dal mio taccuino: 22 novembre 2018

fonte: web

Gioco a Tetris in maniera compulsiva. È la mia droga ma anche l’unico videogioco io abbia mai imparato. Per il resto sono una vera schiappa.
Impilo mattoncini colorati, ipnotizzata da forme basilari che cadono monotone, e sento la testa che si svuota dei pensieri, intenta a creare un mandala di improbabili quanto precarie geometrie.
Costruisco cattedrali bucherellate qua e là dai miei errori di strategia: ammucchio i pezzi difficili ai lati e aspetto fiduciosa il pezzo lungo che risolve sempre tutto. O quasi.
Il mio preferito è quello a T, il più versatile, lo ruoto finché la direzione è quella che voglio, l’aggancio arriva pulito, si tappa la falla, le righe scendono e il mio punteggio sale.
Quando mi distraggo inizio a commettere errori e la geometria perfetta fugge davanti alla supremazia del caos.
Ho perso, la partita è finita ma basta un restart per ricominciare. In fondo nessuno si è fatto male, è solo una tela di Aracne che si distrugge per rigenerarsi.
Con il Tetris non si vince, è assodato.
Gioco nella certezza del fallimento e, per assurdo, sapere di non avere alcuna chance mi rende serena.
Non posso fare altro che sbagliare e allora tanto vale godersela in scioltezza.
Ruotare un pezzo, spostarlo più a destra, accettare il compromesso, ignorare il vuoto che, come una carie, deturpa la perfezione di un muretto di mattoncini ben allineati, aspettare il pezzo perfetto. Magari la vita fosse semplice come una partita a Tetris.

….. ho fatto la mammografia. Ogni anno rimando di qualche mese la tortura, prima 12 che diventano 14, poi 16 finché, presa dallo scrupolo, faccio un bel respiro e prenoto.
Odio la sensazione di freddo e l’attesa in quel seminterrato, odio vedere i capezzoli che si rizzano a contatto con la superficie gelata del vetro, odio dover celare l’imbarazzo che provo facendo finta di niente.
Ti sbattono il seno su una lastra sgradevolmente liscia, mi ricorda sempre il rumore che fa una fetta di carne sulla bilancia del macellaio, e poi arriva la pressa a schiacciare, schiacciare senza pietà.
Resista, è più dolorosa quest’anno, abbiamo uno strumento nuovo, dura qualche secondo in più e un bel vaffanculo non vogliamo dirlo ad alta voce?
Mi sento male, ogni volta prego che non succeda, mi ronzano le orecchie, divento pallida, sudo freddo e chiedo di sedermi un attimo.
Mi vergogno, penso alla figura da stupida appena fatta, agli anni di studio, all’esperienza professionale, alle brutture che sono abituata a vedere e a quanto poco basti per mandare in frantumi la mia sicumera.
Fragile come sono, raccolgo le mie cose e mi sento più nuda di quando ho tolto il reggiseno.

….. La mano mi fa male da morire. Ho rosicchiato le unghie, strappato le pellicine, messo a nudo la carne tenera del polpastrello, devastato tutto quanto e ora ho una ferita aperta che pulsa d’infezione. Ci sbatto dentro continuamente, mi dimentico, poi sussulto dal dolore e mi maledico.
Da troppi anni, da sempre, spunto con i denti le mie armi, cerco in ogni modo di non dare nell’occhio, di sparire a costo di divorare me stessa.
Devo iniziare ad amarmi almeno un po’, come se fosse facile, devo farlo prima che sia troppo tardi.
Solo che è difficile dire allo specchio io sono quando il tuo riflesso ribatte nessuno.
I’m tired of being what you want me to be“.

….. mi manca tanto la sua presenza. È un vuoto di consapevolezza attorno a cui ho costruito una rete di oblio.
Dovrei chiamare, provare a spiegare, discutere, forse dovrei scrivere. Ci ho provato tante volte, ho il cestino pieno di bozze lasciate a metà, belle frasi pulite e ben costruite che verrebbero smontate da una battuta sarcastica o, ancor peggio, ignorate.
Allora penso che tutto questo non servirebbe che ad accrescere la reciproca sofferenza e lascio perdere.
La verità è che ho scelto il limbo per paura e aspetto un passo che, sono consapevole, non arriverà.
Da bambina nel sonno tiravo fuori un piede dalle coperte. Avevo bisogno di sentire un brivido di freddo ma subito mi svegliavo e nascondevo il piede al caldo, impaurita che i mostri sotto il letto mi mangiassero le dita.
Eppure ogni notte tornavo a cercare il brivido, correndo il rischio di rimanere monca.
Ora ho troppa paura di farmi altro male, ho tanti arti fantasma che reclamano attenzione.

….. sto troppo curva, ingobbita come una vecchietta che cerca gli spiccioli caduti a terra, quando invece dovrei raddrizzare la schiena e tirare su il mento. A volte il peso che sento di portare diventa eccessivo e d’istinto mi arrotolo come un riccio in attesa del letargo.
Quando mi accorgo di esserci ricascata, mi appendo a testa in giù, faccio il pipistrello e sento la schiena che si srotola, le spalle che sospirano di sollievo.
Fluttuo in equilibrio, scivolo all’indietro fino a toccare il suolo con le mani, i piedi in verticale, il sangue che ronza nelle orecchie.
Cambio prospettiva, guardo una realtà differente e guadagno un effimero centimetro in altezza e in leggerezza.

….. l’altra sera al supermercato osservavo la mia spesa sfilare sul nastro. Ero soddisfatta, non pareva trasudare troppa frustrazione. I biscotti erano integrali senza zucchero per la glicemia e pazienza se sanno di cartone, la carne era bianca per il colesterolo, il pesce azzurro per gli omega 3, la pastina fine per il brodo, il formaggio senza lattosio per le intolleranze, la tisana zenzero e finocchio per il gonfiore.
Spero solo non si vedesse il pacchetto di patatine occultato sotto il fiocco del mocio.
Le ho scelte cotte al forno, mica fritte!

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dal mio taccuino: 4 ottobre 2018

Poesia di strada @fotomia

…. l’incubo di stanotte mi ha lasciata svuotata, sfinita da un terrore primordiale e irrazionale. Quale parte di me ha potuto concepire una figura di tanta lucida malvagità?

…. foglie secche danzano accartocciate con un rumore di nacchere, imprigionate in un vortice ascensionale che le intrappola a mezz’aria. Sono panni stesi ad asciugare sul filo della mia fantasia.

…. ho incontrato un ragno enorme e timido che è corso a rifugiarsi tra le foglie. Le mie suole l’hanno mancato per un soffio. Forse sta ancora tremando per lo scampato pericolo.

…. il sole di questa stagione è un dono gentile che accarezza la pelle senza opprimere. Ne faccio provvista per le ossa e l’umore. Allestisco dentro me un confortevole nido di scoiattoli per ammorbidire il tempo cattivo.

…. ho sempre freddo e fame, ma non è il cibo né gli indumenti caldi a mancarmi. Sto cercando di bastare a me stessa, eppure sembro non essere ancora abbastanza bastevole.

…. ho incontrato per strada una poesia che mi ha chiamato a sé, mentre le api andavano già a dormire. Invece le farfalle volano ancora, inconsapevoli del tepore ingannevole.

…. gli ultimi fiordalisi sfoggiano un indaco che ruba la scena al cielo, ritardatari o resilienti continuano a vestire prati dall’erba sempre più corta. Non serve molto per procurare bellezza agli occhi di chi sa dove cercare.

…. Huffington Post dice che cucinare dolci per gli altri è una pratica terapeutica e rilassante. Ho sempre saputo che il mio ti amo passa da una fetta di torta appena fatta.

…. i minuti scorrono troppo veloci, è tardi e mi ritrovo a correre un’altra volta. Prima o poi mi imbatterò nel traguardo da tagliare, ma non ho ancora capito quale sarà la ricompensa. Forse un buono di Amazon?

…. ieri due coccinelle rosa hanno passeggiato con me, sedute comode sulla mia mano. Ogni tanto si sgranchivano le zampe e mi facevano il solletico. È stata la carezza di cui avevo bisogno in quel momento.

…. ho visto un gatto di pelo rosso, morto nel mezzo di un campo di pannocchie mature. Domani la trebbiatrice lo schiaccerà, impastandolo alla terra senza neppure farci caso. A primavera in quel punto nasceranno fiori di campo. Nulla va sprecato, neppure la vita più piccola.

mela stregata

danbo sleep

fonte: web

Ci sono giorni in cui mi sembra davvero di aver inghiottito un boccone di mela stregata e l’unica cosa che vorrei fare è addormentarmi.

E’ un periodo un po’ complicato, mi dibatto tra conflitti interiori, voglia di arrendermi, archiviare tutto quello che mi circonda, gettare il buonsenso alle ortiche, chiudere con il mondo e dormire.

Sono tormentata, ho voglia di fare una pausa, mettere a riposo il blog e scordarmi di lui. D’altro canto nutro troppo amore per questo piccolo giardino segreto, che fiorisce in un suo modo curiosamente autonomo, e non vorrei proprio vederlo appassire.

Sono di nuovo la ballerina acrobata sul filo della ciclotimia, sto di nuovo ondeggiando pericolosamente, troppi cambiamenti repentini mettono a dura prova il mio equilibrio e ho quasi esaurito il mio spirito di adattamento.

Ho voglia di calma e pace, di non perdere tempo ad arrabbiarmi, di smettere di impacchettare la mia vita in una valigia da portarmi sempre appresso. Ho voglia di coprirmi la testa con una copertina morbida, chiudere gli occhi e non pensare, non pensare mai più.

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credits: Maia Flore – Sleep Elevations

Ho radici molto profonde che mi ancorano al terreno, grandi fittoni nodosi in cui scorre la linfa del buon senso, delle consuetudini, del perbenismo sociale e quel benedetto primo passo, che è l’inizio di ogni viaggio, è difficile da compiere se quintali di fango ti impastoiano le caviglie.

Mi piacerebbe legare mani e piedi ad un mazzo di palloncini colorati e provare a volare nell’aria, addormentata, inconsapevole di me stessa, la testa svuotata dai pensieri, alla ricerca finalmente di quella leggerezza che mi sono vietata di assaggiare finora.

Un giorno alla volta di cui aver paura, un passo alla volta e se proprio non riesci galleggia. Questo è ciò che vado ripetendomi come un mantra.

Ma è difficile, è così difficile mettere in pratica i buoni propositi. E’ più semplice impallidire nelle proprie consuete insicurezze, continuare a fare le prove e non andare mai in scena veramente.

Ho un incipit nella testa che non vuole lasciarmi andare, mi punzecchia perchè lo degni della mia attenzione, mentre io sto facendo di tutto per ignorarlo. Potrebbe essere la porta per una vita nuova, il vero cambiamento che sto aspettando da tempo ma che, allo stesso modo, temo e spero non arrivi mai.

Per guardare nel vuoto ci vuole tanto coraggio e forse è meno pericoloso chiudere gli occhi, dormire e sognare di possederlo, un po’ di quel coraggio.

Ascoltando Asleep

Sing me to sleep
Sing me to sleep
I’m tired and I
I want to go to bed

Sing me to sleep
Sing me to sleep
And then leave me alone
Don’t try to wake me in the morning
‘Cause I will be gone
Don’t feel bad for me
I want you to know
Deep in the cell of my heart
I will feel so glad to go

Sing me to sleep
Sing me to sleep
I don’t want to wake up
On my own anymore

Sing to me
Sing to me
I don’t want to wake up
On my own anymore

Don’t feel bad for me
I want you to know
Deep in the cell of my heart
I really want to go

There is another world
There is a better world
Well, there must be
Well, there must be
Well, there must be
Well, there must be
Well…

Bye bye
Bye bye
Bye…

“una mattina mi sono svegliata e ho cominciato a vivere, a camminare”

Sto leggendo un libro da molto tempo ormai, sorseggiandolo quasi parola per parola, con studiata lentezza, per non finirlo troppo presto e prolungare il piacere che mi offre.

Ho preso in prestito, per il titolo del post, una piccola ma bellissima frase trovata al suo interno.

E’ un meraviglioso dialogo sull’amore, due donne ed un uomo che raccontano il loro triangolo amoroso, ognuno dal proprio punto di vista, arricchendo ad ogni pagina la storia dei dettagli mancanti, dei particolari sottaciuti, della personale sofferenza.

C’è un brano che mi ha folgorata a tal punto da compiere un gesto fuori dalla mia logica, ho contrassegnato la pagina, proprio io che odio orecchie e sottolineature e amo i libri levigati e intonsi, quasi vergini.

Avrei voluto scrivere un post su questo brano, una volta terminata la lettura, ma oggi è successa una cosa bizzarra.

Mi è arrivata per mail una di quelle sciocche catene, cui non rispondo mai ma che mi diverte leggere, e sono scoppiata a ridere di sorpresa perché non potevo credere ai miei occhi.

C’è una persona, cui riservo un posto speciale nel mio cuore e nella mia stima, che mi ripete come un mantra che “niente è per caso”, che yin e yang, bianco e nero possono anzi devono esistere per mantenere l’equilibrio.

Ecco, oggi ho pensato che forse (ma solo forse, non inorgoglirti troppo) la sua visione è quella giusta.

So, this is also for you dear……..

fonte: casa mia

Vuoi che te la dica?…

Non ne soffrirai?…

Riuscirai a sopportarlo?…

Ebbene sì, io ci sono riuscita. Ma non mi piace dirla a nessuno, non mi piace privare le persone dei loro ideali, della fede riposta in un meraviglioso inganno, dal quale derivano tante sofferenze ma anche tanti splendori: gesta eroiche, opere d’arte, prodigiose imprese dell’ingegno umano. Tu adesso stai vivendo proprio in questo stato d’animo. Nonostante ciò, vuoi che te lo dica?…

D’accordo, se proprio insisti. Ma poi non prendertela con me. Vedi, cara, il Signore mi ha colpito duramente, ma al tempo stesso ha voluto farmi un grande dono facendomi scoprire questa verità – e io sono riuscita a sopportarla senza morirne. Che cosa ho scoperto?… Ho scoperto, mia cara, che la persona giusta non esiste.

Un giorno mi sono svegliata, mi sono messa a sedere sul letto e ho sorriso. Non sentivo più alcun dolore. E improvvisamente ho capito che non c’è nessuna persona giusta. Non esiste né in terra né in cielo né da nessun’altra parte, puoi starne certa. Esistono soltanto le persone, e in ognuna c’è un pizzico di quella giusta, ma in nessuna c’è tutto quello che ci aspettiamo e speriamo. Nessuna racchiude in sé tutto questo, e non esiste quella certa figura, l’unica, la meravigliosa, la sola che potrà darci la felicità. Esistono soltanto delle persone, e in ognuna ci sono scorie e raggi di luce, tutto… Lazar lo sapeva, quando ci salutammo sulla porta di casa sua, eppure era rimasto in silenzio e sorrideva, perchè avevo detto che avrei trovato io quella giusta per mio marito. Lui lo sapeva bene che non esiste da nessuna parte…

Come?… Vuoi sapere perché mi sono messa a piangere quando l’ho visto? Se è vero che l’uomo giusto non esiste, che tutto è finito e sono completamente guarita, perché ho incominciato a incipriarmi il naso appena ho sentito che conserva ancora quel portafogli di coccodrillo marrone? Mah, fammi pensare. Forse posso risponderti.

Ho incominciato a incipriarmi il naso per l’imbarazzo, perché sarà anche vero che quello giusto non esiste e le illusioni svaniscono, ma io lo amo – e questa è un’altra cosa.

(Marika – Parte Prima)

Ed ecco la mail che ho ricevuto stamane.

Esiste una persona che, se ti fermi un attimo a pensare, è in realtà la persona sbagliata. Perché la persona giusta fa tutto giusto: arriva puntuale, dice le cose giuste, fa le cose giuste… ma non è che abbiamo sempre bisogno delle cose giuste.
La persona sbagliata ti fa perdere la testa, fare pazzie, scappare il tempo, morire d’amore. Verrà il giorno in cui la persona sbagliata non ti cercherà e sarà proprio in quel momento in cui vi incontrerete che il vostro donarsi l’un l’altro sarà più vero.
La persona sbagliata è, in realtà, quello che la gente definisce una persona giusta.
Quella persona ti farà piangere, ma un’ora dopo ti asciugherà le lacrime.
Quella persona ti farà perdere il sonno, ma ti darà, in cambio, una notte d’amore indimenticabile.
Quella persona forse ti ferisce e dopo ti riempie di gentilezze chiedendo il tuo perdono. Quella persona potrà anche non essere sempre al tuo fianco, ma ti penserà in continuazione.
E’ bene che ci sia una persona sbagliata per ognuno di noi.

Ascoltando

Citazioni&Riflessioni

“Lo sai perchè hai l’ulcera? Perchè hai solo due forme di comunicazione: il silenzio e la rabbia”

dal film Prima di mezzanotte

credits: Arthur Tress – Girl with dunce cap

Mi diverte leggere le citazioni poste sulla prima pagina dei libri.

Talvolta si addicono perfettamente al contenuto, in altri casi risultano più criptiche e mi lasciano con un dubbio irrisolto.

Saranno state scelte perché in qualche modo amate dall’autore, evocative di un percorso di vita che non ci è dato conoscere, o semplicemente per far sfoggio di erudizione e colpire il lettore con una trovata d’ingegno?

Il mio professore di latino e italiano del liceo, da noi chiamato con spregio “Il Beppe”, mente geniale, pungente e sardonica ma un vero bastardo, parlandone da vivo, mi ha insegnato a modo suo l’importanza dell’uso corretto delle citazioni.

Ricordo un votaccio per aver attribuito erroneamente una citazione latina di Plauto, buttata a caso in un tema a sostegno di un’argomentazione troppo debole.

“Contenuto discreto ma impari ad essere umile e a citare le fonti corrette. Questo le costa due punti in meno”

La citazione che ho riportato all’inizio, benché non sappia ancora se calzerà con il resto di questo post già abbastanza confuso, non è una semplice boutade. Mi piace e molto spesso, per fortuna non sempre, contraddistingue il modo in cui mi rapporto al mondo, al pari della varietà espressiva di Clint Eastwood negli spaghetti western: con il sigaro o senza sigaro.

Nelle ultime settimane mi sto sorprendendo meno arrabbiata con il mondo intero, sensazione che mi lascia interdetta e mi fa stare sulle spine.

Ho passato buona parte della mia vita emotiva in allarme rosso, scrutando come una vedetta in attesa delle vele nere, l’odore del pericolo incombente sulla testa come un nuvolone grigio di grandine.

Ora mi guardo attorno e mi chiedo perché le cose mi colpiscono meno profondamente, perché la rabbia dura così poco e scivola via come gocce d’acqua dal piumaggio di un’anatra.

Sto diventando più fatalista, invecchio o è solo il caldo che mi toglie le forze?

Mi sento un pugile che, nonostante abbia perso ai punti, ha ancora in corpo così tanta adrenalina da augurarsi un knock-out liberatorio.

Lavoro in un paesone ai margini di un grande capoluogo industriale, conosco bene praticamente tutti gli abitanti, direi negli aspetti più personali e delicati della loro vita, dato il lavoro che faccio.

La gente mi chiama per nome, mi saluta per strada, mi ferma per chiedere consigli, mi offre il caffè al bar. A tratti è confortante ma tanto faticoso, mi obbliga ad indossare sempre la livrea professionale, ad essere lucida e presente a me stessa anche quando vorrei solo buio e silenzio.

Ho un collega giovane con cui ho un rapporto a dir poco burrascoso e movimentato.

Per un periodo, molto breve peraltro, siamo anche stati amici ma qualcosa si è guastato ed ora sembriamo due acrobati alle estremità di un asse, in equilibrio precario sulla capocchia di uno spillo, impugnando ciascuno un coltello da lancio anziché un ombrellino.

Se uno dei due si avvicina troppo ruzzoliamo a terra entrambi, facendoci molto male, quindi non resta che tenerci d’occhio da lontano, mantenendo le posizioni di sicurezza.

Pochi giorni fa si commentava l’ennesima storia di corna, moglie tradita, quattro figli di cui tre con problemi di salute, marito che conosce una donna in chat e in fretta e furia va a prendersela in Sudamerica, i piccioncini che girano abbracciati per il paese.

Brutta storia davvero, squallida e triste, che lascia l’amaro in bocca e la sensazione che davvero tutto valga così poco da essere gettato alle ortiche, senza pensarci su nemmeno un momento.

CollegaGiovane pontificava indignato sul marito “non capisco”, “mi fa schifo”, “persone così non meritano di esistere”, “io non farò mai una cosa del genere”.

Per un po’ l’ho lasciato parlare, poi ho detto alcune cose che, benché liquidate da lui con una scrollata di spalle e un’occhiata di compatimento alla povera stupida in premenopausa, mi hanno dato parecchio su cui riflettere.

Gli ho detto che prima di trinciare giudizi bisognerebbe conoscere il vissuto e le circostanze che portano una persona a compiere un gesto del genere; che l’aver commesso un’azione orribile non significa che il suo autore sia una persona totalmente orribile; che quasi mai il torto o la ragione stanno da una sola parte; che a volte la gravidanza, il parto, l’attenzione esclusiva al benessere dei figli possono portare le donne a dimenticare il loro ruolo di mogli e compagne, per diventare esclusivamente madri, creando una sensazione di abbandono nell’uomo il quale, diciamocelo francamente, non è il vero sesso forte della coppia e diventa sensibile alle moine di una qualunque gatta randagia, capace di farlo sentire al centro dell’universo.

Mentre parlavo mi sono resa conto che per la prima volta ero stata in grado di mettermi dalla parte del torto, entrare in sintonia empatica con il colpevole e parlare in suo favore.

Ho compreso che le frasi “per sempre” e “non farò mai” sono tanto teoriche quanto irrealizzabili. L’assoluto non esiste, siamo creature fallibili, a volte ingorde, frettolose e inconsistenti, dobbiamo accontentarci del compromesso, dei colori sfumati, del “più che potrò” e del “farò del mio meglio”, dobbiamo mediare ogni giorno tra i nostri desideri e ciò che la sorte è davvero in grado di offrirci, tenendo a mente che l’inganno è solo in parte vita e prima o poi tutti dovremo confrontarci con i nostri sbagli.

Il vero grande errore è l’incapacità di comunicare un disagio, un bisogno di attenzione, un personale senso di solitudine a chi ci sta accanto, è la sfiducia nelle doti di ascolto e comprensione dell’altro ed è il pensare di risolvere ogni problema dando un colpo di spugna alla vecchia vita, ricominciare da capo fuggendo, dimentichi del cumulo di macerie che ci si lascia alle spalle.

Mi sono resa conto che fino a poco tempo fa non avrei mai detto cose del genere, anzi mi sarei infuocata di sdegno ed indignazione pasionaria, sarei stata tra quelli che puntano il dito e sputano sentenze con voce astiosa.

Questo mi lascia perplessa, mi fa sentire irrisolta, perennemente in costruzione e senza certezze.

Davvero questa è la maturità? Sto diventando grande ed equilibrata o solo accidiosa e cinica perchè, ad uno sguardo più attento, degli altri non mi importa nulla?

Ballando questa ad alto volume

Per rendere “Il Beppe” fiero di me, ringrazio la mitica dott.ssa Bailey di Grey’s Anatomy, Dino Abbrescia in “Se devo essere sincera”, i Marta sui tubi e ovviamente Sergio Leone per la paternità delle altre citazioni sparse nel post.

A pennello

Per prima cosa devo ringraziare due blogger così gentili da avermi nominato per il Liebster Award.

Grazie a settembre81 e a Lunatica per aver pensato a me, sono felicissima di questa candidatura e sorrido al pensiero che lo scorso anno in questo periodo impazzava la “febbre” degli award e avrei voluto tanto riceverlo, pur non avendone la minima possibilità!

Oggi vorrei poter accettare il premio ma la mia onestà mi impone di rifiutare, perchè ho più (poco più a dire il vero) di duecento followers.

Il solo fatto di essere stata nominata è già motivo di vanto quindi grazie davvero! ❤ ❤

manichino

fonte: web

E’ un periodo strano questo, insipido come il pane sciapo.

Sono annoiata da me stessa, mi sembra di galleggiare in una fanghiglia tiepida e appiccicosa che frena i movimenti.

Anche pensare è diventato difficile, infatti non scrivo da un po’.

Sono andata a vedere la bellissima mostra di Boldini, mi sono coccolata con un weekend in beautyfarm, ho fatto un’escursione in montagna, leggo libri, vedo film, ascolto musica, ho sperimentato piatti nuovi, sono andata ad un festival di musica occitana, insomma dovrei avere qualcosa da dire!

Invece no.

Prendo appunti, penso, cerco di pescare nel mio cervello qualcosa che valga la pena di dire ma le idee mi scivolano via dalle dita, cerco di afferrarle ma perdo sempre io.

Sono sbadata, distratta, mi faccio male, non volontariamente ma in modo casuale.

Cado, mi strappo, ho lividi dappertutto su gambe e braccia e anche adesso, mentre sto scrivendo, ho la borsa del ghiaccio sul piede sinistro; lo scontro con la gamba del tavolo si è rivelato più duro del previsto per le mie dita.

Sto alla larga da coltelli e strumenti appuntiti……non si sa mai e ci tengo ad avere tutti i pezzi al loro posto ancora per un po’.

Mi sento un disastro ambulante e forse lo sono.

Sospiro, forte e di frequente, mi sembra che buttare fuori l’aria in qualche modo mi alleggerisca da un peso immaginario ma così tangibile da essere doloroso.

Mi guardo schifata allo specchio e penso che almeno sono pulita e in ordine, al resto penserò poi.

 Spendo soldi, mi vergogno un po’ a dirlo anche se me li guadagno tutti da sola, per riempire malamente il vuoto che sento.

Compro borse, scarpe, qualche gioiello fasullo buono solo per ingannare le gazze. Mi rivesto di inutili orpelli da casalinga disperata e aspetto, che cosa non lo so, ma questo è un dettaglio.

L’altro giorno ero contenta perchè le mie scarpe nuove, appena arrivate, mi stavano come un guanto.

E’ bello sentirsi da subito a proprio agio, niente che tira o fa male perchè troppo stretto, solo la piacevole sensazione di stare comodi.

Allora ho pensato che almeno una volta vorrei calzarmi a pennello, accomodarmi nella mia pelle con voluttà, guardarmi dentro e pensare che finalmente tutto è al suo posto, niente è troppo stretto o troppo largo, non ci sono modifiche da fare, nessuna pezza da mettere, nessuno strappo da rammendare.

Ogni aggettivo che mi caratterizza è sempre accompagnato da un troppo davanti, troppo bassa, troppo grassa, troppo seria, troppo pessimista, troppo generosa, troppo intelligente, troppo fiduciosa, troppo timida, troppo idealista. Per una volta invece vorrei sentirmi giusta, nè troppo nè poco, solo giusta.

Per ora sono qui, con una tazza di tè speziato e il piede che pulsa, goffa come non mai, a scrivere scempiaggini a tarda ora con la compagnia della mia playlist preferita su Spotify.

Almeno è un inizio, quattro parole superficiali contro il vuoto di senso.

Voglio calzarmi a pennello, voglio una pelle splendida.

Magazzino 18

Magazzino18Sono appassionata di teatro di prosa da molti anni.

Ogni autunno, non appena arriva la locandina della nuova stagione teatrale, io e Marito leggiamo, discutiamo, patteggiamo il numero di spettacoli da inserire nell’abbonamento “quello l’abbiamo già visto…….davvero? non mi ricordo!………ma si dai, come non ti ricordi c’era Pagni, Lavia, Orsini………”, ogni volta è bello ricordare le emozioni provate, gli attori, tanti, che abbiamo imparato ad apprezzare, gli autori spesso giovani e sconosciuti che ci hanno riservato sorprese entusiasmanti.

Ho visto spettacoli noiosi ed altri indimenticabili, alcuni creati apposta per fare cassetto, con nomi di gran prestigio, ma deboli e deludenti alla prova dei fatti, altri invece con compagnie giovani, autori sconosciuti e provocatori, così coinvolgenti da continuare anno dopo anno a seguirli e a cercarli in cartellone.

Sono una spettatrice “fredda”, le mie emozioni sono contenute, preferisco tenerle dentro, non mi spello le mani per applaudire, non grido bravo, non batto i piedi, non faccio gridolini di entusiasmo, non tengo come ricordo i biglietti degli spettacoli visti, non ho bisogno di feticci.

Almeno non fino a Magazzino 18.

Ho applaudito a scena aperta più e più volte, ho riso, ho cantato, ho pianto, mi sono indignata e alla fine sono scattata in piedi, come le centinaia di altre persone che mi circondavano e ho sentito l’emozione e la commozione che ci investivano tutti all’unisono.

Mi sono accorta che sarebbe stato uno spettacolo diverso già nel foyer, prima dell’apertura delle sale.

Chi è abbonato di lungo corso ha imparato a conoscersi di vista, c’è la signora che arriva da sola, sempre con un libro in mano, ed è la prima ad aspettare che la maschera sollevi il cordone d’ingresso, il gruppo di amiche che spettegola allegramente, la professoressa di lettere che accompagna un gruppo di studenti, la coppia di anziani con l’apparecchio acustico che fischia, un signore barbuto sempre elegantissimo che siede in prima fila, forse un critico, e stringe la mano agli interpreti a fine spettacolo.

Quella domenica pomeriggio c’era un’atmosfera strana, quasi elettrica, e tante persone anziane, alcune visibilmente affaticate nel camminare, facce nuove, mai viste prima, che scalpitavano per accedere alla platea in una coda indisciplinata.

E’ stato uno spettacolo totalmente differente da ciò cui ero abituata, un pubblico irrequieto, commenti ad alta voce, esclamazioni indignate, tanti flash di foto rubate, singhiozzi sommessi e lacrime.

Non ci sono state contestazioni ma una partecipazione sofferta e rumorosa.

Ho compreso che molti degli spettatori più anziani venuti a vedere lo spettacolo avevano davvero vissuto le vicende narrate, erano gli esuli istriani.

Dopo lo spettacolo ho voluto capire di più, ho cercato di leggere in modo critico le informazioni che avevo ricevuto. Certo non posso dire che tutto debba essere preso per oro colato, sicuramente alcune cose possono essere state edulcorate o adattate per esigenze sceniche. Ho letto in rete critiche estremamente feroci, contestazioni e polemiche, ma ho anche visto con i miei occhi il pubblico partecipare, piangere ed emozionarsi e non penso che tutti quanti siamo stati vittima di un’allucinazione collettiva, che sia stata solo una furba operazione mediatica ad averci deviato dalla retta via del buonsenso.

Mi sono vergognata perchè non sapevo quasi niente di quella vicenda, perchè Slovenia e Croazia in me destavano solo il ricordo di belle vacanze estive, perchè non avevo idea di cosa fosse il Treno della vergogna, perchè nessun giornalista, per quanto in buona fede e sorretto dal suo credo politico, avrebbe dovuto scrivere una cosa del genere parlando di italiani ad altri italiani

“Oggi si parla ancora di profughi…..
Non riusciremo mai a  considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori . I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano la nostra solidarietà, né hanno diritto a rubarci  pane e spazio che sono così scarsi. Questi relitti repubblichini che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare al loro paese d’origine perché temono di incontrarsi con le loro vittime , siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, devono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare iugoslava e che si presentano qui da noi in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio, hanno scavato un solco profondo tra due popoli. Aiutare e proteggere costoro, non significa essere solidali, significa farsi complici.
Essi sono indotti a fuggire, incalzati dal fantasma di un terrorismo che non esiste” (Pietro Montagnani, L’Unità, 30 novembre 1947)

Se poi guardiamo la cronaca di tutti i giorni, tra sbarchi, intolleranza, disperati che preferiscono morire cercando di sfuggire alla morte certa dei loro paesi, campi profughi o lager legalizzati, alla fine non è che questa umanità sia cambiata poi molto.

Damnatio memoriae, a partire dagli antichi romani è tutt’ora uno sport praticato da molti regimi, non ultimi quei buontemponi dell’Isis. D’altra parte è più facile odiare il diverso anzichè cercare di capirlo e cancellarne la memoria anzichè arricchire la propria cultura con la diversità.

A poche ore dalle celebrazioni di un giorno che simboleggia il nostro diritto di essere liberi, di scegliere chi vogliamo essere senza costrizioni, chiudo queste riflessioni senza alcun intento polemico augurando a tutti di sentirsi sempre liberi di parlare, di confrontarsi, di dissentire e perchè no di mandare a quel paese anche me, se così vi piace!

Buona libertà!