Accanto al fuoco – xii

[Avviso: è molto lungo ma non potevo fare altrimenti.]

«Aprile è il più crudele dei mesi, genera
lillà da terra morta, confondendo
memoria e desiderio, risvegliando
le radici sopite con la pioggia
della primavera.

Ogni anno ad aprile Isern celebrava una piccola cerimonia privata di memoria e desiderio, risvegliando i ricordi dolorosi che lo tormentavano. Questo suo disperato accanirsi contro sè stesso, spietato come una brinata di tardo aprile, me lo faceva amare ancora di più.
Non c’erano altri invitati, solo Isern, il suo consunto libro di poesie, dono della moglie May, dentro cui conservava una ciocca dei capelli lunari di Faith, e tutto l’alcool distillato in casa che riusciva a ingurgitare, prima di crollare con la testa sul tavolo, i sensi perduti dentro un viscido oblio senza incubi.
Isern leggeva le poesie del libro accompagnando ciascuna con un bicchiere di liquore. Declamava ad alta voce, con enfasi forzata e un timbro via via più incerto e strascicato, fino ad arrivare ai versi tanto amati da May, Aprile è il più crudele dei mesi…, gridati con tutta la rabbia di un uomo che aveva perduto ogni cosa.
Aprile era il mese in cui venne trovata morta la piccola Faith, con la faccia schiacciata dentro un rigagnolo, le vesti a brandelli, il corpo abusato e devastato con tracce di bruciature rotonde sulle tempie.
A quel tempo nessuno conosceva ancora il potere maligno degli Oscuri e la loro caccia alle doti cinetiche degli albini. Voci, dicerie si diffondevano come peste nelle ombre dei bassifondi, ma l’uomo nero che mangiava i bambini continuava a restare un mistero.
Fu Isern a trovare la figlia dopo giorni di ricerche senza riposo, giorni in cui aveva sfondato crani e spezzato gambe, prima di arrivare ad avvolgerla tra le sue braccia un’ultima volta.
Da allora, la sua sete di vendetta, il senso di colpa per non aver saputo proteggerla e il desiderio di comprendere l’orrore dietro a quegli orrori, lo portarono a fondare il primo nucleo della Resistenza.
Purtroppo, la missione che si era impossessata del suo corpo e della sua mente gli fece sottovalutare il pozzo di dolore in cui era sprofondata la mente di May, una donna dolce e fragile di cui avevo visto una foto ingiallita, custodita gelosamente nel libro di poesie insieme a un biglietto vergato con scrittura elegante, Al mio unico e per sempre Isern, perchè la poesia contenuta in queste pagine possa nutrire l’amore che ci lega.
May si gettò nel fiume pochi mesi dopo la morte di Faith, stringendo tra le braccia la bambola preferita della sua bambina.
La doppia tragedia non fece che indurire ancora di più il cuore di Isern e rafforzare quello che era divenuto l’unico scopo della sua esistenza.
Per molti anni visse in solitudine, fabbro di giorno e giustiziere durante le notti di veglia, fino a quel freddo mattino di primavera in cui mi accolse come il figlio che non aveva potuto veder crescere.
La maledizione di aprile non era ancora stanca del suo tributo di vite umane, perchè fu proprio l’ultima notte di aprile che Isern mi lasciò per ricongiungersi a Faith e May.
Era tutto pronto per la cerimonia, Isern aveva già posato sul suo banco da lavoro il libro di poesie, protetto da un panno di feltro pesante, aveva acceso un lume a petrolio che emanava pigre volute di fumo grasso e stava cercando nella credenza la sua provvista di liquore.
Quell’anno tutto era carico di una valenza ancor più negativa. Proprio in quei giorni alcuni bambini erano spariti, volatilizzati nonostante la stretta vigilanza, e le ricerche non stavano portando che a false piste. Le speranze di trovarli vivi erano ormai quasi nulle, Isern era stanco e frustrato, aveva già bevuto molto non appena rientrato dall’ennesimo giro di perlustrazione, e potevo percepirne l’ira, bollente come lava dietro il suo metodico apparecchiare.
Io lo stavo osservando di sottecchi, preoccupato come sempre da quel rituale avvelenato che aggiungeva strazio alla sua mente e che ogni anno il suo corpo smaltiva con maggior fatica. Non avrei comunque potuto impedirglielo, era sordo ad ogni mio tentativo e avevo ormai imparato a non contraddirlo su quell’argomento. Non mi aveva mai torto un capello ma la sua forza e la sua ira erano famose e rispettate nei bassifondi della Città.
In quel momento, un bussare concitato riscosse entrambi dalle nostre cupe elucubrazioni.
Senza attendere la porta si spalancò e Sjor entrò quasi correndo nella stanza, i capelli più ritti del solito e il volto rosso per la foga.
«Li ho trovati! Questa volta ci siamo!» e incominciò a raccontarci di come aveva seguito un mercante di carne, uno schifoso Metallico, predatore di arti umani da usare come pezzi di ricambio per chi poteva permettersi di sostituire i suoi arti corrotti con carne giovane, fino a un edificio abbandonato, al confine con la zona contaminata dal Lucòre. Aveva dovuto camminare per parecchie ore, il Metallico aveva più volte cambiato strada allungando il percorso per confondere chi lo stava spiando, ma l’abilità di Sjor e la forza che il suo potere gli dava gli avevano permesso di proseguire il suo pedinamento fino a destinazione.
Arrampicandosi come un gatto su per una scala arrugginita Sjor aveva visto l’interno dell’edificio dove, in un grande atrio spoglio, sembrava essersi radunata la peggiore feccia di tutta la Città. Mercanti di carne, pedofili, assassini prezzolati, erano tutti riuniti in piccoli gruppi e circondavano una grossa gabbia con all’interno piccole sagome, accovacciate ma apparentemente ancora vive.
«Ho visto anche un’altra cosa, Pyros.
Una presenza, un senso di oppressione al petto e ho avuto la sensazione che un tentacolo di energia stesse cercando di sondare il luogo dove mi trovavo, che tentasse di prendere la mia mente. Spostandomi in un punto più in ombra ho potuto vedere una figura scura, avvolta in un mantello nero, che sembrava mangiare la luce e la vita attorno a lei. Non tutti la vedevano, anzi sono quasi sicuro che potessimo vederla solo io e i bambini nella gabbia. Però lei li comandava, aveva il dominio su tutta quella feccia che sembrava reagire ai suoi ordini silenziosi come tante marionette», così mi disse Sjor e in quel momento capimmo che avevamo trovato l’uomo nero.
Isern ascoltava, cupo in volto, mentre le mani si aprivano e chiudevano spasmodicamente e le vene del collo, grosse come corde, pulsavano impazzite.
«Devo andare a radunare gli uomini. Dovete aspettare qui.
No! Non possiamo andare da soli. Anche se non c’è tempo da perdere abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti oppure falliremo. Vi ordino di aspettare, tornerò presto» così ci disse Isern, dopo avermi preso per le spalle e guardato fisso negli occhi con un tono che non ammetteva repliche.
Vorrei avergli dato retta, vorrei aver aspettato accanto al fuoco che lui tornasse con i rinforzi. Forse ora sarebbe ancora vivo.
Non andò così, ovviamente. Avevo il sangue che ribolliva, ogni mia cellula gridava vendetta, per ciò che avevo subito da bambino, per la mia cicatrice, per mia madre che mi aveva rifiutato, per Faith e May, per quei piccoli orfani che tentavamo di proteggere, perchè io e Sjor eravamo forti, una squadra invincibile ai nostri occhi, in realtà solo due pazzi incoscienti.
Afferrai i miei pugnali, il coltello che mi aveva forgiato Isern, il suo dono per la mia maggiore età, e mi bastò dare un’occhiata a Sjor per vedere il suo sorriso brillare spavaldo.
Mi risvegliò un urlo prolungato e terrificante, sembrava più il lamento di una bestia ferita che un grido umano, forse perchè di umanità in quel luogo maledetto non era rimasta traccia.
Ero legato con le mani dietro la schiena, steso bocconi a terra, una guancia schiacciata dentro una pozza di liquido tiepido, buttato come un sacco accanto a una delle colonne che sorreggevano un grande atrio. Per un attimo non ricordai perchè fossi lì, poi il dolore mi fece tornare la memoria.
Una volta arrivati, ci eravamo arrampicati sulla scala fino a un pianerottolo di ferro arrugginito e, scavalcando il telaio di una finestra sfondata, eravamo scivolati nell’ombra e avevamo iniziato una lenta discesa verso l’atrio, tenendoci accostati alle pareti. Dall’alto avevamo visto la gabbia aperta e un piccolo corpo immobile a terra. Questo ci aveva infiammato di ira il cuore, rafforzando il nostro puerile coraggio. Un lampo, un grido di avvertimento e la battaglia aveva avuto inizio.
Con il pugnale ben stretto in mano avevo subito infilzato il primo che mi si era parato davanti, mentre Sjor faceva volteggiare un bastone con le punte di ferro e creava un campo elettrico. L’odore di carne bruciata toglieva il fiato e anche io avevo il mio divertimento, scagliando una palla di fuoco dopo l’altra per tenere lontano quei mostri. Erano tanti, troppi e noi due ragazzi entusiasti alle prese con un potere che ancora non sapevamo dominare. La stanchezza si faceva sentire, un attimo di distrazione mi regalò un colpo violento alla tempia che mi fece cadere in ginocchio. Subito mi furono addosso in molti e persi i sensi, mentre sentivo Sjor urlare in lontananza.
Ruotando a fatica il busto, con gli occhi ancora annebbiati dal colpo preso, riuscii a voltare la testa in direzione del suono terribile che mi aveva risvegliato.
La sagoma nera era al centro della stanza e tratteneva per le tempie un ragazzino dai capelli bianchi, un tempo lucenti ma ora opachi come fiocchi di cotone, mentre un filo luminoso usciva dalla bocca e dagli occhi del ragazzo e veniva risucchiato nel cappuccio con un rumore osceno di piacere.
Poco lontano c’era Sjor, mio fratello, il mio affetto più caro, nudo e legato a pancia sotto su un tavolo e sopra di lui un essere ripugnante lo montava, come un animale, strappando dalle sue labbra ad ogni colpo quel lamento bestiale.
Sjor mi guardava con gli occhi pieni di lacrime e scuoteva la testa con forza, per farmi capire che era meglio non cercare di aiutarlo, attirando l’attenzione su di me.
Distolsi lo sguardo, atterrito. Ciò che avevo visto aveva portato via per sempre una parte di me, quel poco di innocenza che ancora mi rimaneva, ma non potevo stare ad aspettare la fine senza reagire.
Chiusi gli occhi e feci un profondo respiro, sentii l’aria entrare nelle narici e scendere dentro la gola, giù fino al petto, e andare ad alimentare la piccola fiamma che covava dentro di me. La potevo vedere, un filo rosso e bollente che si diramava lungo le vene, risaliva nei muscoli e più in superficie, riscaldando il mio corpo e le corde che lo legavano stretto.
Dopo poco queste presero a fumare e a bruciare lentamente, consumandosi finchè caddero a terra. Rimasi accovacciato, mentre la mano scivolava lungo la gamba per afferrare il coltello legato al polpaccio. Lo tenevo saldamente in mano, stavo già per gettarmi sull’uomo più vicino quando una mano enorme mi tappò la bocca.
Voltai la testa e c’era Isern, che mi guardava con occhi pieni di amore e sofferenza, e con lui tutti gli uomini dei bassifondi, pronti a ripulire quell’orrore.
Ciò che vidi e feci quella notte terribile è qualcosa che non potrà mai trovare pace dentro di me, basterebbero le cicatrici che costellano il mio corpo a ricordare la ferocia di cui fui capace.
Gli uomini di Isern si gettarono all’attacco, mentre lui si preparava a dare battaglia alla figura incappucciata. Per lunghi istanti lo persi di vista, impegnato com’ero nel tentativo di soccorrere Sjor.
La lotta infuriava con ogni mezzo e stavamo avendo la meglio su quella feccia, che iniziò a scappare come un nugolo di ratti, calpestandosi a vicenda per mettersi in salvo.
Mi voltai a cercare Isern proprio nel momento in cui la cosa gli afferrò la gola con gli artigli e gli piantò un pugnale nell’addome.
Urlai con quanto fiato avevo, fino a sentire le corde vocali spezzarsi con un suono metallico, e scaricai un bolide di fuoco su quel mostro, facendolo volare in un angolo, dove bruciò accartocciandosi come una foglia secca.
Presi Isern tra le mie braccia, incapace di fare qualunque cosa alla vista del sangue che scorreva a fiotti dal suo fianco, gli accarezzai il volto, chiedendogli mille volte perdono per la mia stoltezza e gli baciai le mani, per ringraziarlo di essere stato mio padre fino al punto di sacrificarsi per me.
Mi guardò con occhi già opachi, sorrideva a qualcuno che non potevo vedere, e sussurrando a fatica «Non piangere, Pyros, tu sei mio figl…. » morì.
Restai a lungo inebetito con la sua testa sulle ginocchia e non seppi mai dove trovai la forza per caricarmelo sulle spalle e portarlo via da quel luogo di morte.
Tornai a casa con i superstiti e Sjor, ferito profondamente nel corpo e nell’anima. Deposi il corpo di Isern sul grande tavolo di noce, gli lavai via il sangue dolcemente e osservai ancora una volta il suo viso amato, finalmente sereno. Gli misi il libro di poesie sotto il capo, tra le mani la foto di May e i capelli di Faith e lo baciai sulla fronte.
Preparai una sacca con le mie armi, un po’ di cibo e i pochi ricordi che avevo, poi mi voltai, sostenendo Sjor, che si appoggiava a me assente dal mondo, e uscimmo dalla bottega del fabbro.
Chiusi il grande portone di legno con la chiave che da allora tengo appesa al collo e, con la forza che mi restava, inviai la fiamma ad ardere tutto ciò che avevo lasciato lì dentro.
«Riposa sereno, padre».


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

Accanto al fuoco – xi

A nessuno tranne me Sjor aveva permesso di guardare oltre la facciata di spavalderia e buonumore che mostrava al mondo, facendomi diventare l’unico custode del suo tormentato passato.
Il suo potere si era manifestato molto presto, prima di quanto succedeva di solito a noi albini.
I suoi genitori, terrorizzati da quel figlio dai capelli lunari che li avrebbe condannati alla miseria e al rifiuto da parte della comunità, avevano tentato di affogarlo nel fiume quando aveva solo pochi anni.
L’elemento di Sjor, l’acqua, lo aveva accolto e protetto, lo shock aveva attivato improvvisamente il potere aprendo le sue branchie per permettergli di respirare e palmando le dita delle mani. Così Sjor, divincolatosi dalla stretta del padre, aveva nuotato sott’acqua seguendo il corso del fiume fino ad arrivare nei bassifondi della Città, dove era stato soccorso e aiutato da uomini buoni e pietosi come il nostro amato Isern ed era crescito libero e selvaggio.
Questo mi confidò una notte accanto al fuoco. Il suo volto sofferente e vulnerabile, inondato di lacrime al ricordo delle braccia del padre che lo tenevano sott’acqua, il dolore insanabile per lo sguardo indifferente della madre che lo guardava morire, lo resero mio fratello per sempre, al di là di ogni possibile legame di sangue.
Oltre a dominarla nei suoi diversi stati, Sjor era in grado di concentrare le singole molecole di acqua presenti nell’aria e di sfruttarne il potere di condurre elettricità. Isern gli aveva costruito un bastone da rabdomante che faceva ronzare vorticosamente tra le dita prima di colpire i nemici, fulminandoli sul posto con potenti scosse elettriche.
Durante gli anni del Circo avrebbe aggiunto alle sue armi una formidabile rivoltella dal calcio intarsiato di madreperla, un cimelio sottratto alla teca di uno dei musei ormai abbandonati della parte più antica della Città.
Quando un getto di acqua gelida in faccia mi riporta al presente, è proprio la rivoltella di Sjor, abbandonata su una sedia vicino a me, a ricordarmi cosa è successo poco fa nel vicolo.
Sbatto gli occhi cercando di emergere dalla nebbia torpida che mi avvolge le membra, mi asciugo il volto fradicio imprecando a mezza voce e finalmente riesco a mettere a fuoco la scena.
Sono riverso su un malandato divano nella cucina di Bhumi, vicino alla stufa che emana un calore confortante. Le mie mani sono fasciate da bende macchiate di sangue e la testa sembra essere sul punto di spaccarsi come un melone maturo.
Seduto scomposto su una sedia Sjor si divincola borbottando, mentre Bhumi cerca di medicargli il braccio con un tampone impregnato di un liquido dall’odore pungente.
«A quanto pare non hai perso il tuo maledetto vizio di giocare con l’acqua».
Con queste gelide parole mi rivolgo a Sjor che fa spallucce e accenna un mezzo sorriso.
«Stavi dormendo beato come un angioletto e non ho resistito».
«Smettila di provocarlo e tieni fermo questo».
Bhumi preme più forte il tampone sulla ferita di Sjor con uno sguardo severo che gli strappa un lamento, prima di avvicinarsi a me.
Mi accarezza la fronte, controlla lo stato delle mie pupille e sistema le fasciature.
Osservo il suo volto dolce e concentrato, la ruga verticale che le incide sempre la fronte quando è preoccupata, i piccoli spasmi di sofferenza che le percorrono le labbra. E’ pallida, ha perso molto sangue nella battaglia che abbiamo affrontato, è stata ferita al braccio e alla gamba ma, come al solito, continua ad occuparsi di noi, a cercare di proteggerci da noi stessi e dal rancore che ci ha diviso.
Le stringo una mano, le rivolgo una domanda muta, scuote la testa, gli occhi pieni di lacrime trattenute, e accenna un sorriso sbilenco, poi ci volta le spalle, apre la credenza delle erbe e inizia a trafficare con tazze e acqua bollente, nel tentativo di trovare un rimedio che ci faccia recuperare rapidamente le forze.
Ci lascia a guardarci negli occhi in un silenzio imbarazzato. Sembriamo gatti diffidenti che calcolano la mossa dell’avversario.
«Eri a Sud per organizzare la Resistenza degli uomini del fiume. Perchè sei tornato così presto?».
«Abbiamo subito perdite tremende. Molti uomini sono morti e alcuni dei ragazzi più giovani sono stati rapiti e privati del loro potere. Qualcuno si è salvato ma sono povere larve senza più memoria. Di molti non si è trovato che il corpo privo di vita. Siamo in pochi ormai, il Circo è stato quasi decimato, la Resistenza indebolita dai continui assalti degli Oscuri che sono sempre più potenti».
Guardo Sjor con occhi vitrei, le spalle di Bhumi tremano mentre singhiozza piano.
Chino il capo, mi passo le mani tra i capelli stringendoli forte, come se il dolore che mi sto infliggendo possa cancellare ciò che ho appena udito.
«Allora è davvero finita. Tutto è perduto, tutto è stato vano. Loro sono morti inutilmente».
Lynx accucciata ai miei piedi ringhia piano e sbatte la coda guardinga quando la sedia si rovescia con fracasso e Sjor balza in piedi, il viso stravolto, i pugni che si aprono e si chiudono con furia.
«Quando finirà questa tortura, Pyros? Quando smetterai di condannarmi ancora, ancora e ancora? Credi che io non soffra almeno quanto te? Credi che per me Isern non fosse importante? Che non lo amassi come un padre? Pensi che non darei la mia vita anche in questo momento se servisse a riportare indietro Aïle?».
Un rumore di vetri infranti mi fa sussultare, il vassoio cade a terra e mi schizza la guancia di liquido caldo, mi volto a guardare Bhumi, immobile, con le mani premute sulla bocca nel tentativo di non gridare e sento che la rabbia sta facendo scorrere un fiume di lava dentro le mie vene, sento il fuoco che divampa mentre mi alzo in piedi e urlo tutto il mio dolore contro mio fratello.
«NON OSARE MAI PIÙ PRONUNCIARE IL SUO NOME».
Il cuore martella senza tregua, non riesco a dominare il potere, l’aria diventa secca e inizia a ronzare, chiudo gli occhi e lascio che il fuoco si impadronisca di me.


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Accanto al fuoco – x

Troppo tempo fa eravamo rimasti qui

Un getto di acqua gelida mi risveglia bruscamente dal torpore in cui sono caduto. Mi dimeno, sputo acqua, cerco a tentoni di asciugarmi gli occhi e perdo così l’equilibrio.
Rovescio con fracasso lo sgabello e gli attrezzi da fabbro, che ingombrano il banco da lavoro di Isern, piombano al suolo con un assordante rumore di ferraglia e io insieme a loro.
Mi rialzo, ferito nell’orgoglio più che nel corpo, e resto a guardare, dapprima attonito poi sempre più arrabbiato, il ragazzo che si sbellica dalle risate davanti a me.
È alto, spavaldo, magro e bello in modo sorprendente nonostante i capelli rasati a zero, tranne una ridicola cresta che svetta insolente al centro della testa rosea e lo fa assomigliare a uno di quei pappagalli dei libri illustrati della mia infanzia.
Lo squadro da capo a piedi senza dire una parola, le dita iniziano a imperlarsi di fiammelle iraconde e sento lo stomaco che si contrae, mentre mi preparo a scagliare una palla di fuoco su quegli stupidi capelli.
Sollevo lentamente il braccio mentre lui, gli occhi sgranati dalla paura, boccheggia attonito e alza le mani in un gesto di resa pacifica.
Il mio polso, nonostante cerchi di divincolarmi, rimane immobile, paralizzato dalla morsa ferrea di Isern.
«Fermo Pyros, basta così. Questo piccolo attaccabrighe è un amico, anche se si diverte a fare scherzi stupidi che prima o poi gli costeranno una bella lezione. Non oggi però, oggi dovete imparare a conoscervi. Ti presento Sjor».
Quello fu il mio primo incontro con colui che divenne mio fratello di sangue, compagno e amico per la vita. Almeno era ciò che pensavo in quegli anni.
Eravamo così diversi Sjor e io, bianco e nero, sole e ombra, acqua e fuoco; impulsivo e sbruffone lui, mutanghero e determinato io; il suo sorriso sempre pronto a brillare e la rabbia sorda dentro i miei occhi; la sua pelle perfetta e il mio volto sfregiato; idolatrato dalle ragazze che trattava con disinvolta noncuranza, mentre io ero timido e ombroso come un puledro da domare.
Quando lo conobbi vivevo ormai da oltre un anno con Isern.
Avevo trascorso tutto quel tempo in solitudine, restando sempre nascosto all’interno della fucina del fabbro, per me calda e rassicurante come il ventre di una madre.
I lunghi mesi di duro lavoro trascorsi a plasmare rottami, creando oggetti là dove prima c’erano solo scarti, e le notti passate ad allenarmi altrettanto duramente con Isern, mi avevano irrobustito il fisico, ma la mia anima macerava nella solitudine.
In me era ancora troppo fresco il ricordo dell’aggressione subita al villaggio, temevo di essere fatto segno di scherno e soprusi anche lì nella Città. Per questo solo di tanto in tanto, in piena notte, sgaiattolavo via per vagare silenzioso tra i vicoli deserti, eludendo la sorveglianza e l’apprensione di Isern per le insidie che si celavano nel buio.
Isern non ammise mai, anche se sospettavo fosse stata opera sua, di aver invitato Sjor quel giorno per gettare le basi della nostra amicizia, preoccupato che dovessi affrontare il mio futuro in solitudine.
Avevo quindici anni quando lo conobbi e lui solo uno di più, anche se gli piaceva trattarmi come un moccioso, benchè avessimo la stessa altezza e io fossi più forte e robusto,
Sjor era acqua allo stato puro, un pesce, un’anguilla agile e nervosa in grado di mettersi sempre nei guai e sgusciarne via con rapidità e astuzia.
Era un ladro, un abilissimo giovane borsaiolo che si insinuava dappertutto, diventando così gli occhi e le orecchie fidate dei gruppi di resistenza che stavano fiorendo in quegli anni, nel tentativo di arginare la piaga dei trafficanti d’organi e dei pedofili, oltre che del male oscuro cui nessuno riusciva a dare un nome, benchè sospettassimo fosse il burattinaio di molte delle atrocità che si commettevano nei bassifondi.
Negli anni che seguirono il nostro sodalizio fece parlare di sè. Nelle risse in cui mi cacciavo era sovente Sjor a spegnere gli incendi che le mie mani accendevano e altrettanto facevo io con i miei dardi di fuoco, per aiutarlo a scappare quando le sue mani liquide erano colte nelle tasche di ignari passanti.
Spesso intrattenevamo i mocciosi che popolavano le strade con buffi spettacoli di giochi di prestigio, colmi di palle di fuoco volanti e getti d’acqua repentini, che li lasciavano sbigottiti in divertita adorazione.
A molti di quei piccoli, abbandonati a sè stessi, per lo più orfani di uno o entrambi i genitori, salvammo la vita da chi non attendeva che il momento giusto per prenderli e abusarne.
I nostri spettacoli erano lo stratagemma ideale per sorvegliare i bambini e individuare gli individui sospetti, che venivano segnalati a Isern e agli altri membri della resistenza e fatti sparire dopo un rudimentale processo.
Era una vita dura e crudele, la giustizia sommaria che applicavamo era l’unica forma di difesa per i più deboli, cercavamo di arginare il male come ritenevamo giusto e nessuna delle carogne, cui facemmo prendere la via del mare galleggiando a faccia in giù, fu mai rimpianta da anima viva.
Il tempo passò in fretta, ormai avevo diciotto anni e mi sentivo un uomo fatto, ero diventato insofferente alle regole e mi ribellavo ai divieti di Isern, che trovavo ridicoli e soffocanti. Anzi, cercavo di farmi onore nella resistenza, mi mettevo in mostra arrivando a compiere gesti audaci che ritenevo di grande coraggio, benchè la mia non fosse che stupida vanità.
Sjor era sempre al mio fianco più spavaldo che mai, alimentando la mia testa calda con la sua straripante vitalità.
Fu colpa nostra, fu un’azione di cui non considerammo le conseguenze a metterci in grave pericolo. Quella sera maledetta Isern morì e le nostre esistenze cambiarono per non essere mai più le stesse.


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Accanto al fuoco – ix

Ho la bocca riarsa e piena di polvere, gocce di sudore gelato mi annebbiano gli occhi e il rumore bianco della comunicazione telepatica degli oscuri mi perfora il cervello.
Sono forti, crudeli e astuti come mai prima. Sembrano aver studiato a fondo il nostro modo di combattere, perché reagiscono agli affondi schivandoli con facilità inquietante.
Bhumi tenta di muovere la terra sotto i loro piedi ma il vicolo è troppo stretto, un terremoto farebbe crollare le case su di noi, perciò si limita a scoperchiare un tetto usando le tegole come bolidi. Uno dei mostri a destra finisce sepolto sotto una montagna di argilla, le gambe hanno un ultimo spasmo scomposto, poi si fermano.
Sono troppo debole per usare il fuoco, dalle mie dita escono solo piccole sfere di fiamme, appena sufficienti a tenerli lontani ancora per poco. Sono riuscito a ferirne uno seriamente con un coltello lanciato in piena gola. Lo vedo barcollare e separarsi dagli altri mentre Lynx si getta su di lui, atterrandolo.
Vedo la zampata possente, gli artigli affilati che luccicano strappando brandelli, il rumore delle mascelle che macinano carne, ma devo occuparmi degli altri che avanzano.
Sento Bhumi staccarsi dalla mia schiena, la vedo correre verso il più vicino del terzetto di sinistra, con il suo Naginata impugnato tra le mani come un giavellotto. Lo pianta dritto nel petto del mostro e, facendo perno sull’asta, volteggia oltre la sua testa, leggera come una danzatrice di tauromachia. L’Oscuro si accartoccia su se stesso, il bastone ormai inservibile incastrato tra le costole. Lei sguaina i Kama e fa roteare veloci le lame a falce, per tenere lontane le due ombre che le girano attorno come corvi su carne fresca. Urla di dolore, forse è ferita ma non posso correre in suo aiuto, mi sono distratto, ho permesso che uno di loro si avvicinasse troppo e ora ho le sue unghie piantate nel petto, sento un coltello gelato di energia che mi risucchia la vita dal cuore.
È mio il sangue che scorre copioso. Il tempo si ferma, odo solo il tunf ritmico e sommesso delle gocce che inzuppano l’erba rada tra i ciottoli del vicolo. Mi vedo come fossi al di fuori del mio corpo. Un fermo immagine in bianco e nero, un’ombra scura che sugge la mia vita impotente. Sperimento la nausea e l’indifferenza, una voce melliflua si fa largo nella mia mente, mi sussurra di abbandonarmi all’oblio. Ho freddo, un gran gelo mi fa tremare violentemente, ho voglia di lasciarmi andare, di chiudere gli occhi e riposare. È finita.
Un lampo bianco si avventa sulla mano che mi paralizza. Lynx serra le fauci con quanta forza ha in corpo prima di venire scagliata con ferocia verso il muro. Il lamento straziante che emette mi risveglia dal torpore ipnotico in cui stavo affogando. Ho il corpo rigido e insensibile come la pietra, con uno sforzo disumano sollevo il braccio e conficco il coltello alla cieca, trovando una carne molle che non offre resistenza. Giro il coltello a fondo, quasi volessi scavare una tana, finché qualcosa di viscido cola sulle mie mani e nell’aria si spande il lezzo immondo di intestini squarciati.
Sto ancora cercando di liberarmi del sacco putrido che si aggrappa al mio petto come una zecca, quando le tre ombre genitrici mi si parano davanti e si avventano su di me. L’urto mi getta al suolo, rotoliamo come un gruppo di cani rabbiosi. Cerco disperatamente di assicurarmi che Bhumi stia bene, scorgo una sagoma nera a terra mentre un bagliore di capelli rossi mi informa che è ancora viva e sta dando battaglia con le ultime forze, appoggiata al muro con un braccio penzolante e inservibile. Intorno alla sua mano volteggiano sassi che scaglia con forza verso qualcosa che ringhia contro di lei.
Mi trovo atterrato sulla schiena, due artigli premuti sulla gola, cerco di scalciare per far perdere l’equilibrio ma la presa è troppo salda, tento con le ultime forze di richiamare il fuoco ma è troppo tardi. Ormai sto chiudendo gli occhi per l’ultima volta sul mondo.
Improvvisamente l’aria diventa secca ed elettrica. Le orecchie ronzano, l’ozono mi riempie le narici, perdo coscienza per un lungo istante, sento gorgoglii soffocati e un odore di carne arsa. La pressione attorno alla gola si allenta, inalo aria a grandi boccate, mi scrollo di dosso il corpo inerte, rotolo su un fianco e vomito come un cane, a più riprese, lunghi fiotti di bile gialla e sangue.
Mi volto, cerco Bhumi. È accasciata al suolo, la schiena poggia su ciò che resta del muro di sassi che ha divelto per proteggersi, il viso è una maschera di cera e un corpo nero sta bruciando accanto a lei. Grido il suo nome ma dalla mia gola martoriata non esce che un suono roco.
La vedo aprire gli occhi, fare un debole gesto con la mano e iniziare a strisciare, sfinita, verso la sagoma immobile di Lynx.
Sento uno scalpiccìo di piedi che corrono, uno sparo, due, rantoli e odore di cordite nell’aria. Un paio di stivali si avvicinano al mio volto, due braccia robuste mi sollevano. Mi appoggio a quella presa salda, le mani che mi stringono il braccio hanno dita palmate, unite tra loro da piccole membrane di carne rosea. Con un sussulto alzo gli occhi. Ha la testa completamente rasata tranne una cresta di capelli azzurri che brilla nella luce bigia del giorno, due occhi blu profondo mi sorridono in un volto magro e affilato, ma ancora bello come lo ricordavo. Le branchie sotto le orecchie si aprono e chiudono pulsando all’unisono, come piccoli cuori.
Il passato torna indietro con la forza di un treno in folle corsa. Migliaia di frammenti esplodono nella mia testa, schegge di ricordi si conficcano negli occhi. La Città, la fucina di Isern, il fuoco, Sjor, la nostra amicizia, il dolore, l’umiliazione, le fiamme, le lacrime che rigano il volto di mio fratello, il corpo di mio padre che brucia.
Perdo i sensi tra le braccia di Sjor.
Non ho mai desiderato così tanto l’oblio pietoso del buio.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

Accanto al fuoco – viii

«Buongiorno piccola mia, come stai?» Bhumi si inginocchia all’altezza degli occhi di Lynx, che appoggia con un verso gutturale la testa alla sua fronte e una zampa sulla guancia. Restano a lungo così, immemori del tempo che scorre e consapevoli solo dell’amore assoluto che le attraversa come fossero una sola anima.
Bhumi si alza, passandosi le dita sul viso a cancellare lacrime silenziose e un dolore che so essere pari al mio, e mi fa cenno di seguirla all’interno.
La abbraccio con forza, è piccola ma ne percepisco l’energia potente mentre abbandona la testa sul mio petto e mormora «Il tempo è trascorso molto in fretta, la spirale dei giorni è quasi giunta al suo avvitamento. Ora che sei qui, il nostro compito sta per terminare».
La allontano un poco, tenendola per le spalle, e guardo il suo volto per ritrovare i lineamenti che ho cercato di dimenticare in questi lunghi anni.
Il tempo è stato gentile con Bhumi e poche rughe le solcano il piccolo volto rotondo. Noto come ha cercato di modificare i suoi tratti con piercing di metallo appuntito, un tatuaggio che le scende dalla base del collo verso il centro del petto e i capelli, non più lunghi e del candore sfavillante che ricordavo, ma corti e rossi come le foglie degli aceri in autunno.
Gli occhi no, sono ancora gli stessi, grandi e limpidi, del colore verde della salvia, anche se possono cambiare come quelli di un camaleonte e diventare grigi di odio feroce durante la battaglia, gialli come quelli di un gatto nel pericolo imminente, di nera pietra spenta di fronte al dolore più grande.
È vestita di nero fino alla punta degli anfibi chiodati, indossa un corsetto di piastre metalliche sovrapposte e alte polsiere di metallo, che scintillano alla luce delle lampade.
«Mi tengo sempre pronta» è l’asciutta risposta alla domanda muta dei miei occhi.
Entriamo nella piccola cucina che profuma di fiori ed erbe medicinali, di spezie esotiche e tè nero. La stufa calda emana un buon odore di arancio bruciato e i fiori, negli innumerevoli vasi improvvisati, ruotano le corolle al suo passaggio e sbocciano impetuosi, felici di onorare il suo potere.
Bhumi comanda la terra in tutte le sue manifestazioni e le specie che ad essa appartengono, guarisce con l’arte delle erbe e dona il suo aiuto a chi soffre. Plasmata dalla sua volontà la terra muta forma e si muove senza sforzo. L’ho vista aprire voragini sotto i piedi dei nostri nemici, provocare terremoti, far esplodere massi in schegge taglienti per infilzare l’orrore che ci minaccia, sentirne i passi prima che sia giunto a destinazione, strangolare con l’aiuto di radici scalzate dagli alberi.
Sa essere dolce come la più amorevole delle madri, crudele come il più freddo dei sicari e io la amo teneramente come una sorella.
Mentre armeggia con tazze ed erbe essiccate mi aggiorna sui movimenti degli Oscuri. Il loro potere sta crescendo ogni giorno di più e ormai sono così spavaldi da attaccare anche in pieno giorno nelle periferie più miserevoli. Si servono di accoliti e famigli, relitti senza scrupoli cui hanno succhiato gli ultimi residui di umanità facendone degli automi senza volontà propria.
Le cellule del Circo lavorano in modo indipendente, coordinandosi attraverso i ponti radio e riunioni segrete che spesso vengono interrotte da aggressioni repentine. Negli ultimi tempi le perdite sono state gravi e le battaglie tanto sanguinose da affievolire la speranza anche tra i più saldi fra noi.
«Hai notizie di Sjor?» le chiedo a bruciapelo e noto le sue spalle irrigidirsi per un momento, prima che un no secco e definitivo risuoni nell’aria.
Mi posa sotto il naso una tazza di qualcosa che fuma con un odore acre e poco invitante, poi si siede davanti a me «Bevi – mi ingiunge – sento che la battaglia è stata dura e il tuo corpo ne ha bisogno». Chino la testa obbediente, trangugio con una smorfia il liquido caldo e acidulo che inizia subito la sua opera risanatrice e allontana rapidamente il dolore dai miei muscoli. Bhumi aspetta in silenzio che il medicamento faccia effetto, spiandone i segni sul mio volto, mentre accarezza senza posa la testa di Lynx sulle sue ginocchia.
Mi sfugge dalle labbra un gemito soddisfatto e sollevo la testa con un sorriso, che si interrompe non appena vedo il suo volto farsi teso e cambiare espressione, mentre gli occhi le diventano gialli, freddi e pericolosi come quelli di un cobra. Lynx inizia a ringhiare, mi alzo rovesciando a terra la sedia con fracasso e in quell’istante l’antiquata radio a onde corte si mette a gracchiare. Tra le scariche la melodia si fa via via più limpida e riconoscibile, è Paranoid, il segnale che il Circo utilizza in caso di attacco imminente.
«Stanno arrivando. Ora!» Bhumi infila i suoi letali Kama nelle custodie che indossa sulle gambe, afferra il Naginata, il bastone dalla punta animata, e si dirige sicura alla porta. Lynx la segue con un balzo, io sguaino il pugnale che luccica nella penombra calda e confortevole della cucina, un’immagine di casa contrapposta al sentore della morte incombente.
Usciamo nel vicolo ancora deserto e semibuio, percorriamo poco più di metà di quel budello angusto prima di vedere l’aria tremolare come davanti a un grande fuoco e l’oscurità farsi più densa e corporea.
Una sagoma scura affiora all’improvviso dal muro alla mia destra, come un bassorilievo o un cadavere che emerga dal fango delle paludi. Per un istante resta immobile, ci fissa quasi con scherno dal fondo del cappuccio che le copre il volto, poi incomincia a dividersi, gli arti si allungano mollemente come le estroflessioni di un’ameba e dall’orrenda mitosi ecco due sagome separarsi dalla genitrice. Ora un terzetto dalle bocche fameliche ci attende.
La stessa cosa sta succedendo alla mia sinistra e davanti a noi, mentre alle nostre spalle solo il roseto illumina ancora di speranza il fondo del vicolo.
Bhumi appoggia la schiena alla mia, un assetto da combattimento che ci ha permesso di vincere molte battaglie, e iniziamo a ruotare guardinghi, tentando di capire chi tra i nove mostri si getterà per primo su di noi.
Far scorrere il sangue, il loro e il nostro, è inevitabile. Bhumi mi stringe la mano, Lynx ruggisce, io urlo il mio odio. Ora è il momento di uccidere, ora si vive o si muore. Insieme.


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Accanto al fuoco – vii

Apro gli occhi sul grigiore di un giorno senza alba, di una luce che non riscalda e non nutre la vita.
Ho dormito le poche ore che il mio corpo necessita per riprendere forza. Guariamo in fretta noi e lo scorrere del tempo ci insulta più lentamente, ma le tante battaglie pesano sulle mie membra e appesantiscono il mio respiro.
Lynx non è più nella grotta, sta cacciando il suo cibo o forse ha solo voglia di correre libera e selvaggia, lontana dall’inquietudine che emana da ogni mio poro.
Scendo al lago, l’acqua è limpida, il velo di ghiaccio si è ammorbidito per lasciare il posto a una fanghiglia gelida che punge mozzando il respiro. Getto il mantello e gli abiti induriti dal sangue rappreso sulla rena di pietrisco, trattengo il respiro e m’immergo sott’acqua.
Resto così per lunghi minuti, la pelle sempre più insensibile, le labbra blu, il ronzio nelle orecchie l’unico suono che riesce a farsi largo nella mia mente, altrimenti vuota come un sudario bianco.
L’acqua è l’elemento di Sjor, che mi ha insegnato a sfruttarne il potere rigenerante. Non avere paura fratello, qui non può accaderti nulla di male. Ascolto la sua voce nelle bolle che ritrovano la via della superficie uscendo dal mio naso e sento il tocco della sua mano nelle ondulazioni sommesse che mi accarezzano le spalle.
Rimango immobile finchè mi sento pulito e riemergo appena prima di perdere i sensi. Sento il cuore che pompa vigoroso mentre mi stendo, nudo, sulla riva e incrocio le braccia dietro la nuca, chiudendo gli occhi per non vedere il cielo.
Non dovrei chiamare cielo l’informe cappa di cenere che ha sostituito l’azzurro luminoso della mia giovinezza, così come non sono giorno le ore di luce bigia che precedono il buio.
Il mondo come lo ricordo è stato sostituito da una successione di giorni senza speranza.
Ecco di cosa hanno privato l’intera umanità gli Oscuri, del sole e del cielo, del giorno e della notte. Il loro potere, cresciuto a dismisura per opera dei continui attacchi agli albini, sta lentamente consumando l’energia del sole e le riserve della terra. Non rimane molto tempo prima che ogni tentativo di combatterli diventi totalmente vano.
Appartengo a un piccolo esercito clandestino, il Circo, anzi ne sono uno dei capi ancora rimasti in vita. Noi resistiamo alle incursioni degli Oscuri e vigiliamo sui bambini delle comunità indifese, braccate come pecore dai lupi, ma la nostra forza sta scemando e io mi sento sempre più stanco e impotente.
Un cauto zampettare mi informa che Lynx è tornata. Apro gli occhi, mi alzo in piedi con uno scatto, mi vesto con abiti puliti, celando con cura quante più armi possibile tra gli indumenti.
Allaccio in vita la sacca che contiene la polvere di licopodio, il mio trucco da mangiafuoco, mi avvolgo nel mantello e sono pronto per fare ritorno al villaggio, uno dei tanti satelliti della Città, cresciuti come escrescenze intorno ai tentacoli della piovra che succhia loro la vita.
Mi incammino lungo un sentiero che attraversa il bosco, lontano dalle fattorie che punteggiano la gola che ho eletto a mio domicilio.
Sta arrivando l’inverno, lo sento negli alberi che mostrano rami sfiniti dal gelo e dal vento, anche se le foglie non si rassegnano ancora a cadere e si vestono di una patina di rosso opaco, per ingannare la sorte mostrando un’allegria che non provano.
Il cammino non è che una breve passeggiata e il villaggio mi si para presto davanti agli occhi, avvolto dal fumo pesante che proviene dalle stufe a carbone e dalle auto che vomitano grasse nubi di carburante grezzo. E’ molto presto e il sonno non ha ancora abbandonato del tutto le case.
Procedo silenziosamente, saettando gli occhi intorno a me, per controllare il minimo cambiamento nella densità delle ombre che avvolgono i vicoli sudici che mi sfilano davanti.
Conosco a memoria la strada e mi oriento nel dedalo di viuzze come vi fossi nato, anche se sono arrivato qui solo da pochi giorni.
Sono Pyros il giocoliere, Pyros il lanciatore di coltelli, Pyros il mangiafuoco che fa sorridere bambini invecchiati ancor prima di aver assaporato la vita, Pyros che protegge le anime indifese dall’oscurità.
Arresto i miei passi davanti all’ultima porta di un cul de sac maleodorante. Ha un aspetto incongruo in mezzo a tanta miseria. Siamo alle soglie dell’inverno ma una rosa rampicante riveste come un arco l’intero architrave e si spinge in alto verso il tetto, ricoprendo la parete grigia di un verde impudico e sfacciato.
Sul legno davanti ai miei occhi è incisa una runa che ben conosco. Alzo la mano per sollevare il battocchio a forma di foglia ma la porta si apre senza rumore e lei è lì, davanti a me, e mi sorride con lo sguardo gentile di sempre. Bhumi, mormoro piano.
Pyros, mio caro, entra. Ti stavo aspettando e nel dirlo appoggia la mano sulle gemme del roseto che subito iniziano a sbocciare, felici, sotto il tocco delle sue piccole dita, emanando un profumo che cancella per un istante il ricordo di ogni brutta cosa accaduta nel mondo.


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Accanto al fuoco – vi

Un rivolo d’acqua sgorga dalla parete al fondo della caverna.
Affiora da una piccola crepa nel granito, solca con la rapidità di una lacrima la pietra e sparisce nelle profonde viscere della montagna.
É gelida, ha un gusto amaro che stringe lo stomaco in una morsa, lasciando in bocca un sapore di fumo e ferro.
Mi avvicino al recipiente di raccolta, sciacquo le mani lorde di sangue rappreso e immergo le lame nell’acqua rossastra. Strofino l’acciaio con le dita, sciolgo i grumi nerastri fino a sentire sotto i polpastrelli le solcature a me familiari.
Sono antiche benedizioni, talismani potenti incisi sull’acciaio, l’unico ricordo di colui che le forgiò per me molto tempo fa.
Sollevo il coltello gocciolante e il suo marchio brilla alla luce del fuoco, coperto da un velo d’acqua.
Eccoli insieme, il ferro e l’acqua, Isern e Sjor, l’unico che io abbia mai riconosciuto e amato come padre e il fratello che il destino mi donò durante gli anni nella Città.
Il giorno in cui incontrai mio padre l’auto del mercante ci condusse in un dedalo di viuzze, cresciute come malerba ai piedi dei vecchi grattacieli abbandonati, fino ad arrestarsi davanti alla porta malconcia di un fabbro, con un ultimo sospiro di fumo denso e corrosivo.
Rannicchiato sul sedile nel bozzolo della mia coperta, osservavo la discussione tra il mercante e l’uomo formidabile apparso da quella porta.
I due si conoscevano bene, a giudicare dall’abbraccio e dalle manate vigorose che si erano scambiati.
Li guardavo discutere notando l’espressione sulla faccia dell’uomo cambiare e farsi più cupa ad ogni parola, come un cielo tinto dalle nubi nere del temporale in arrivo.
Anche il fabbro era un Metallico. Una fitta serie di piastre si allargava dal suo collo fino a metà del torace, rivestendolo come la cotta di un cavaliere medievale. Il braccio destro era uno stupefacente miscuglio di rottami uniti a formare una mano rozza ma, avrei scoperto con il tempo, dotata della precisa delicatezza di un orafo. La gamba sinistra era una protesi mobile fissata alla coscia con una gabbia di cinghie di cuoio.
Isern possedeva diverse gambe che aveva progettato e costruito con le sue mani, cambiandole con la civetteria di una donna al primo appuntamento, a seconda dell’uso e del suo umore. Tutte erano provviste di un congegno di difesa, una lama nascosta, sottile, indistruttibile e letale, che adoperava con la grazia di un samurai nei luoghi pericolosi che soleva frequentare.

Isern, mio adorato padre, la prima volta che mi parlasti fu per dirmi, con la tua voce raschiante, “vieni qui ragazzo e smetti di tremare” poi mi afferrasti per le spalle e mi sollevasti il cappuccio quel tanto che bastava a rivelare il bagliore dei capelli.
Mi ricordo i tuoi occhi, così dolci per lo spazio di un istante, tornare pozze insondabili di metallo grigio acciaio e il cenno di capo che rivolgesti al mercante, accettando con quel semplice gesto di diventare mio padre per sempre

Solo alcuni anni dopo, in una notte trascorsa a domare i suoi fantasmi con acquavite di grano, mi narrò della figlia, albina come me, come me posseduta dalla fiamma del fuoco, trovata morta in un vicolo putrido, candida e fragile come la più sottile delle ali di farfalla, un guscio svuotato del suo potere dagli Oscuri.
Eppure, nonostante lo strazio che gli procurava la mia vista, nonostante i maldestri tentativi di padroneggiare il mio potere e l’arroganza inesperta con cui affrontavo i pericoli, mi accolse con sè, mi insegnò l’arte di plasmare il metallo con il fuoco, rese il mio corpo robusto e mi fece accettare la mia diversità come un dono da scoprire e non una maledizione da celare. Fu il mio mentore, il mio posto sicuro nel mondo, la mia casa.
Nei bassifondi della Città si intrecciavano storie dolorose e traffici di tenebra. I mercanti di organi erano una minaccia crescente, avidi predatori di arti di ricambio per chi poteva permettersi di pagare la carne non accontentandosi del metallo, ma anche gli schiavisti e i pedofili volteggiavano come corvi attorno alle giovani vite. Su questa bolgia infernale si era diffuso come un cancro il dominio degli Oscuri. Ancora poco si sapeva di loro, derivavano dal Lucòre come noi ma ne erano rappresentazione del lato più aberrante.
Isern e chi, come lui, aveva perso una persona cara a causa loro, covava vendetta e vigilava.
Gli Oscuri si confondevano con le ombre, penetravano le menti, annullavano la volontà, cancellavano i ricordi della gente comune. Solo noi albini li vedevamo con chiarezza e questo, unito al nostro potere ci rendeva loro nemici e prede.
Per questo Isern iniziò il mio addestramento fin dal primo giorno. Ci allenavamo ogni sera, dopo aver sbarrato porte e finestre da occhi troppo curiosi. L’officina diventava teatro dei nostri combattimenti, attrezzi da lavoro, rottami di ferro, trucioli metallici diventavano le armi improvvisate che, rese roventi dalle mie mani, scagliavo contro la sua massiccia figura che non mi risparmiava critiche, urla di incitamento e duri colpi che mi lasciavano senza fiato e tremante di rabbia.
“Impara il controllo ragazzo, sei tu il padrone, non il fuoco. Devi essere pronto a ciò che ti aspetta là fuori” mi gridava quando dalle dita fiotti di fuoco liquido iniziavano a gocciolare sul cemento e gli attrezzi nelle mie mani fondevano come cera.
Ora basta Pyros, fratello, ora riposa, la voce liquida di Sjor, così simile al gocciolio di uno scroscio di pioggia sulle foglie del bosco, al suono ammaliante dell’acqua per una bocca riarsa, mi avvolge come una carezza.
Bacio il marchio con devozione, Proteggimi padre, mentre risento la voce profonda e arrochita dei suoi ultimi istanti e rivedo, nel velo di lacrime che mi confonde gli occhi, la sua morte, il giuramento di fuoco, la vita che ho scelto per ripagare il suo, il loro sacrificio.
Appoggio la testa al dorso caldo di Lynx che respira quieta, Arriverà presto la vera alba, mormoro mentre chiudo gli occhi e indosso l’oscurità.


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