mettere a fuoco

fonte: dal web rielaborata

Mia cara A,

la luna si ritira presto stasera.

Manca poco alla fine di questa giornata, ma già si sta sdraiando sull’orizzonte, pronta a lasciare il cielo sguarnito.

Ha un bel colore arancione acceso, sembra uno spicchio di zucca appuntato sulla trama blu della notte.

Ho sollevato la tenda per guardarla meglio e ora si trova proprio al centro della mia finestra, ma sta scivolando più in basso quasi di soppiatto.

Ogni volta che alzo la testa dal foglio, noto che si è spostata di poco, ma non mi riesce di coglierla sul fatto. Stiamo giocando alle statue viventi e per ora sta vincendo lei, è certo.

Mi fa buona compagnia questa luna-zucca dal profilo affilato, mentre rifletto sulle parole taglienti che ci scambiamo con troppa noncuranza, senza renderci bene conto del male cagionato.

L’antitetanica per l’anima non ha una buona copertura e qualcosa riesce sempre a passare, nonostante la barriera più salda. Dovrebbero capirlo quegli sciocchi che scelgono di alzare muri, invece di costruire ponti.

Mi risponderai che i ponti possono crollare, domani è un anno da una grande e dolorosa vergogna, però non è più bello osservare il profilo di un ponte che, lungi dall’ostacolare la vista, accompagna lo sguardo? Un muro è come uno schiaffo, hic sunt leones sembra gridare. Un ponte è un abbraccio, una carezza, un sorriso di metallo e cemento.

Non riesco a domare i pensieri, che prendono direzioni inaspettate, e intorno alla testa ho una morsa di tensione da lacrime irrisolte che, acquattate dietro le palpebre come gatti in un cespuglio, non vogliono saperne di sciogliersi.

Mi è sempre parsa buffa l’espressione sciogliersi in lacrime, mi fa pensare a quei pupazzetti di sabbia che impastavo da bambina, sulla battigia, con arti tozzi e sgraziati, adorni di conchiglie e legnetti e talmente effimeri da sgretolarsi al primo abbraccio delle onde.

A volte, guardo il mondo che mi circonda come da uno spazio lontano e penso a quanto mi risulta difficile trovare la giusta distanza. Sono sempre troppo vicina o troppo lontana, troppo calda e un attimo dopo glaciale come il lato in ombra della luna.

Continuo a spostare il fuoco, come faccio con gli occhiali che tolgo e metto in un balletto ossessivo, con il solo risultato di abbandonarli nei posti più assurdi.

Questo dover sempre accomodare cuore e ragione, sentimenti e opportunità, affetto e indifferenza è una danza che mi sfinisce.

Mi trovo a ripercorrere le strade che ho abbandonato, alla ricerca del punto esatto, del bivio o della svolta in cui ho generato gli errori. Lo faccio nonostante sia consapevole dell’inutilità dei miei sforzi, anzi ben sapendo che voltarmi troppo a guardare il passato non porterà che a farmi incespicare nel presente.

Dovrei posare un fardello a ogni pietra miliare che incontro; lasciare un fagotto di incomprensioni qui, un mazzo di parole irrancidite là; seppellire il ricordo di chi ha fatto un pezzo di strada con me, di chi ho colpevolmente lasciato indietro perché il ritmo dei nostri respiri era asincrono, di chi mi ha superato perché il mio passo non era abbastanza veloce.

Invece, porto tutti questi pesi ben nascosti in fondo allo zaino e, anche se cerco di non toccarli, so che ci sono e intorbidano le acque in cui fluttuano i miei pensieri.

Sono sciocca e anche patetica. So che lo pensi e anch’io lo penso, eppure la tentazione è più forte dei buoni propositi. Non ho ancora stabilito quale sarà la mia ultima sigaretta.

La luna-zucca nel frattempo ha tolto il disturbo. Ha giocato per un po’ a mascherarsi con le foglie di un vecchio tiglio, poi si è stufata ed è andata a cercare un cielo diverso in cui esibirsi.

Lo facciamo tutti, a ben guardare. Il cambiamento è vita, rimanere immobili non si può e solo la luna può far finta di essere una statua.

A noi servono abiti nuovi da sfoggiare, scarpe scomode ma più alla moda, conversazioni meno ovvie, novità che intrigano, sguardi che affascinano, bibite dolci che non saziano.

Sorseggio un bicchiere di mandarino verde, non credevo esistessero, invece è buono e ha un’acidità rinfrescante che si sposa a meraviglia con quella che mi punge il fondo della gola. Lo zucchero non basta a coprirla, non basta mai.

Il cielo si è fatto più scuro e la luna si è portata via con sé anche i rumori. La mezzanotte è passata da molto e il sonno non è ancora arrivato a salvarmi da questo inutile impasse.

Mi avvicino alla finestra per guardare il buio più a fondo, ma ho appoggiato gli occhiali chissà dove e il mondo ha assunto contorni di vaghezza sfumata. Schiaccio il naso contro il vetro, qualche ombra lontana, pipistrelli che nuotano tra onde sonore invisibili, e tutto si sfoca ancora di più.

Non accomodo, non mi accomodo e non pretendo comprensione da te, neppure io ne ho per me stessa. Mi basta scriverti e continuare a parlare di lune-zucca, di ostacoli veri e finti inciampi.

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incongrua bellezza

Savudrija – fonte web

Che spettacolo curioso mi aspetta
a portata di mano.
Solo il tempo di una pedalata
nel sole pigro di maggio.
Una distesa di mattoni e calce accoglie
chi gli arriva alle spalle,
ma lui guarda avanti
verso il blu d’acqua mischiata a un quarto di cielo
che gli occhi confondono
e gli specchi riflettono.
Un faro in mezzo a un prato
riposa nel caldo della controra,
all’ombra di un ciliegio carico,
porpora di frutti sfatti, illividiti da beccate ingorde.
Chi può immaginare la bellezza incongrua
della vista di un faro
lontano da scogli e spruzzi di sale.
Certo i gabbiani stridono, imperterriti,
e volteggiano
e derapano
e il mare è là sotto, a portata d’occhi.
Basta affacciarsi per vedere
uno spicchio di cobalto graffiato dal granito,
ma le onde che accarezzano i piedi
sono verdi di foglia nuova,
odorano non di alga salsa ma di fiori
e lucertole nuotano al posto dei pesci
in un ordine sovvertito che incanta.
Che spettacolo di bellezza incongrua
ammirare la maestà domestica di un faro
addormentato proprio lì,
nel verde di un prato.

Morcheeba – The sea

Hic sunt leones

fonte: web

La solitudine acuisce le percezioni e trascorrere soli buona parte del proprio tempo è un esercizio che richiede molta pazienza e nervi saldi.
Nelle ore di silenzio faccio i conti solo con il passo cadenzato del mio cuore e la risacca dei pensieri che mi affollano la testa.
Sono pensieri d’acqua che non sa trovare uno sbocco naturale, acqua che ingrossa le dighe, infida e pericolosa come solo uno stagno può essere.
C’è tanta similitudine tra il tracciato di un eeg e quello di un terremoto, sono moti sussultori, impulsi elettrici, onde ritmiche. Chissà se varrebbe la pena trasformarlo in armonia, tramutare le onde alfa e quelle theta in fa diesis e la bemolle e scoprire qual è la musica di un pensiero.
Il vero problema di chi si lascia sopravvivere è non sapere cosa fare di tutto il tempo che avanza, tempo che dovrebbe essere speso a ridere, a mangiare di gusto, a parlare con persone interessanti, a fare l’amore. Tempo che dovrebbe essere semplicemente speso, non accantonato per ciò che non sarà.
Piangere non è mai una soluzione conveniente, può essere tutt’al più un sollievo momentaneo quando il troppo di dentro tracima nel nulla di fuori.
Scrivere allora, perlomeno provarci, sarà pur sempre meglio di un niente di fatto. Prendere così le distanze dai propri pensieri ne spunta, talvolta, le armi affilate e fa chiudere prima le ferite. Cicatrici, ecco cosa rimane, sulla pelle e dentro la testa. Un tessuto roseo e sottile, teso a coprire i bordi arrossati, un cordoncino di carne che duole nei momenti più assurdi, che pulsa come un cuore e rammenta di non dimenticare.
Memento mori, ma no, non è così, ricordati invece di vivere, ché di morire nessuno si è mai scordato.
Mi piace guidare veloce, mi dà energia, ma la velocità spesso fa perdere dettagli, piccoli particolari, certamente insignificanti, che scatenano riflessioni inaspettate.
Stamattina percorrevo la solita lunga galleria, nella luce ancora incerta di un mattino rovente, e ho dovuto rallentare all’improvviso, fin quasi a fermarmi del tutto. Un trattore probabilmente, forse una biga romana sbucata da un paradosso spazio-temporale, hanno creato una lunga colonna di auto spazientite. Costretta ad adeguarmi alla lentezza del più forte, mi sono ritrovata a osservare ciò che di solito non mi accorgo neppure esista.
In alto, tra i tubi della ventilazione e i cavi delle luci fluorescenti, c’era una coppia di piccioni. Svolazzavano noncuranti del frastuono e dell’aria irrespirabile, si spostavano grassi e sgraziati, erano molto scuri, appesantiti da strati vellutati di smog, e sembravano malati, forse già mutati geneticamente senza neppure essersene accorti.
Non erano affatto interessati a volare verso il fondo della galleria, là dove pure si vedeva il chiarore del sole, anzi stavano al centro, ben lontani dall’uscita, come ne avessero paura. Delimitavano con brevi colpi d’ala un recinto di abitudini sicure.
Mi sono domandata se mai capiranno che esiste un mondo oltre il confine della galleria, una soglia da varcare, un posto lontano dal fragore innaturale di mostri di lamiera e polveri sottili.
Hic sunt leones, mi è affiorata alla mente questa frase imparata tanto tempo fa, un espediente dei cartografi antichi per distinguere il mondo conosciuto da ciò che non valeva la pena esplorare, perché sconosciuto e perciò pericoloso o magari solo poco redditizio.
Un modo elegante e sibillino per dire ho paura di te, non mi interessi, faccio a meno di conoscerti.
Per quei due patetici piccioni la luce in fondo al tunnel e l’aria fresca erano leoni da cui tenersi lontani, una pericolosa novità da non sperimentare.
A volte penso che dovrei tatuarmelo in fronte, qui non c’è nulla di interessante da vedere, non è proprio il caso di fermarsi, hic sunt leones, hic sunt dracones.
Forse, con un disclaimer così efficace, eviterei di continuare a soffrire ricordando chi mi ha attraversato per un istante ed è andato via senza neppure salutare, chi ha lasciato un solco di ricordi e un desiderio di amicizia insoddisfatto, chi non posso fare a meno di rimpiangere nei momenti in cui vorrei condividere una scoperta, un libro bellissimo, la musica perfetta o un panorama mozzafiato.
Sarà che ho buona memoria e ho sempre dato un peso importante alle persone e troppo poco a me stessa, ma la verità è che

….se vuoi andartene, puoi farlo. Io mi ricorderò di te. Io ricordo tutti quelli che se ne vanno (Lilo)

Hic sunt leones

Anima e mare

Home is where I want to be – foto personale

Un fine settimana di vacanza atipico già nel computo dei giorni, visto che il mio giorno di riposo coincide con quello che, per la maggior parte dei comuni mortali, è il primo della settimana. Per questo motivo, a differenza della canzone, I like Mondays.

Un fine settimana che si è rivelato un tuffo nella memoria del passato più bello e rimpianto. Tutto ciò mi fa sentire fragile, indifesa e felice allo stesso tempo, in un momento già emotivamente molto difficile.

Sono tornata nei luoghi amatissimi delle mie vacanze, posti che non vedevo da, santiddio, forse vent’anni e che mi si sono parati davanti agli occhi come uno di quei diorami a paesaggi intercambiabili.

Alla fotografia ingiallita, ma ancora nitida, che conservo nella mente ho sovrapposto la realtà dei cambiamenti, la brutalità di ciò che viene chiamato il progresso, l’omologazione del gusto laddove una volta la fantasia sopperiva al denaro.

Ho camminato sulle strade della memoria con i piedi nella realtà e gli occhi nel ricordo.

Mi sono seduta nel mio recanto preferito di un muretto, per fortuna ancora malconcio e scrostato come allora perché privo di importanza, nascosto com’è in un luogo selvatico e poco accogliente, incastrato in un angolo di vento e spine di fico d’India.

Ho sorriso al ricordo delle migliaia di pagine macinate raggomitolata su quel cemento sgretolato. Appoggiati alla ruggine della ringhiera, i piedi penzoloni nel vuoto, c’erano ancora tutti i protagonisti delle storie che hanno riempito i giorni di  quelle vacanze spensierate, giorni in cui, per uno strano fenomeno, le ore potevano durare estati intere o soltanto pochi istanti.

Ogni mio passo, ogni sospiro di rimpianto, ogni ricordo che ho visto galleggiare come alghe sul pelo dell’acqua era intriso di un odore e di una musica da cui,  per quanto cercassi di rimandare il nostro incontro, non potevo nascondermi.

Mi capita a volte di chiudere un libro a poche pagine dalla fine, lasciare un boccone prelibato nel piatto o l’ultimo sorso di un vino squisito e aspettare un poco, per rendere ancora più acute le sensazioni del piacere nascosto nell’attesa.

Ho camminato su sabbia umida e ancora intonsa, un privilegio cui non ho mai potuto sottrarmi a costo di perdere ore di sonno, pur di essere tra i primi  a solcarla con passo leggero.

Ho immerso i piedi in ciò che amministrazioni sconsiderate hanno trasformato in una tinozza grigiastra e poco profonda, e ho raggiunto camminando una barriera di scogli che un tempo era stato un baluardo, una conquista da guadagnarsi nuotando in acque mai più così fonde.

Mi sono arrampicata di sasso in sasso fino all’ultima fila di rocce scivolose e bollenti e lì, sull’orlo del mio personale Finistère, ho salutato un amico che mi aspettava con pazienza.

Era ancora lì, finalmente del colore giusto, un blu con le sfumature verdi che amo tanto, non ancora domato, anzi pronto a ribellarsi.

Mi ha accolto con un gorgoglio divertito e un soffio di schiuma candida, che mi ha circondato le caviglie in una carezza gentile.

Sono rimasta a lungo seduta, impegnata in un muto dialogo, mentre occhi e orecchie si imbevevano di lui, i miei piedi più bianchi della valva di una conchiglia mordicchiati da piccoli pesci timorosi.

Ho giocato alle corse con due paguri, scommettendo, ovviamente, su quello sbagliato il quale, offeso a morte, mi ha voltato le spalle per tornare a prendersi cura della sua casa e del suo lento avanzare.

Ho captato nel vento i suoni di antiche campane, la voce di nonna che mi cercava, il fischiare melodioso di Edy in quei lunghi pomeriggi di sole e sale. Dove sarai ora amico mio, perso in qualche vallata a tentare di opporti a chi vuole violentare la terra in nome di un progresso sconsiderato o forse ingabbiato in una giacca e una cravatta che ti garrota ogni giorno un po’ di più.

Ho sentito qualcosa di umido e salato bagnarmi le labbra. Poteva essere solo uno spruzzo dispettoso, fatto apposta per destare la mia attenzione e riportarmi indietro al mio presente, oppure erano lacrime, mascherate con pudore in un rivolo di acqua salsa.

In fondo cosa sono le lacrime se non onde d’urto che agitano e smuovono l’abisso che celiamo dentro? Siamo sale e lacrime, anima e mare.

This must be the place – foto personale

Album di figurine: la Mela sBacata

Red è un mio fantastico nuovo amico di blog che sta facendo uscire il mio lato più nerd e cazzaro, di cui peraltro sono molto fiera anche se lo mostro troppo poco.
Ha avuto una splendida idea, un amarcord in versione calcistica che mi ha permesso di scavare nei ricordi, quelli belli e un po’ pungenti che pizzicano gli occhi come una cipolla ma fanno tanto bene al cuore.
Questo è stato il mio contributo. Grazie ancora Red per aver passato la palla.

Dimenticavo!!!

L’immagine è una elaborazione grafica di Red e la trovo geniale!

Pictures of You

Mela-album-Panini

Per il nostro artigianale Album di figurine, un altro grandissimo regalo fatto da lamelasbacataalla quale non sono degno di reggere il picciolo. Un post di rara bellezza che in questa webbettola, in mezzo alle mie cianfruserie (=serie di cianfrusaglie), spicca dalla mensola delle bottiglie di whiskey come una bottiglia di Aisla T’Orten! 

Buona, anzi buonissima lettura

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Oscura necessità

maison_glycines

fonte: web

La strada che conduceva all’abbazia era in leggera e continua salita ed era fatta di ampie lastre di pietra bianca, levigate e scivolose, oliate dalle migliaia di passi devoti e speranzosi che avevano sopportato nei secoli, sostituiti ora dal chiassoso scalpiccìo di turisti più interessati alle foto ricordo che alla cura dell’anima.

Era stanca, affaticata dalla giornata di vacanza, l’ultima, consumata avidamente nel tentativo di vedere quante più cose possibile prima del ritorno a casa.

Le dolevano i piedi calzati da un paio di sandali di cuoio dal tacco basso, eleganti ed essenziali, perfetti per un aperitivo in spiaggia ma inadatti al luogo, e procedeva lentamente, ben attenta a individuare le insidie delle piccole infossature, scivolando leggermente all’indietro ad ogni passo.

Il suo compagno era molto più avanti, ben saldo sulle gambe da montanaro provetto, e di tanto in tanto si girava a incitarla con un’occhiata ironica e impaziente, scuotendo la testa di fronte alla sua ennesima scelta sbagliata.

Lei sbuffava, sempre più irritata, gli occhi ostinatamente rivolti al suolo, i pensieri intenti a volteggiare intorno alla sua testa come un nuvolone carico di grandine.

All’improvviso le arrivò alle narici un profumo intenso e stordente di glicine, talmente presente da rivestire di un manto solido l’aria che la circondava.

Alzò la testa trovandosi davanti una casa antica e un po’ malandata, la facciata coperta quasi completamente da grappoli opulenti che le davano un aspetto fatato.

Il cartello appeso alla colonna di arenaria recitava, con poca fantasia o grande pragmatismo, “La maison des glycines” e lavagne scritte a mano la qualificavano come petit hotel de charme et restaurant.

Fissava affascinata quel piccolo edificio sospeso nel tempo, desiderosa di un’ultima notte in un letto in prestito tra lenzuola profumate di perborato, di un lungo bagno e di un po’ di silenzio dietro quelle persiane scrostate.

Chiamò il nome del suo compagno, facendogli un cenno con la mano mentre già si preparava a entrare.

La proprietaria, una piccola francese poco comunicativa, le mostrò l’ultima camera rimasta, prendendo una pesante chiave di ottone dal pannello alle sue spalle.

L’ultima e la più cara, le aveva detto guardandola negli occhi come a soppesare le sue possibilità economiche, alzando le spalle in un gesto di resa al suo laconico ce n’est pas un problème.

La stanza al primo piano era malinconica e perfetta nella sua decadenza. Un grande letto a barca in legno dipinto di verde salvia, un armadio in noce con le ante appena socchiuse, piccole mattonelle antiche di cotto incerato, due finestre alte e strette protette da persiane di legno, da cui si intravedevano i grappoli di glicine, pendenti come orecchini ai lobi di una donna matura ma ancora affascinante. In un angolo troneggiava una grande vasca da bagno con piedini a zampa di leone, vicino ad un vecchio camino in ardesia spento e cupo come l’umore di lei.

Un sorriso, un cenno di capo, la grossa chiave al sicuro nella borsa, e si affrettò in strada dove il suo compagno la attendeva a braccia conserte.

Ripresero a camminare fianco a fianco, le braccia che si carezzavano l’un l’altra nel movimento, fino alla spianata su cui si ergeva la chiesa abbaziale nel suo bianco splendore.

L’interno era spoglio e ieratico, appena profumato da un mazzo di glicine ai piedi dell’altare, semideserto in quel tardo pomeriggio ad eccezione di un gruppetto di turisti raccolti intorno a una donna vestita di bianco, la loro guida, che stava modulando un antico canto di laude per svelare la stupefacente acustica per cui quella chiesa era famosa.

Lei si sedette nell’ultimo banco in fondo alla navata, appoggiando la testa alla colonna, gli occhi chiusi per meglio assaporare quelle note senza tempo che le entravano in profondità nel cuore. Amava la musica in un modo viscerale, le note si aggrappavano ai muscoli del ventre, scorrevano in una danza primitiva abbracciate al suo sangue e l’intero suo corpo diventava cassa di risonanza, se ne nutriva, ne aveva bisogno come di acqua e aria da respirare e la menomazione fisica lasciatale dall’incidente, il non poter mai più suonare, a distanza di molti anni la straziava come il primo giorno, la faceva svegliare di notte con il volto coperto di lacrime amare e le dita che ancora si muovevano sui tasti di un pianoforte immaginario.

Il suo compagno passeggiava per la chiesa con la guida turistica sotto il braccio e la reflex puntata verso il rosone acceso di luce. Lei sorrise, scuotendo la testa come sempre di fronte al suo modo di assorbire la bellezza, ai suoi tentativi di immortalare l’effimero senza riuscire a coglierne veramente l’essenza.

D’improvviso sentì il bisogno di fuggire, di allontanarsi da quella figura amata e mai del tutto compresa, di restare sola per trovare rifugio in quelle che lui definiva le sue necessità oscure, il giardino segreto di cui nessuno aveva la chiave oltre a lei.

Gli si avvicinò toccandolo con la mano, gli bisbigliò all’orecchio che non sarebbe rimasta per ascoltare i vespri cantati dai monaci dell’abbazia, adducendo la scusa di un mal di testa e di un bagno caldo, gli sfiorò le labbra con un bacio leggero e, ormai oltre la soglia, gli sorrise mentre lui rubava il suo sguardo con una foto a sorpresa.

Nella penombra della stanza ascoltava il silenzio, immersa nella vasca di acqua calda in cui galleggiavano alcuni fiori di glicine, staccati dai grappoli che incorniciavano la finestra.

La mano bagnata disegnava archi, nella mente echeggiavano le note di una sonatina di Bach, un pezzo per principianti che conosceva a memoria. Dalle dita che danzavano a tempo di musica le gocce d’acqua cadevano a terra, a formare piccole pozze che scurivano il cotto rossiccio.

Erano quelli i momenti di oscurità che tanto la spaventavano e insieme desiderava, gli istanti in cui il barattolo si apriva e ne uscivano falene, nere e setose che avvolgevano la realtà di un velo opaco. Erano i momenti in cui la felicità non esisteva più, il tempo si pietrificava e rimaneva solo un vuoto polveroso che niente poteva colmare.

Si riscosse dal torpore ipnotico, afferrò il bordo della vasca con le dita raggrinzite dal lungo bagno e si alzò in piedi, mentre altra acqua cadeva con garbo al suolo.

Osservando le pozze ai suoi piedi le tornarono alla mente i versi di una poesia “scansavo le pozzanghere, specie quelle recenti dopo la pioggia. Dopotutto qualcuna poteva non avere fondo, benchè sembrasse come le altre“.

Una pozza le sembrava diversa dalle altre, densa e cosparsa di cerchi irridescenti, come se un velo d’olio ne coprisse la superficie. Quasi per sfida vi immerse la punta delle dita e osservò con stupore misto a consapevolezza il piede che si immergeva senza toccare il fondo, la pelle che diventava trasparente svanendo man mano che perdeva coesione.

Con un sospiro immerse anche l’altro piede, immobile e nuda, una statua di sabbia che l’acqua lambiva disgregandola poco a poco. Restò a osservare senza rimpianto il suo riflesso nel grande specchio inclinato sul camino, finchè ebbe occhi per vedere.

Poi con sollievo divenne solo un’oscura necessità e fu buio e assenza di musica.

Nell’aria Red Hot Chili Peppers – Dark Necessities

‘A Maronna t’accumpagna

Chi ha letto il mio flash racconto PsychoNatale avrà forse sorriso per l’assurdità della situazione descritta, solo che non era finzione ma vita vera, ricordi di un tempo passato in cui non potevo scegliere e dovevo subire.

Ora che sono adulta e riesco a proteggermi meglio, non mi importa granché di ciò che pensa la gente e posso dire a testa alta “Io non amo il Natale e non ne faccio mistero”.

La mia famiglia ha sempre raggiunto la pienezza della sua infelicità proprio durante le feste natalizie. Ricordo due sole occasioni in cui il Natale mi ha reso davvero felice.

La prima volta quando è nata la mia sorella più piccola, la mia bambina di Natale che sta cercando la sua strada altrove.

Oggi però voglio raccontare di un altro Natale, che sembra finto tanto è stato perfetto, ma è stato tutto così straordinariamente vero da sembrare una favola della buonanotte.

Avevo undici anni e un giorno arrivò una lettera dalla madre di mio zio P, acquisito ma mio padrino e quasi un secondo padre per me, nonostante fosse una persona tutt’altro che perfetta.
Era sua mamma, che io chiamavo nonna, anche se non ci legava nessuna parentela.

Ricordo che era appena iniziata la scuola, ma nella lettera c’era una richiesta riguardante il Natale di quell’anno. I “nonni” avrebbero festeggiato 50 anni di matrimonio e volevano che il figlio trascorresse con loro le feste, anziché andare a trovarli in estate, com’era sua abitudine.

Mi domandai perché non avesse semplicemente telefonato, invece di mandare quella lettera scritta con calligrafia incerta e un po’ antiquata, ma solo molto più tardi ho capito che le cose davvero importanti bisogna scriverle, non basta affidarle solo ad un brandello di fiato, bisogna metterci cura, amore e tempo perchè vengano bene.

Fu deciso che zio avrebbe passato le feste con la sua famiglia ed io, la nipote più grande, lo avrei accompagnato. Partimmo appena iniziate le vacanze natalizie con la prospettiva di rientrare il giorno dell’Epifania.

Del viaggio notturno ho impressioni vaghe, l’autostrada, deserta in quelle ore buie, che si snodava interminabile, una trattoria per camionisti alle porte di Roma, un enorme panino al prosciutto, le merit rosse che zio fumava una dietro l’altra, in barba ad ogni scrupolo di fumo passivo, la musica che proveniva dal mangiacassette dell’Alfa amaranto, un misto di Fausto Papetti, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla e Pino Daniele.

Alle prime luci dell’alba ricordo la portiera che si apre, l’abbraccio di nonna – Maronn’ comm’ ti si fatt grann! – una tazza fumante di caffellatte con biscotti fatti in casa, il calore di quella piccola donna amorevole, che mi sembrava tanto vecchia.

Furono giorni meravigliosi, davvero l’ospitalità del sud è una cosa unica, sconcertante e magica per una nordista come me, poco abituata a quelle che, in casa mia, venivano definite “smancerie”.

Ricordo i nipoti di zio, Peppe di tredici anni, Luca, suo fratello di dodici, Carmelina, la cocca di papà, una bambola di nove anni, che mi fecero compagnia in quei pomeriggi di vacanza.

Peppe si innamorò di me, lo capii solo una volta tornata a casa, aprendo il libro che mi aveva regalato in modo solenne, tutto rosso e impacciato dalle prese in giro di Luca, una faccia da schiaffi terribile ma così divertente, e dalle risatine di Carmelina.

Lo scoprii leggendo la lettera d’amore che aveva infilato tra le pagine del libro, piena di un sentimento puro e incontaminato, come solo un ragazzino acerbo può provare per il primo amore.

Ho ancora quel libro, ho fatto un segno nel punto esatto in cui stava la lettera, finita in briciole dopo averla letta così tante volte da consumarne la carta, di cui conservo ancora l’incipit a memoria “Quando leggerai questa lettera saremo lontani, ma sono innamorato di te da quando ti ho vista”.

Ricordo le tombolate, il mercante in fiera, il profumo del caffè che nonna tostava sul fornello con un vecchio trabiccolo, i sottoli e i salumi appesi a stagionare in cantina, pranzi pantagruelici in cui nulla poteva essere rifiutato – mangia se no mi piglio collera! – la corona di struffoli da sgranocchiare con le dita appiccicose di miele, i roccocò, con il loro sentore di garofano e anice, la frutta secca, gli agrumi.

Che spettacolo il presepe di nonna! Io un presepe così non l’avevo mai visto prima, grande, con l’acqua che scorreva, la carta blu a stelline, forata per far passare la luce delle candele, i pastori con i panciotti di lana fatti a maglia da nonna, una gioia, una pura gioia per gli occhi di tutti e un orgoglio immenso per lei, che ogni anno si improvvisava ingegnere per crearlo.

Quella fu anche la prima volta che vidi un uomo armato, il proprietario della palazzina di nonna, che girava con una pistola nella cintura dei pantaloni e che anni dopo fu trovato ammazzato in un’auto, durante una guerra tra gruppi di camorra che insanguinò quel paese del casertano e fece molte vittime.

Avrei ancora tanti ricordi di cui parlare, la reggia di Caserta, il mercato di Forcella, dove comprai un paio di ballerine meravigliose di vernice rosa, la messa di mezzanotte, i botti sparati a S. Silvestro che illuminavano a giorno la strada, la passeggiata con Peppe, solo io e lui, ma non dovevano esserci anche i suoi fratelli?? Benedetta ingenuità!

C’è un ricordo però che sovrasta tutti gli altri e bussa piano piano per uscire.

Ho sempre amato cucinare, ho iniziato da piccolissima, sotto l’occhio attento della mia adorata nonna materna, così come amo collezionare ricette, che trascrivo su quaderni fitti di annotazioni a margine.

Quel pomeriggio eravamo sole, io e nonna, nella cucina che profumava di rosmarino e salvia, messi a spandere il loro aroma sulla stufa per tenere lontane ‘e vecchie.

Di tutte le prelibatezze che avevo assaggiato in quei giorni, una più di tutte le altre mi aveva ingolosito, la pizza di scarola, perciò chiesi a nonna se poteva darmi la ricetta, che volevo scrivere sul mio quaderno personale.

Nonna mi accarezzò la testa poi disse – mantieni! – porgendomi il lavoro a maglia che stava facendo, quei calzettoni sono ancora con me sai nonna?, si alzò per cercare un foglio di carta a quadretti e una matita e iniziò a dettare la sua ricetta, dopo avermi fatto promettere di tenerla segreta.

Io facevo domande su dosi, pesi, grammi, tempi di cottura, precisina com’ero già allora, a cui nonna rispose con una frase che ho impressa nella mente – Figlia mia, per cucinare ci vuole questo – toccandosi il cuore – devi fidarti della tua sensibilità, non della bilancia, e ricorda che un poco di sugna non ha mai fatto male a nisciuno!

Stamattina mi sono alzata presto, ho cercato quel foglio ingiallito nel mio quaderno, ho preparato la pasta che dovrà lievitare con calma e sto facendo cuocere il suo meraviglioso ripieno. La pizza dovrà riposare dopo la cottura, la mangeremo domani per sentire meglio tutti i suoi sapori, come ti sei tanto raccomandata, nonna.

Mi dispiace, mi dispiace tanto di non averti più cercato dopo il brutale divorzio degli zii, mi dispiace di essere stata così noncurante ed egoista, ti chiedo perdono, ero solo una bambina sciocca ed immatura.

Spero tu sia contenta di come continuo ad onorare la tua memoria con la tua meravigliosa ricetta, che tutti mi invidiano ma nessuno avrà mai, è un segreto che ho promesso di mantenere.

Ti saluto nonna come hai salutato me quella mattina presto prima della partenza – Figlia mia ti benedico, ‘a Maronna t’accumpagna

nonnaE con questo post per Natale siamo appost’!!

Non vi aspettate altro da me, tranne che mi piacete tutti un bel po’ ❤