mela stregata

danbo sleep

fonte: web

Ci sono giorni in cui mi sembra davvero di aver inghiottito un boccone di mela stregata e l’unica cosa che vorrei fare è addormentarmi.

E’ un periodo un po’ complicato, mi dibatto tra conflitti interiori, voglia di arrendermi, archiviare tutto quello che mi circonda, gettare il buonsenso alle ortiche, chiudere con il mondo e dormire.

Sono tormentata, ho voglia di fare una pausa, mettere a riposo il blog e scordarmi di lui. D’altro canto nutro troppo amore per questo piccolo giardino segreto, che fiorisce in un suo modo curiosamente autonomo, e non vorrei proprio vederlo appassire.

Sono di nuovo la ballerina acrobata sul filo della ciclotimia, sto di nuovo ondeggiando pericolosamente, troppi cambiamenti repentini mettono a dura prova il mio equilibrio e ho quasi esaurito il mio spirito di adattamento.

Ho voglia di calma e pace, di non perdere tempo ad arrabbiarmi, di smettere di impacchettare la mia vita in una valigia da portarmi sempre appresso. Ho voglia di coprirmi la testa con una copertina morbida, chiudere gli occhi e non pensare, non pensare mai più.

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credits: Maia Flore – Sleep Elevations

Ho radici molto profonde che mi ancorano al terreno, grandi fittoni nodosi in cui scorre la linfa del buon senso, delle consuetudini, del perbenismo sociale e quel benedetto primo passo, che è l’inizio di ogni viaggio, è difficile da compiere se quintali di fango ti impastoiano le caviglie.

Mi piacerebbe legare mani e piedi ad un mazzo di palloncini colorati e provare a volare nell’aria, addormentata, inconsapevole di me stessa, la testa svuotata dai pensieri, alla ricerca finalmente di quella leggerezza che mi sono vietata di assaggiare finora.

Un giorno alla volta di cui aver paura, un passo alla volta e se proprio non riesci galleggia. Questo è ciò che vado ripetendomi come un mantra.

Ma è difficile, è così difficile mettere in pratica i buoni propositi. E’ più semplice impallidire nelle proprie consuete insicurezze, continuare a fare le prove e non andare mai in scena veramente.

Ho un incipit nella testa che non vuole lasciarmi andare, mi punzecchia perchè lo degni della mia attenzione, mentre io sto facendo di tutto per ignorarlo. Potrebbe essere la porta per una vita nuova, il vero cambiamento che sto aspettando da tempo ma che, allo stesso modo, temo e spero non arrivi mai.

Per guardare nel vuoto ci vuole tanto coraggio e forse è meno pericoloso chiudere gli occhi, dormire e sognare di possederlo, un po’ di quel coraggio.

Ascoltando Asleep

Sing me to sleep
Sing me to sleep
I’m tired and I
I want to go to bed

Sing me to sleep
Sing me to sleep
And then leave me alone
Don’t try to wake me in the morning
‘Cause I will be gone
Don’t feel bad for me
I want you to know
Deep in the cell of my heart
I will feel so glad to go

Sing me to sleep
Sing me to sleep
I don’t want to wake up
On my own anymore

Sing to me
Sing to me
I don’t want to wake up
On my own anymore

Don’t feel bad for me
I want you to know
Deep in the cell of my heart
I really want to go

There is another world
There is a better world
Well, there must be
Well, there must be
Well, there must be
Well, there must be
Well…

Bye bye
Bye bye
Bye…

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“una mattina mi sono svegliata e ho cominciato a vivere, a camminare”

Sto leggendo un libro da molto tempo ormai, sorseggiandolo quasi parola per parola, con studiata lentezza, per non finirlo troppo presto e prolungare il piacere che mi offre.

Ho preso in prestito, per il titolo del post, una piccola ma bellissima frase trovata al suo interno.

E’ un meraviglioso dialogo sull’amore, due donne ed un uomo che raccontano il loro triangolo amoroso, ognuno dal proprio punto di vista, arricchendo ad ogni pagina la storia dei dettagli mancanti, dei particolari sottaciuti, della personale sofferenza.

C’è un brano che mi ha folgorata a tal punto da compiere un gesto fuori dalla mia logica, ho contrassegnato la pagina, proprio io che odio orecchie e sottolineature e amo i libri levigati e intonsi, quasi vergini.

Avrei voluto scrivere un post su questo brano, una volta terminata la lettura, ma oggi è successa una cosa bizzarra.

Mi è arrivata per mail una di quelle sciocche catene, cui non rispondo mai ma che mi diverte leggere, e sono scoppiata a ridere di sorpresa perché non potevo credere ai miei occhi.

C’è una persona, cui riservo un posto speciale nel mio cuore e nella mia stima, che mi ripete come un mantra che “niente è per caso”, che yin e yang, bianco e nero possono anzi devono esistere per mantenere l’equilibrio.

Ecco, oggi ho pensato che forse (ma solo forse, non inorgoglirti troppo) la sua visione è quella giusta.

So, this is also for you dear……..

fonte: casa mia

Vuoi che te la dica?…

Non ne soffrirai?…

Riuscirai a sopportarlo?…

Ebbene sì, io ci sono riuscita. Ma non mi piace dirla a nessuno, non mi piace privare le persone dei loro ideali, della fede riposta in un meraviglioso inganno, dal quale derivano tante sofferenze ma anche tanti splendori: gesta eroiche, opere d’arte, prodigiose imprese dell’ingegno umano. Tu adesso stai vivendo proprio in questo stato d’animo. Nonostante ciò, vuoi che te lo dica?…

D’accordo, se proprio insisti. Ma poi non prendertela con me. Vedi, cara, il Signore mi ha colpito duramente, ma al tempo stesso ha voluto farmi un grande dono facendomi scoprire questa verità – e io sono riuscita a sopportarla senza morirne. Che cosa ho scoperto?… Ho scoperto, mia cara, che la persona giusta non esiste.

Un giorno mi sono svegliata, mi sono messa a sedere sul letto e ho sorriso. Non sentivo più alcun dolore. E improvvisamente ho capito che non c’è nessuna persona giusta. Non esiste né in terra né in cielo né da nessun’altra parte, puoi starne certa. Esistono soltanto le persone, e in ognuna c’è un pizzico di quella giusta, ma in nessuna c’è tutto quello che ci aspettiamo e speriamo. Nessuna racchiude in sé tutto questo, e non esiste quella certa figura, l’unica, la meravigliosa, la sola che potrà darci la felicità. Esistono soltanto delle persone, e in ognuna ci sono scorie e raggi di luce, tutto… Lazar lo sapeva, quando ci salutammo sulla porta di casa sua, eppure era rimasto in silenzio e sorrideva, perchè avevo detto che avrei trovato io quella giusta per mio marito. Lui lo sapeva bene che non esiste da nessuna parte…

Come?… Vuoi sapere perché mi sono messa a piangere quando l’ho visto? Se è vero che l’uomo giusto non esiste, che tutto è finito e sono completamente guarita, perché ho incominciato a incipriarmi il naso appena ho sentito che conserva ancora quel portafogli di coccodrillo marrone? Mah, fammi pensare. Forse posso risponderti.

Ho incominciato a incipriarmi il naso per l’imbarazzo, perché sarà anche vero che quello giusto non esiste e le illusioni svaniscono, ma io lo amo – e questa è un’altra cosa.

(Marika – Parte Prima)

Ed ecco la mail che ho ricevuto stamane.

Esiste una persona che, se ti fermi un attimo a pensare, è in realtà la persona sbagliata. Perché la persona giusta fa tutto giusto: arriva puntuale, dice le cose giuste, fa le cose giuste… ma non è che abbiamo sempre bisogno delle cose giuste.
La persona sbagliata ti fa perdere la testa, fare pazzie, scappare il tempo, morire d’amore. Verrà il giorno in cui la persona sbagliata non ti cercherà e sarà proprio in quel momento in cui vi incontrerete che il vostro donarsi l’un l’altro sarà più vero.
La persona sbagliata è, in realtà, quello che la gente definisce una persona giusta.
Quella persona ti farà piangere, ma un’ora dopo ti asciugherà le lacrime.
Quella persona ti farà perdere il sonno, ma ti darà, in cambio, una notte d’amore indimenticabile.
Quella persona forse ti ferisce e dopo ti riempie di gentilezze chiedendo il tuo perdono. Quella persona potrà anche non essere sempre al tuo fianco, ma ti penserà in continuazione.
E’ bene che ci sia una persona sbagliata per ognuno di noi.

Ascoltando

Citazioni&Riflessioni

“Lo sai perchè hai l’ulcera? Perchè hai solo due forme di comunicazione: il silenzio e la rabbia”

dal film Prima di mezzanotte

credits: Arthur Tress – Girl with dunce cap

Mi diverte leggere le citazioni poste sulla prima pagina dei libri.

Talvolta si addicono perfettamente al contenuto, in altri casi risultano più criptiche e mi lasciano con un dubbio irrisolto.

Saranno state scelte perché in qualche modo amate dall’autore, evocative di un percorso di vita che non ci è dato conoscere, o semplicemente per far sfoggio di erudizione e colpire il lettore con una trovata d’ingegno?

Il mio professore di latino e italiano del liceo, da noi chiamato con spregio “Il Beppe”, mente geniale, pungente e sardonica ma un vero bastardo, parlandone da vivo, mi ha insegnato a modo suo l’importanza dell’uso corretto delle citazioni.

Ricordo un votaccio per aver attribuito erroneamente una citazione latina di Plauto, buttata a caso in un tema a sostegno di un’argomentazione troppo debole.

“Contenuto discreto ma impari ad essere umile e a citare le fonti corrette. Questo le costa due punti in meno”

La citazione che ho riportato all’inizio, benché non sappia ancora se calzerà con il resto di questo post già abbastanza confuso, non è una semplice boutade. Mi piace e molto spesso, per fortuna non sempre, contraddistingue il modo in cui mi rapporto al mondo, al pari della varietà espressiva di Clint Eastwood negli spaghetti western: con il sigaro o senza sigaro.

Nelle ultime settimane mi sto sorprendendo meno arrabbiata con il mondo intero, sensazione che mi lascia interdetta e mi fa stare sulle spine.

Ho passato buona parte della mia vita emotiva in allarme rosso, scrutando come una vedetta in attesa delle vele nere, l’odore del pericolo incombente sulla testa come un nuvolone grigio di grandine.

Ora mi guardo attorno e mi chiedo perché le cose mi colpiscono meno profondamente, perché la rabbia dura così poco e scivola via come gocce d’acqua dal piumaggio di un’anatra.

Sto diventando più fatalista, invecchio o è solo il caldo che mi toglie le forze?

Mi sento un pugile che, nonostante abbia perso ai punti, ha ancora in corpo così tanta adrenalina da augurarsi un knock-out liberatorio.

Lavoro in un paesone ai margini di un grande capoluogo industriale, conosco bene praticamente tutti gli abitanti, direi negli aspetti più personali e delicati della loro vita, dato il lavoro che faccio.

La gente mi chiama per nome, mi saluta per strada, mi ferma per chiedere consigli, mi offre il caffè al bar. A tratti è confortante ma tanto faticoso, mi obbliga ad indossare sempre la livrea professionale, ad essere lucida e presente a me stessa anche quando vorrei solo buio e silenzio.

Ho un collega giovane con cui ho un rapporto a dir poco burrascoso e movimentato.

Per un periodo, molto breve peraltro, siamo anche stati amici ma qualcosa si è guastato ed ora sembriamo due acrobati alle estremità di un asse, in equilibrio precario sulla capocchia di uno spillo, impugnando ciascuno un coltello da lancio anziché un ombrellino.

Se uno dei due si avvicina troppo ruzzoliamo a terra entrambi, facendoci molto male, quindi non resta che tenerci d’occhio da lontano, mantenendo le posizioni di sicurezza.

Pochi giorni fa si commentava l’ennesima storia di corna, moglie tradita, quattro figli di cui tre con problemi di salute, marito che conosce una donna in chat e in fretta e furia va a prendersela in Sudamerica, i piccioncini che girano abbracciati per il paese.

Brutta storia davvero, squallida e triste, che lascia l’amaro in bocca e la sensazione che davvero tutto valga così poco da essere gettato alle ortiche, senza pensarci su nemmeno un momento.

CollegaGiovane pontificava indignato sul marito “non capisco”, “mi fa schifo”, “persone così non meritano di esistere”, “io non farò mai una cosa del genere”.

Per un po’ l’ho lasciato parlare, poi ho detto alcune cose che, benché liquidate da lui con una scrollata di spalle e un’occhiata di compatimento alla povera stupida in premenopausa, mi hanno dato parecchio su cui riflettere.

Gli ho detto che prima di trinciare giudizi bisognerebbe conoscere il vissuto e le circostanze che portano una persona a compiere un gesto del genere; che l’aver commesso un’azione orribile non significa che il suo autore sia una persona totalmente orribile; che quasi mai il torto o la ragione stanno da una sola parte; che a volte la gravidanza, il parto, l’attenzione esclusiva al benessere dei figli possono portare le donne a dimenticare il loro ruolo di mogli e compagne, per diventare esclusivamente madri, creando una sensazione di abbandono nell’uomo il quale, diciamocelo francamente, non è il vero sesso forte della coppia e diventa sensibile alle moine di una qualunque gatta randagia, capace di farlo sentire al centro dell’universo.

Mentre parlavo mi sono resa conto che per la prima volta ero stata in grado di mettermi dalla parte del torto, entrare in sintonia empatica con il colpevole e parlare in suo favore.

Ho compreso che le frasi “per sempre” e “non farò mai” sono tanto teoriche quanto irrealizzabili. L’assoluto non esiste, siamo creature fallibili, a volte ingorde, frettolose e inconsistenti, dobbiamo accontentarci del compromesso, dei colori sfumati, del “più che potrò” e del “farò del mio meglio”, dobbiamo mediare ogni giorno tra i nostri desideri e ciò che la sorte è davvero in grado di offrirci, tenendo a mente che l’inganno è solo in parte vita e prima o poi tutti dovremo confrontarci con i nostri sbagli.

Il vero grande errore è l’incapacità di comunicare un disagio, un bisogno di attenzione, un personale senso di solitudine a chi ci sta accanto, è la sfiducia nelle doti di ascolto e comprensione dell’altro ed è il pensare di risolvere ogni problema dando un colpo di spugna alla vecchia vita, ricominciare da capo fuggendo, dimentichi del cumulo di macerie che ci si lascia alle spalle.

Mi sono resa conto che fino a poco tempo fa non avrei mai detto cose del genere, anzi mi sarei infuocata di sdegno ed indignazione pasionaria, sarei stata tra quelli che puntano il dito e sputano sentenze con voce astiosa.

Questo mi lascia perplessa, mi fa sentire irrisolta, perennemente in costruzione e senza certezze.

Davvero questa è la maturità? Sto diventando grande ed equilibrata o solo accidiosa e cinica perchè, ad uno sguardo più attento, degli altri non mi importa nulla?

Ballando questa ad alto volume

Per rendere “Il Beppe” fiero di me, ringrazio la mitica dott.ssa Bailey di Grey’s Anatomy, Dino Abbrescia in “Se devo essere sincera”, i Marta sui tubi e ovviamente Sergio Leone per la paternità delle altre citazioni sparse nel post.

A pennello

Per prima cosa devo ringraziare due blogger così gentili da avermi nominato per il Liebster Award.

Grazie a settembre81 e a Lunatica per aver pensato a me, sono felicissima di questa candidatura e sorrido al pensiero che lo scorso anno in questo periodo impazzava la “febbre” degli award e avrei voluto tanto riceverlo, pur non avendone la minima possibilità!

Oggi vorrei poter accettare il premio ma la mia onestà mi impone di rifiutare, perchè ho più (poco più a dire il vero) di duecento followers.

Il solo fatto di essere stata nominata è già motivo di vanto quindi grazie davvero! ❤ ❤

manichino

fonte: web

E’ un periodo strano questo, insipido come il pane sciapo.

Sono annoiata da me stessa, mi sembra di galleggiare in una fanghiglia tiepida e appiccicosa che frena i movimenti.

Anche pensare è diventato difficile, infatti non scrivo da un po’.

Sono andata a vedere la bellissima mostra di Boldini, mi sono coccolata con un weekend in beautyfarm, ho fatto un’escursione in montagna, leggo libri, vedo film, ascolto musica, ho sperimentato piatti nuovi, sono andata ad un festival di musica occitana, insomma dovrei avere qualcosa da dire!

Invece no.

Prendo appunti, penso, cerco di pescare nel mio cervello qualcosa che valga la pena di dire ma le idee mi scivolano via dalle dita, cerco di afferrarle ma perdo sempre io.

Sono sbadata, distratta, mi faccio male, non volontariamente ma in modo casuale.

Cado, mi strappo, ho lividi dappertutto su gambe e braccia e anche adesso, mentre sto scrivendo, ho la borsa del ghiaccio sul piede sinistro; lo scontro con la gamba del tavolo si è rivelato più duro del previsto per le mie dita.

Sto alla larga da coltelli e strumenti appuntiti……non si sa mai e ci tengo ad avere tutti i pezzi al loro posto ancora per un po’.

Mi sento un disastro ambulante e forse lo sono.

Sospiro, forte e di frequente, mi sembra che buttare fuori l’aria in qualche modo mi alleggerisca da un peso immaginario ma così tangibile da essere doloroso.

Mi guardo schifata allo specchio e penso che almeno sono pulita e in ordine, al resto penserò poi.

 Spendo soldi, mi vergogno un po’ a dirlo anche se me li guadagno tutti da sola, per riempire malamente il vuoto che sento.

Compro borse, scarpe, qualche gioiello fasullo buono solo per ingannare le gazze. Mi rivesto di inutili orpelli da casalinga disperata e aspetto, che cosa non lo so, ma questo è un dettaglio.

L’altro giorno ero contenta perchè le mie scarpe nuove, appena arrivate, mi stavano come un guanto.

E’ bello sentirsi da subito a proprio agio, niente che tira o fa male perchè troppo stretto, solo la piacevole sensazione di stare comodi.

Allora ho pensato che almeno una volta vorrei calzarmi a pennello, accomodarmi nella mia pelle con voluttà, guardarmi dentro e pensare che finalmente tutto è al suo posto, niente è troppo stretto o troppo largo, non ci sono modifiche da fare, nessuna pezza da mettere, nessuno strappo da rammendare.

Ogni aggettivo che mi caratterizza è sempre accompagnato da un troppo davanti, troppo bassa, troppo grassa, troppo seria, troppo pessimista, troppo generosa, troppo intelligente, troppo fiduciosa, troppo timida, troppo idealista. Per una volta invece vorrei sentirmi giusta, nè troppo nè poco, solo giusta.

Per ora sono qui, con una tazza di tè speziato e il piede che pulsa, goffa come non mai, a scrivere scempiaggini a tarda ora con la compagnia della mia playlist preferita su Spotify.

Almeno è un inizio, quattro parole superficiali contro il vuoto di senso.

Voglio calzarmi a pennello, voglio una pelle splendida.

Magazzino 18

Magazzino18Sono appassionata di teatro di prosa da molti anni.

Ogni autunno, non appena arriva la locandina della nuova stagione teatrale, io e Marito leggiamo, discutiamo, patteggiamo il numero di spettacoli da inserire nell’abbonamento “quello l’abbiamo già visto…….davvero? non mi ricordo!………ma si dai, come non ti ricordi c’era Pagni, Lavia, Orsini………”, ogni volta è bello ricordare le emozioni provate, gli attori, tanti, che abbiamo imparato ad apprezzare, gli autori spesso giovani e sconosciuti che ci hanno riservato sorprese entusiasmanti.

Ho visto spettacoli noiosi ed altri indimenticabili, alcuni creati apposta per fare cassetto, con nomi di gran prestigio, ma deboli e deludenti alla prova dei fatti, altri invece con compagnie giovani, autori sconosciuti e provocatori, così coinvolgenti da continuare anno dopo anno a seguirli e a cercarli in cartellone.

Sono una spettatrice “fredda”, le mie emozioni sono contenute, preferisco tenerle dentro, non mi spello le mani per applaudire, non grido bravo, non batto i piedi, non faccio gridolini di entusiasmo, non tengo come ricordo i biglietti degli spettacoli visti, non ho bisogno di feticci.

Almeno non fino a Magazzino 18.

Ho applaudito a scena aperta più e più volte, ho riso, ho cantato, ho pianto, mi sono indignata e alla fine sono scattata in piedi, come le centinaia di altre persone che mi circondavano e ho sentito l’emozione e la commozione che ci investivano tutti all’unisono.

Mi sono accorta che sarebbe stato uno spettacolo diverso già nel foyer, prima dell’apertura delle sale.

Chi è abbonato di lungo corso ha imparato a conoscersi di vista, c’è la signora che arriva da sola, sempre con un libro in mano, ed è la prima ad aspettare che la maschera sollevi il cordone d’ingresso, il gruppo di amiche che spettegola allegramente, la professoressa di lettere che accompagna un gruppo di studenti, la coppia di anziani con l’apparecchio acustico che fischia, un signore barbuto sempre elegantissimo che siede in prima fila, forse un critico, e stringe la mano agli interpreti a fine spettacolo.

Quella domenica pomeriggio c’era un’atmosfera strana, quasi elettrica, e tante persone anziane, alcune visibilmente affaticate nel camminare, facce nuove, mai viste prima, che scalpitavano per accedere alla platea in una coda indisciplinata.

E’ stato uno spettacolo totalmente differente da ciò cui ero abituata, un pubblico irrequieto, commenti ad alta voce, esclamazioni indignate, tanti flash di foto rubate, singhiozzi sommessi e lacrime.

Non ci sono state contestazioni ma una partecipazione sofferta e rumorosa.

Ho compreso che molti degli spettatori più anziani venuti a vedere lo spettacolo avevano davvero vissuto le vicende narrate, erano gli esuli istriani.

Dopo lo spettacolo ho voluto capire di più, ho cercato di leggere in modo critico le informazioni che avevo ricevuto. Certo non posso dire che tutto debba essere preso per oro colato, sicuramente alcune cose possono essere state edulcorate o adattate per esigenze sceniche. Ho letto in rete critiche estremamente feroci, contestazioni e polemiche, ma ho anche visto con i miei occhi il pubblico partecipare, piangere ed emozionarsi e non penso che tutti quanti siamo stati vittima di un’allucinazione collettiva, che sia stata solo una furba operazione mediatica ad averci deviato dalla retta via del buonsenso.

Mi sono vergognata perchè non sapevo quasi niente di quella vicenda, perchè Slovenia e Croazia in me destavano solo il ricordo di belle vacanze estive, perchè non avevo idea di cosa fosse il Treno della vergogna, perchè nessun giornalista, per quanto in buona fede e sorretto dal suo credo politico, avrebbe dovuto scrivere una cosa del genere parlando di italiani ad altri italiani

“Oggi si parla ancora di profughi…..
Non riusciremo mai a  considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori . I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano la nostra solidarietà, né hanno diritto a rubarci  pane e spazio che sono così scarsi. Questi relitti repubblichini che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare al loro paese d’origine perché temono di incontrarsi con le loro vittime , siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, devono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare iugoslava e che si presentano qui da noi in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio, hanno scavato un solco profondo tra due popoli. Aiutare e proteggere costoro, non significa essere solidali, significa farsi complici.
Essi sono indotti a fuggire, incalzati dal fantasma di un terrorismo che non esiste” (Pietro Montagnani, L’Unità, 30 novembre 1947)

Se poi guardiamo la cronaca di tutti i giorni, tra sbarchi, intolleranza, disperati che preferiscono morire cercando di sfuggire alla morte certa dei loro paesi, campi profughi o lager legalizzati, alla fine non è che questa umanità sia cambiata poi molto.

Damnatio memoriae, a partire dagli antichi romani è tutt’ora uno sport praticato da molti regimi, non ultimi quei buontemponi dell’Isis. D’altra parte è più facile odiare il diverso anzichè cercare di capirlo e cancellarne la memoria anzichè arricchire la propria cultura con la diversità.

A poche ore dalle celebrazioni di un giorno che simboleggia il nostro diritto di essere liberi, di scegliere chi vogliamo essere senza costrizioni, chiudo queste riflessioni senza alcun intento polemico augurando a tutti di sentirsi sempre liberi di parlare, di confrontarsi, di dissentire e perchè no di mandare a quel paese anche me, se così vi piace!

Buona libertà!

I used to have a friend

Friendship-Quotes-1

fonte: web

La lingua inglese ha un modo del tutto peculiare per sintetizzare una verità importante in una piccola e, apparentemente, innocua allocuzione.

-I used to have a friend-

Com’è elegante, definitiva e implacabile questa frase.

Un tempo avevo un amico e ora non l’ho più.

E’ un rimpianto, un rimorso, una termite assassina che viene troppo spesso a bussare alla porta del mio cuore.

Avevo un amico, forse era L’AMICO, forse prima di lui non sapevo neppure cosa significasse questa parola.

E’ stato padre quando il mio mi aveva appena lasciato, il fratello grande che non ho mai avuto, è stato mentore, complice, sodale, compagno di viaggio, è stato tutto.

Abbiamo condiviso i pasti, fosse un pranzo di lusso al ristorante oppure un semplice tramezzino, dormito nella stessa stanza, usato le stesse lenzuola, ci siamo abbracciati, baciati, sfiorati, annusati, leccati, morsi e presi a pugni, per poi mostrare i reciproci lividi con fierezza.

Abbiamo riso e pianto assieme, bevuto champagne, mangiato caviale e foie gras e cioccolato, oh quanto magnifico cioccolato!

Abbiamo sperperato per regali pazzi, fingendo noncuranza da gran signori e percorso chilometri solo per vederci qualche minuto.

Siamo stati ore ed ore al telefono e milioni di parole, di email ed sms hanno intrecciato la corda che ci legava.

Ci siamo amati ferocemente, nel senso più puro e casto, e ci siamo odiati con distacco.

Ci siamo riappacificati con un sorriso, riso a crepapelle per le banalità più trite e guardato di malanimo chi osava intromettersi tra noi.

Ci bastava un soffio per capirci, uno sguardo, un gesto, una frase ammezzata.

I used to have a friend

C’è ancora, respira, vive, mangia, sorride ma non più per me nè con me.

Ho forzato una porta che doveva restare sbarrata, una verità inconfessabile si è dischiusa come i petali di un fiore velenoso tra di noi.

Mi sono sentita svilita, presa in giro, usata come paravento, un povero spaventapasseri, uno specchietto per le allodole.

Ero giovane, orgogliosa, impulsiva; vedevo la vita solo in bianco o nero, on oppure off, luce o buio pesto.

Non ho voluto o saputo comprendere, perdonare, accettare le sfumature caritatevoli del grigio, accontentarmi del relativo quando volevo l’assoluto.

Che non esiste, ora lo so.

Tutto quell’amore, quella magnifica energia si sono spenti, come uno stoppino troppo corto, soffocato da un’onda di cera liquida.

Niente è stato più come prima, solo il gelo ha preso il sopravvento.

Sono rimasta ad osservare lo sfacelo di un’amicizia che credevo granitica e incorruttibile, sono scappata con il mio dolore e i miei rimpianti senza poter fare nulla per rimediare.

Non ho voluto tappare con inutili cerotti una ferita che non si sarebbe rimarginata, facendo finta di non notare la sua presenza.

Di tanto in tanto mi concedo di guardare cambiare la sua foto del profilo. E’ ingrassato, sorride, quella maglia gli sta bene, è sempre il solito scemo, guarda un po’ quanti capelli ha perso!

Ho inghiottito d’un fiato una medicina molto amara, come fanno tutte le brave bambine giudiziose.

Ho imparato che nessuno può avvicinarsi oltre un certo limite, ho fatto mia l’arte di erigere barriere, mi sono abituata ai morsi della delusione.

Almeno mi ero illusa che fosse così, ci speravo e invece, guarda un po’ che stupida, ci stavo ricascando.

Mi sono fermata in tempo, ho sentito solo una piccola bruciatura nell’anima ma, a ben guardare, non si è formata neanche la vescica.

Neppure la rabbia è arrivata a farmi compagnia.

Ci si arrabbia con una persona che si ama, che si conosce, non con un fantasma, l’ombra di qualcuno che non esiste, un’illusione.

L’estraneo che ho davanti non merita la mia rabbia, non se l’è guadagnata, non lo conosco e non so chi sia.

Provo tristezza e delusione e forse anche un po’ di pena; perdiamo entrambi e nessuno è soddisfatto.

Ma guarda un po’ che stupida, ci stavo ricascando, stavo ricominciando a credere di aver trovato un nuovo amico.

Ascoltando Kurt

Andare in loop

loop

fonte: web

1. (inform.) insieme di istruzioni che, all’interno di un programma, viene ripetuto ciclicamente fino al conseguimento del risultato voluto

2. (mus.) nella tecnica di registrazione, ripetizione di un campione audio; funzione di apparecchi per la riproduzione del suono, lettori Mp3 ecc. che permette di ripetere automaticamente un brano o una serie di brani

3. (aer.) acrobazia che consiste nel percorrere una traiettoria ad anello

4. (sport) figura obbligatoria del pattinaggio artistico, che consiste in un salto scivolato eseguito dando la spinta con la gamba destra e atterrando sulla sinistra dopo aver effettuato una rotazione

Mi capita sovente di andare in loop con la testa.

E’ una sensazione così difficile da spiegare che ho dovuto cercare le corrette definizioni, prima di riuscire dare forma alle mie sensazioni.

Ho immaginato la scia dei miei pensieri che volteggiano eleganti come lucciole, descrivendo un perfetto anello, roteando senza gravità, a dispetto delle leggi della fisica.

Mi innamoro follemente, il più delle volte di una canzone, di un libro o di una poesia, e mi prende una frenesia ostinata di conoscere tutto di quel musicista o di quell’autore.

Ascolto ossessivamente le canzoni, alcune le imparo a memoria -intanto tengo in allenamento il cervello, che alla mia età non si sa mai- e canto, felice quando azzecco una nota alta o entro a tempo con la musica.

Se leggo un libro che mi affascina cerco di procurarmi tutti gli altri scritti dello stesso autore, ci sprofondo dentro per settimane o mesi, fino a conoscerlo a menadito, ubriacandomi della sua visione del mondo, delle poesie, delle frasi che a poco a poco diventano in parte anche mie.

E’ come se volessi chiudere il cerchio, non mi basta sfiorare la superficie, devo immergermi e sforzarmi di capire, benchè la mia visione d’insieme non possa che essere parziale e soggettiva.

Alla frenesia iniziale subentra un senso di appagamento, il carrello dei pensieri ritorna lentamente nel punto più basso del loop ed assaporo un senso di compiutezza soddisfatta, quasi un hangover per la sbornia di parole appena fatta.

In questi giorni sono in loop per questa poesia che mi ha messo al tappeto con la sua potenza evocativa e la disperata quiete dei suoi versi.

Un amore che finisce, qualcuno da rimpiangere e desiderare, possono trasformarsi in un loop molto potente; non ci si libera facilmente di ricordi che continuano a tornare, a presentarsi ossessivi alla porta del cuore; “quando ti penserò, penserò un pensiero che oscuramente cerca di ricordarsi di te” in questo girotondo di parole io leggo tutta la disperata impotenza di chi cerca di strapparsi l’altro dalla testa, negando la sua presenza nei gesti più semplici e quotidiani.

Trascrivendola qui ne faccio dono a me stessa e a voi e spero che la amerete come merita.

Il Futuro – Julio Cortazar

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

Con questo post accetto il generoso invito di Kalosf e spero che le mie parole banali possano essere trasformate in una magnifica suggestione visiva ed acquistare nuova forza.