pensieri in viaggio

Il silenzio della carrozza passeggeri di un treno pendolare qualunque, in un istante qualunque, scelto nel mazzo tra i tanti che si snodano con la stessa costanza, mi accoglie senza garbo.

Facce assonnate da troppe notti in debito, i riflessi blu degli schermi danno alla pelle un color automa per nulla invitante. Nessuno incontra il mio sguardo.

Le parole, che prima si intrecciavano tra sconosciuti e conoscenti, non formano più una nuvola densa sopra le teste dei passeggeri, ora invece urlano il silenzio dentro timpani foderati da cuffiette. Guardo fuori dal finestrino.

I cavi, che sbucano da tasche e zaini, collegano al mondo di fuori per separarci dal mondo piccolo, quello degli occhi di fronte a noi che non sappiamo più vedere. Io osservo non vista.

Siamo solitudini su rotaia. Non mi sono mai sentita più sola.

Acacie in fiore fuori dai vetri, un’ape si appoggia ma il vento la strappa via, qualcuno ride in un’altra lingua che non comprendo e mi fa sentire lontana, diversa. La natura di maggio sa affascinare.

Una zanzara d’acciaio fende con fragore imbarazzante un cielo fitto di nuvole, indecise sul da farsi come molte esistenze. Il suono si abbatte come un martello sull’asfalto crepato.

Attendo che si apra il cancello e pregusto l’odore buono che mi accoglierà all’interno. L’attesa mi rende impaziente, ma devo abbassare le aspettative, perché il passaggio della felicità non mi colga distratta.

American idiot mi fa sperare che ci sia ancora spazio per dire no, non voglio essere un idiot qualunque, scelto nel mazzo tra i tanti che si snodano con eterna costanza.

I cancelli si aprono, entro in un mondo fatto di carta che sa essere più reale di tante esistenze. Il resto oggi sta fuori.

(scritto durante il viaggio, aspettando l’apertura del salone del libro)

sabato di relax @fotomia

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