronte al suo modo di assorbire la bellezza, ai suoi tentativi di immortalare l’effimero senza riuscire a coglierne veramente l’essenza.

D’improvviso sentì il bisogno di fuggire, di allontanarsi da quella figura amata e mai del tutto compresa, di restare sola per trovare rifugio in quelle che lui definiva le sue necessità oscure, il giardino segreto di cui nessuno aveva la chiave oltre a lei.

Gli si avvicinò toccandolo con la mano, gli bisbigliò all’orecchio che non sarebbe rimasta per ascoltare i vespri cantati dai monaci dell’abbazia, adducendo la scusa di un mal di testa e di un bagno caldo, gli sfiorò le labbra con un bacio leggero e, ormai oltre la soglia, gli sorrise mentre lui rubava il suo sguardo con una foto a sorpresa.

Nella penombra della stanza ascoltava il silenzio, immersa nella vasca di acqua calda in cui galleggiavano alcuni fiori di glicine, staccati dai grappoli che incorniciavano la finestra.

La mano bagnata disegnava archi, nella mente echeggiavano le note di una sonatina di Bach, un pezzo per principianti che conosceva a memoria. Dalle dita che danzavano a tempo di musica le gocce d’acqua cadevano a terra, a formare piccole pozze che scurivano il cotto rossiccio.

Erano quelli i momenti di oscurità che tanto la spaventavano e insieme desiderava, gli istanti in cui il barattolo si apriva e ne uscivano falene, nere e setose che avvolgevano la realtà di un velo opaco. Erano i momenti in cui la felicità non esisteva più, il tempo si pietrificava e rimaneva solo un vuoto polveroso che niente poteva colmare.

Si riscosse dal torpore ipnotico, afferrò il bordo della vasca con le dita raggrinzite dal lungo bagno e si alzò in piedi, mentre altra acqua cadeva con garbo al suolo.

Osservando le pozze ai suoi piedi le tornarono alla mente i versi di una poesia “scansavo le pozzanghere, specie quelle recenti dopo la pioggia. Dopotutto qualcuna poteva non avere fondo, benchè sembrasse come le altre“.

Una pozza le sembrava diversa dalle altre, densa e cosparsa di cerchi irridescenti, come se un velo d’olio ne coprisse la superficie. Quasi per sfida vi immerse la punta delle dita e osservò con stupore misto a consapevolezza il piede che si immergeva senza toccare il fondo, la pelle che diventava trasparente svanendo man mano che perdeva coesione.

Con un sospiro immerse anche l’altro piede, immobile e nuda, una statua di sabbia che l’acqua lambiva disgregandola poco a poco. Restò a osservare senza rimpianto il suo riflesso nel grande specchio inclinato sul camino, finchè ebbe occhi per vedere.

Poi con sollievo divenne solo un’oscura necessità e fu buio e assenza di musica.

Nell’aria Red Hot Chili Peppers – Dark Necessities

‘A Maronna t’accumpagna

Chi ha letto il mio flash racconto PsychoNatale avrà forse sorriso per l’assurdità della situazione descritta, solo che non era finzione ma vita vera, ricordi di un tempo passato in cui non potevo scegliere e dovevo subire.

Ora che sono adulta e riesco a proteggermi meglio, non mi importa granché di ciò che pensa la gente e posso dire a testa alta “Io non amo il Natale e non ne faccio mistero”.

La mia famiglia ha sempre raggiunto la pienezza della sua infelicità proprio durante le feste natalizie. Ricordo due sole occasioni in cui il Natale mi ha reso davvero felice.

La prima volta quando è nata la mia sorella più piccola, la mia bambina di Natale che sta cercando la sua strada altrove.

Oggi però voglio raccontare di un altro Natale, che sembra finto tanto è stato perfetto, ma è stato tutto così straordinariamente vero da sembrare una favola della buonanotte.

Avevo undici anni e un giorno arrivò una lettera dalla madre di mio zio P, acquisito ma mio padrino e quasi un secondo padre per me, nonostante fosse una persona tutt’altro che perfetta.
Era sua mamma, che io chiamavo nonna, anche se non ci legava nessuna parentela.

Ricordo che era appena iniziata la scuola, ma nella lettera c’era una richiesta riguardante il Natale di quell’anno. I “nonni” avrebbero festeggiato 50 anni di matrimonio e volevano che il figlio trascorresse con loro le feste, anziché andare a trovarli in estate, com’era sua abitudine.

Mi domandai perché non avesse semplicemente telefonato, invece di mandare quella lettera scritta con calligrafia incerta e un po’ antiquata, ma solo molto più tardi ho capito che le cose davvero importanti bisogna scriverle, non basta affidarle solo ad un brandello di fiato, bisogna metterci cura, amore e tempo perchè vengano bene.

Fu deciso che zio avrebbe passato le feste con la sua famiglia ed io, la nipote più grande, lo avrei accompagnato. Partimmo appena iniziate le vacanze natalizie con la prospettiva di rientrare il giorno dell’Epifania.

Del viaggio notturno ho impressioni vaghe, l’autostrada, deserta in quelle ore buie, che si snodava interminabile, una trattoria per camionisti alle porte di Roma, un enorme panino al prosciutto, le merit rosse che zio fumava una dietro l’altra, in barba ad ogni scrupolo di fumo passivo, la musica che proveniva dal mangiacassette dell’Alfa amaranto, un misto di Fausto Papetti, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla e Pino Daniele.

Alle prime luci dell’alba ricordo la portiera che si apre, l’abbraccio di nonna – Maronn’ comm’ ti si fatt grann! – una tazza fumante di caffellatte con biscotti fatti in casa, il calore di quella piccola donna amorevole, che mi sembrava tanto vecchia.

Furono giorni meravigliosi, davvero l’ospitalità del sud è una cosa unica, sconcertante e magica per una nordista come me, poco abituata a quelle che, in casa mia, venivano definite “smancerie”.

Ricordo i nipoti di zio, Peppe di tredici anni, Luca, suo fratello di dodici, Carmelina, la cocca di papà, una bambola di nove anni, che mi fecero compagnia in quei pomeriggi di vacanza.

Peppe si innamorò di me, lo capii solo una volta tornata a casa, aprendo il libro che mi aveva regalato in modo solenne, tutto rosso e impacciato dalle prese in giro di Luca, una faccia da schiaffi terribile ma così divertente, e dalle risatine di Carmelina.

Lo scoprii leggendo la lettera d’amore che aveva infilato tra le pagine del libro, piena di un sentimento puro e incontaminato, come solo un ragazzino acerbo può provare per il primo amore.

Ho ancora quel libro, ho fatto un segno nel punto esatto in cui stava la lettera, finita in briciole dopo averla letta così tante volte da consumarne la carta, di cui conservo ancora l’incipit a memoria “Quando leggerai questa lettera saremo lontani, ma sono innamorato di te da quando ti ho vista”.

Ricordo le tombolate, il mercante in fiera, il profumo del caffè che nonna tostava sul fornello con un vecchio trabiccolo, i sottoli e i salumi appesi a stagionare in cantina, pranzi pantagruelici in cui nulla poteva essere rifiutato – mangia se no mi piglio collera! – la corona di struffoli da sgranocchiare con le dita appiccicose di miele, i roccocò, con il loro sentore di garofano e anice, la frutta secca, gli agrumi.

Che spettacolo il presepe di nonna! Io un presepe così non l’avevo mai visto prima, grande, con l’acqua che scorreva, la carta blu a stelline, forata per far passare la luce delle candele, i pastori con i panciotti di lana fatti a maglia da nonna, una gioia, una pura gioia per gli occhi di tutti e un orgoglio immenso per lei, che ogni anno si improvvisava ingegnere per crearlo.

Quella fu anche la prima volta che vidi un uomo armato, il proprietario della palazzina di nonna, che girava con una pistola nella cintura dei pantaloni e che anni dopo fu trovato ammazzato in un’auto, durante una guerra tra gruppi di camorra che insanguinò quel paese del casertano e fece molte vittime.

Avrei ancora tanti ricordi di cui parlare, la reggia di Caserta, il mercato di Forcella, dove comprai un paio di ballerine meravigliose di vernice rosa, la messa di mezzanotte, i botti sparati a S. Silvestro che illuminavano a giorno la strada, la passeggiata con Peppe, solo io e lui, ma non dovevano esserci anche i suoi fratelli?? Benedetta ingenuità!

C’è un ricordo però che sovrasta tutti gli altri e bussa piano piano per uscire.

Ho sempre amato cucinare, ho iniziato da piccolissima, sotto l’occhio attento della mia adorata nonna materna, così come amo collezionare ricette, che trascrivo su quaderni fitti di annotazioni a margine.

Quel pomeriggio eravamo sole, io e nonna, nella cucina che profumava di rosmarino e salvia, messi a spandere il loro aroma sulla stufa per tenere lontane ‘e vecchie.

Di tutte le prelibatezze che avevo assaggiato in quei giorni, una più di tutte le altre mi aveva ingolosito, la pizza di scarola, perciò chiesi a nonna se poteva darmi la ricetta, che volevo scrivere sul mio quaderno personale.

Nonna mi accarezzò la testa poi disse – mantieni! – porgendomi il lavoro a maglia che stava facendo, quei calzettoni sono ancora con me sai nonna?, si alzò per cercare un foglio di carta a quadretti e una matita e iniziò a dettare la sua ricetta, dopo avermi fatto promettere di tenerla segreta.

Io facevo domande su dosi, pesi, grammi, tempi di cottura, precisina com’ero già allora, a cui nonna rispose con una frase che ho impressa nella mente – Figlia mia, per cucinare ci vuole questo – toccandosi il cuore – devi fidarti della tua sensibilità, non della bilancia, e ricorda che un poco di sugna non ha mai fatto male a nisciuno!

Stamattina mi sono alzata presto, ho cercato quel foglio ingiallito nel mio quaderno, ho preparato la pasta che dovrà lievitare con calma e sto facendo cuocere il suo meraviglioso ripieno. La pizza dovrà riposare dopo la cottura, la mangeremo domani per sentire meglio tutti i suoi sapori, come ti sei tanto raccomandata, nonna.

Mi dispiace, mi dispiace tanto di non averti più cercato dopo il brutale divorzio degli zii, mi dispiace di essere stata così noncurante ed egoista, ti chiedo perdono, ero solo una bambina sciocca ed immatura.

Spero tu sia contenta di come continuo ad onorare la tua memoria con la tua meravigliosa ricetta, che tutti mi invidiano ma nessuno avrà mai, è un segreto che ho promesso di mantenere.

Ti saluto nonna come hai salutato me quella mattina presto prima della partenza – Figlia mia ti benedico, ‘a Maronna t’accumpagna

nonnaE con questo post per Natale siamo appost’!!

Non vi aspettate altro da me, tranne che mi piacete tutti un bel po’ ❤

Odor di cannella

Ho sempre avuto una sensibilità particolare per gli odori, l’olfatto è il mio senso preferito, perchè mi permette di scavare nei ricordi molto più efficacemente della vista o dell’udito ma è anche la mia maledizione, perchè basta un odore troppo intenso o sgradevole per scaternarmi una violenta emicrania, quasi un rigetto.

Annuso per ricordare.

Annuso, chiudo gli occhi ed ecco arrivare le immagini e le emozioni dimenticate.

Il profumo di mamma, ancora presente in qualche vecchio foulard, l’odore dolciastro della terribile colonia dopobarba di mio padre, l’odore di cucina, denso ed incredibilmente complesso, che impregnava il gembiule di nonna sono tutti lì per me, fantasmi del passato impalpabili nell’aria.

L’odore di verderame dei pomodori appena colti, l’ozono nell’aria dopo un temporale, il buon odore di erba appena tagliata, il salmastro delle alghe sulla spiaggia, quell’odore greve e caliginoso, affumicato e grasso di smog dopo una giornata passata in città e quel particolare profumo di mosto, di fermentazione esplosiva, di lieviti in ebollizione che solo chi abita in terre del vino sa riconoscere ad occhi chiusi.

Sì ad occhi chiusi ma narici aperte, anzi dilatate ad aspirare il profumo dei ricordi.

Nel mio diario di tanti anni fa c’è un’annotazione, scritta il giorno in cui uscii per la prima volta con mio marito, solo poche parole “notte di stelle e il suo odore“.

Per me lì c’è tutto ciò che mi serve per ritornare a quel momento, come per altri bastano le prime note di una melodia per rituffarsi in un momento passato.

Da dove arriva questa sinestesia? Che c’entra la cannella?

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fonte: web

Io adoro il profumo di cannella! Nelle mie torte c’è sempre un pizzico impercettibile di cannella e una punta di pepe bianco, perchè un dolce, per essere veramente indimenticabile, deve essere un po’ pepato, avere un tocco di follia.

Ho un vecchio barattolo di vetro pieno di meravigliosa polvere rossastra, acquistata a peso in un mercatino provenzale da un indiano con gli occhi gentili.

Ogni tanto lo apro per il puro piacere di viaggiare nei ricordi.

Chiudo gli occhi e sono a Bruxelles nel quartiere della Vieux Ville a mangiare speculoos appena sfornati, oppure a Cordoba nel ristorante dei bagni arabi, davanti ad un inquietante piatto di melanzane cioccolato e cannella e ancora un far breton alla cannella in una taverna di Quimper, una birra scura e speziata gironzolando per Anversa, un bicchiere di vino caldo passeggiando sottozero a Firenze.

Oggi si parla di comfort food, quel cibo che riscalda e conforta cuore e anima, ma per me non c’è miglior conforto di riso, castagne e latte con zucchero e cannella, alla prima cucchiaiata vedo le mani della mia nonna adorata che mi porge la scodella e  il suono della sua voce “Ven nein, ven a mangè ch’le caud“.

Ho un libro che amo molto e di tanto in tanto rileggo volentieri, La Bastarda di Istanbul di Elif Shafak.

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Come potrei non amare un libro il cui primo capitolo è intitolato Cannella e l’ultimo Cianuro di potassio?

Non maledire ciò che viene dal cielo. Inclusa la pioggia. Non importa cosa ti precipiti addosso, non importa quanto violento il nubifragio o gelida la grandine: non rifiutare quello che il cielo ti manda.”

Dal modo in cui la guardava, si vedeva subito l’amore. Amore e rispetto e sincronia. Quando lui parlava, lei completava con i gesti, quando lei gesticolava, lui completava con le parole. Erano due individui complicati che sembravano aver raggiunto insieme un’armonia miracolosa.”

 Penso sia arrivato il momento di immergermi di nuovo nei suoi profumi e nella descrizione di una città che mi affascina e che molto presto dovrà essere mia.

 Visto che questo è un post sinestetico, una contaminazione dei sensi della percezione, vi regalo una ricetta, la miglior torta alla cannella che potrete mai assaggiare.

Questo non è un blog di cucina, quindi niente foto meravigliose ed allettanti.

Dovrete lavorare di immaginazione perciò chiudete gli occhi, aspirate il profumo e non vi servirà altro.

Buon viaggio!

Plumcake alla cannella

250 g di farina, 250 g di zucchero, 3 cucchiai di zucchero di canna, 250 ml di latte intero, 125 g di burro, 2 uova, 1 e 1/2 cucchiaio di cannella in polvere, 1 bustina di lievito.

Mettete in una ciotola farina, lievito e un cucchiaio di cannella, mescolate bene, aggiungete le uova sbattute con il latte, lavorando con un cucchiaio di legnoe, infine incorporate a filo il burro fuso.

Versate due terzi del composto in uno stampo da plumcake imburrato e infarinato, spolverate sopra tre cucchiai di zucchero di canna e mezzo cucchiaio di cannella.

Ricoprite con l’impasto restante e infornate a 180° per mezz’ora.

Riflessioni uterine

“Lei ha figli?”

“No”

“E come mai?”

“Non ho figli per scelta”

“Non vengono?”

“No, non li voglio”

“Ma non si preoccupi, lei è ancora giovane, verranno!”

“No, non voglio figli”

“Ah ma allora non vengono”

“………….”

“Beh, c’è sempre l’adozione”

“………….”

Ho dovuto sostenere questo esilarante, a dire il vero abbastanza surreale, dialogo molte volte nel corso degli anni.

Talvolta varia il contesto, la delicatezza con cui la domanda viene posta, lo sguardo più o meno compassionevole dell’interlocutore, ma la sostanza rimane la stessa.

Lavoro a contatto con un pubblico estremamente variegato per età, estrazione sociale, cultura e spesso mi trovo ad affrontare domande indelicate, poste con estrema superficialità.

Sembra quasi che la gente, abituata alla tua presenza, non faccia più caso al fatto che chi ti sta davanti non è un soprammobile o un pezzo di arredamento del negozio ma una persona con sensibilità e sentimenti.

Pochi minuti fa stavo leggendo Nulla di nuovo, l’ultimo post di Erre e mi sono soffermata su una frase che non potrebbe essere più azzeccata per me.

“…………dimentichiamo troppo spesso di considerare e comprendere sentimenti e ragioni altrui, e di rispettarne i tempi. O le scelte.”

Ho scelto di non avere figli e non è stata una decisione presa con leggerezza.

Ho cercato di dare un senso a questa scelta leggendo libri, parlando con persone competenti, ho lavorato molto sul quel senso di colpa atavico che viene inculcato alle donne, sul perchè devono sentirsi più complete e realizzate solo dopo aver messo al mondo una congrua prole.

Sono consapevole che potrei pentirmene quando sarà troppo tardi, la biologia non è un’opinione, ma ho accettato questa possibilità e preso atto delle conseguenze.

Non ho senso materno, non desidero figli. E’ davvero così strano o sbagliato?

Mi sento sbacata in molte altre delle scelte che ho fatto ma non in questa.

Eppure c’è sempre la domandina insidiosa, lo sguardo pietoso che tentano di farmi sentire egoista e superficiale.

Perchè poi?

Perchè devo sentirmi realizzata solo per l’attività del mio utero?

“Eh ma se non ha figli come farà quando sarà vecchia? A chi lascerà le sue cose?”

Mi chiedo se fare figli serva a procurarsi delle badanti a buon mercato in vista della vecchiaia, una sorta di egoismo prolungato per non rimanere soli.

A volte vorrei fare come i monaci zen o i seguaci del decluttering, eliminare tutto il superfluo per non caricare lo spirito di gravami emotivi, non avere più nulla se non i ricordi, non lasciare di me nulla se non un buon ricordo ed essere giustamente dimenticata quando sarà il momento.

 Voglio sentirmi libera di sbagliare, voglio sentirmi libera di cadere, voglio potermi guardare allo specchio orgogliosa di me stessa.

Nonostante tutto.