La cena

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fonte: web

Ho apparecchiato la tavola con molta cura, i piatti delle grandi occasioni, la tovaglia di lino, un mazzo di fiori spettinati con finta semplicità.

Ho messo il vestito rosso che ti piace tanto e i tacchi alti “da femmina”, che insisti sempre per farmi indossare, anche se sai che non amo apparire.

Il vino respira nel decanter di cristallo, è l’ultima bottiglia di Bordeaux, il nostro ultimo viaggio insieme.

Ti ricordi ancora, amore mio?

Ho preparato uno stufato di carne, con cipolla, vino rosso e funghi porcini.

Non è adatto ad una cena elegante, troppo semplice e rustico, ma so che ti piace tanto.

Ora sta cuocendo lentamente, alla fine la carne sarà così tenera da non aver bisogno del coltello, anche se ho messo in tavola quelli con la lama seghettata, comprati in quel negozio specializzato ormai chiuso da tempo.

Ti ricordi, amore mio, com’ero felice quando ho acquistato il mio primo Santoku?

Mi hai detto “attenta a non farti male, mia piccola chef” e mi hai sorriso, con quello sguardo tenero e dolce, quello sguardo per cui avrei fatto follie.

Eravamo felici allora, ti ricordi, così felici e innamorati.

Tu eri il mio uomo perfetto, tanto più alto e forte di me, ed io la piccola chef o la strega tentatrice, a seconda del momento e del luogo.

Mi sto di nuovo mangiando le unghie, devo smetterla subito, mi si sciupa lo smalto rosso, che ho messo solo per te con tanta cura.

L’odore di cipolla mi ha impregnato le mani, nascondendo quasi del tutto quello della candeggina.

Lo so che non ti piace, amore mio, l’hai sempre trovata fastidiosa e ti arrabbi quando ne uso troppa, per quella che tu definisci la mia ordalia del pulito, ma sono sempre stata così pignola, sai quanto amo tenere tutto in perfetto ordine.

Quando annusavi l’odore, storcendo il naso con disgusto, ti buttavo le braccia al collo e ti chiedevo scusa con mille baci.

Tu mi perdonavi sempre, perché eri tenero con me e mi amavi tanto.

Amore mio è difficile gettare via tutto quello che abbiamo costruito insieme, sai?

E’ difficile dividere ciò che è stato nostro, quantificare ciò che ora è tuo e non sarà più mio.

Neppure tu sei più mio, sono stata così cieca da non vedere i segnali, le bugie, i ritardi, così stupida nel creare giustificazioni al tuo comportamento, tanto che non ti scomodavi neppure più a raccontarmi bugie.

Fino a quel giorno maledetto, quando mi hai vomitato in faccia tutto il tuo veleno e mi hai detto che di una strega come me non sapevi più che fartene, che avevi trovato un angelo, finalmente, un angelo biondo pronto a capirti, ad adorarti e che era finita.

Ti ho guardato, amore mio, ti ho guardato fisso nel fondo dell’anima, ma ho visto solo buio, porte chiuse e stanze vuote.

Allora ho capito e non ho voluto combattere, sapevo di averti perduto.

Sono rimasta sola in questa casa, cercando di separare la pula dal grano senza riuscirci, perché senza di te sono persa, amore mio, persa ed infelice.

Rientrando a casa, la sera, ho iniziato a notare piccole sparizioni delle tue cose, prima i tuoi abiti, le tue camicie, le scarpe che curi con tanta pignoleria, poi qualche libro, dischi, qualcuno dei tuoi amati quadri astratti.

Sei sempre stato discreto e corretto però, un messaggio per avvisarmi la sera prima, un biglietto con l’elenco di ciò che avevi portato via e un saluto cortese, da perfetto estraneo, firmato con le tue iniziali.

Saresti stupito, amore mio, se ti dicessi che conservo tutti quei biglietti, che entro in casa piano piano per non far fuggire subito il tuo odore, che cammino per le stanze a piedi nudi, cercando di indovinare dove hai poggiato i tuoi, per sentirne ancora il calore?

Sei sempre stato attento a non incontrarmi, amore mio, ma l’altra sera non è andata come al solito.

Sono rientrata prima, ero stanca e incupita da una cattiva giornata, o forse tu eri in ritardo oppure il caso ha voluto ancora una volta farsi beffe di noi.

Ci siamo ritrovati faccia a faccia, io con le chiavi in mano, tu impacciato da una scatola traboccante di libri.

“Come stai, ti trovo bene.”
“Non c’è male, grazie, fermati per un boccone, cucino qualcosa.”
“Ma sì dai, anzi c’è una cosa di cui vorrei parlare con te.”

Ho cucinato come ai vecchi tempi, una tartare di salmone fresco, sminuzzato con il mio adorato Santoku, pane francese e vino bianco gelato.

Abbiamo chiacchierato amabilmente, poi d’un tratto l’atmosfera si è guastata.

“La casa?”
“Vendere??”
“Sì, lo so che è intestata a te ma pago io il mutuo!”
“Cosa??? LEI vuole una casa più grande?”

NO, NO, NO!!!!!!

Amore mio, mi dispiace, e dire che me lo avevi detto, attenta a non farti male, è davvero tanto affilato.

Quanto sangue, non avevo idea che potesse sgorgare così tanto sangue, perdonami amore mio.

Ti ho medicato subito come potevo, ti ho chiesto mille volte scusa e stavi bene, stavi già andando via, allora perché, perché hai dovuto cominciare a gridare tutte quelle cose orribili?

Dovevo farti smettere, non volevo più sentire la tua voce cattiva, rivolevo quello sguardo tenero su di me, lo capisci ora?

Lo capisci perchè l’ho fatto?

Amore mio, lo stufato è pronto e ho tanta fame, voglio cenare con calma, bere il mio vino rosso, poi penserò a cosa fare di quello smartphone, che ogni tanto si mette a suonare insistente.

Amore mio, sei tenero, te l’ho sempre detto, ricordi?

Così tenero che ti mangerei.

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.

(Inferno, canto XXXIII)

Rossa di dentro

Ho sempre amato il colore rosso, nei vestiti, negli accessori ma in modo particolare nel colore di capelli.

Ricordo che da piccola guardavo affascinata i bambini con quella meravigliosa sfumatura di rosso, desiderando ardentemente di andare a letto e risvegliarmi finalmente con i capelli del colore giusto.

Non appena mi è stato concesso il permesso di tingerli ho sperimentato tutta la tavolozza del rosso.

Porpora, violino, tiziano, melanzana, mango, rosso acceso, rosso fuoco, red velvet, red flame, rosso pompiere, rosso tramonto, rosso autunno.

Non avete idea di quanti nomi strampalati si inventano i maghi del marketing, per rendere accattivante un prodotto!

Ho la pelle chiara, occhi verdi, arrossisco facilmente e in estate mi spuntano tante efelidi sul naso, quando sono in vacanza mi piace vestire in un modo tutto mio, un po’ eccentrico, fatto di camicioni di lino, collane stravaganti e cappelli, che mi diverto ad acquistare come souvenir di viaggio.

Aggiungete i capelli rossi e sarà per questo che mi è capitato spesso di essere scambiata per una straniera.

Ricordo la faccia perplessa alla biglietteria degli Uffizi, quando mi assegnarono una guida inglese, la proprietaria del b&b a Bruxelles che mi parlava in fiammingo, i bambini di Cisternino che mi rincorrevano, felici di far sfoggio del loro inglese, “Hello, good morning” e la loro delusione alla mia risposta in italiano.

Quando qualcuno mi dice, che bel colore, è naturale? ebbene, non c’è complimento più bello per me!

Una volta, parlandone con un amico carissimo, gli chiesi come mai, secondo lui, mi scambiavano per rossa naturale.

Era un uomo molto ironico e pungente ma sapeva cogliere con poche parole l’essenza delle cose.

Ricordo che mi guardò, quasi stupito per la mia banalità, e mi disse, con tono di assoluta ovvietà:

“che domanda mi fai? Tu sei rossa di dentro!”

E’ vero.

Rossa mi sento bene, mi si addice, mi guardo allo specchio e mi dico sì, così sei a posto, così sei tu.

Rossa di dentro.

red love apple

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