Zigulìbri #1

Le zigulì!

Ve le ricordate? Le mitiche palline alla frutta con cui venivo premiata negli anni della mia infanzia, giusto una …….tina di anni fa.
Finivano sempre troppo presto, una tirava l’altra, e la frase di rito era ogni volta la stessa: ancora una, una sola, dai ti prego, l’ultima e poi basta.

Da zigulì a zigulìbri il passo nella mia mente sbacata è stato breve.

Ci sono libri che si fanno leggere solo così, a perdifiato e perdisonno, una pagina tira l’altra e non conta se la stanchezza avvolge le spalle con la pesantezza di un macigno, se le ore passano veloci e gli occhi si chiudono. Nonostante la vocina del buonsenso strepiti per ricordare che l’ora della sveglia è sempre più vicina, nella testa risuona solo la stessa frase: ancora una pagina, una sola, dai, l’ultima e poi basta.

Ho pensato di aprire uno spazio in cui raccontare i miei libri perdifiato e perdisonno, gli Zigulìbri appunto, alla mia maniera poco ortodossa e sincera, perchè se un libro non mi piace non solo non ne parlo ma neppure lo finisco.

La vita è troppo corta per sprecarla leggendo brutti libri, che diamine!

L’onere del post di apertura tocca al libro di Rosario de Meo, blogger e caro amico che molti su wp conoscono, che si è fatto voler bene e apprezzare per la qualità della sua scrittura.

Ha scritto un libro bellissimo, il suo primo pubblicato e spero tanto non l’ultimo, Il valzer sull’orlo del pozzo, che merita di essere letto e consigliato molto più di tanti autori blasonati.

Il libro di Romeo, il segnalibro che mi ha regalato (thanks my dear bear!) e la mia pessima grafia

La sua prosa, limpida e netta, venata di affetto e bontà per i suoi personaggi, è solo apparentemente semplice, perchè ha una tale bravura nel raccontare, nel descrivere concetti che fanno anche parte del mio pensiero, da farmi arrabbiare per non averci pensato e farmi desiderare di averlo scritto io. Penso sia questa la miglior qualità di un buon scrittore.

É un libro che racconta, senza perdere la voglia di sorridere anche di fronte al dolore, la vita di un giovane uomo, Cesare, in un percorso narrativo che lo accompagna dalla nascita fino alla soglia dell’età adulta, ciò che critici più colti e autorevoli di me definirebbero romanzo di formazione, ma è anche la storia di un altro protagonista, un alter ego, un amico immaginario di nome Merlino, che del mago da cui prende il nome conserva un pizzico di magia, pur essendo in realtà il pozzo che dà il titolo al romanzo.

Ci sono molti elementi che mi hanno fatto sentire a casa durante la lettura: l’ambientazione e l’epoca in cui si svolge la narrazione; la descrizione di una famiglia “normale” quanto ogni famiglia sa esserlo a modo suo, pur conservando le peculiarità e le piccole stranezze che ne rappresentano l’impronta digitale, il segno di riconoscimento che la rende unica e diversa da tutte le altre; gli amici, pochi e scelti con cautela, come farebbe ogni ragazzo piuttosto solo e parecchio timido; la piccola folla di personaggi che popolava anche i paesi più sperduti fino a qualche decennio fa, la pettegola, il prete, il macellaio, il medico e, perchè no, anche la mignotta. Su tutti spicca, indimenticabile, la figura della nonna, una donna a suo modo moderna e anticonformista che mi ha ricordato le figure femminili di Almodovar, una persona che celebra la vita con uno sberleffo al galateo, che perde il buonumore davanti a nuvole cupe ma lo riacquista traendo forza dal calore del sole, che guida il nipote con dolcezza, osservandolo crescere con l’amorevole distacco di chi non deve provvedere a nutrirlo, a sgridarlo o a correggerne i difetti, ma deve solo amarlo e aiutarlo ad assecondare i suoi sogni.

I sogni di Cesare, la scoperta di quale debba essere il suo posto nel mondo, la difficoltà nell’integrarsi in una società in rapida evoluzione, che sembra aver scordato le sue radici, sono un nodo fondamentale che il protagonista è chiamato a tentare di sciogliere. Mi è sembrata particolarmente significativa la scelta del nome del paese in cui Cesare abita, Inverno. Leggendo, mi risuonava dentro un verso del Riccardo III di Shakespeare «Ormai l’inverno del nostro scontento si è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole…», perchè l’inverno è gelo e sonno forzato della natura, è momento di pausa di riflessione, tempo in cui tutto diventa più lento e rigido, quasi immoto e immutabile, tempo di preparazione, di riposo che trattiene le forze in attesa del divenire, del verde tenero di foglie nuove. Questo succede a Cesare, così legato al suo Inverno da desiderare di non cambiare e di non veder cambiare la realtà che lo circonda, che teme il tempo delle foglie nuove e cerca di voltarsi verso il passato, quando tutto invece lo sospinge a cercare di creare il suo presente.

Anche l’acqua è altra protagonista di indiscussa importanza nel romanzo. L’acqua che è elemento materno, lunare e uterino, acqua che dà la vita e disseta, acqua che riempie un pozzo vuoto che nasce e cresce parallelamente alla vita di un bimbo di cui è amico, confidente e custode, acqua che sana le ferite ma anche pioggia, calda e delicata a coprire di una coltre umida i momenti di felicità e ancora crudele, gelida e battente di grandine a sottolineare un momento di grande dolore. Il cielo piange con Cesare nel momento dello sconforto, ma l’acqua cessa di cadere quando la felicità diventa così forte da dipingere il cielo di azzurro.

Potrei parlare ancora per molto tempo di tutto ciò che ho trovato nascosto tra le righe, ma in fondo il viaggio più bello che ognuno di noi può fare è quello che si intraprende da soli, magari a letto sotto le coperte, una luce tenue a illuminare il percorso e le pagine che si lasciano sfogliare una ad una, irresistibili come una manciata di zigulì.

Quindi non mi resta che augurarvi buon viaggio dentro questo libro, sono certa che non ne resterete delusi.