prima parola: contagio

fonte: web

L’uomo era seduto al centro del palcoscenico.
Da lontano dava l’impressione di una fredda sicurezza, accentuata dal movimento calmo con cui toglieva peli immaginari dalla manica dell’impeccabile giacca nera, ignorando serafico le chiacchiere sommesse del pubblico che stava finendo di prendere posto.
Le luci iniziarono ad affievolire poco a poco e in un istante, come l’attimo in cui il sole, dopo tanto tergiversare, tramonta, tutto si spense.
Il clangore metallico di una leva, un cono verticale di luce sulla scena e l’uomo, finalmente, sollevò la testa, quasi si fosse svegliato da un lungo sonno, e restò a osservare il buio davanti a sé, un buio denso, fatto di corpi e respiri in attesa.
Si alzò dalla sedia, togliendo con un movimento da prestigiatore la mascherina che appese con noncuranza al microfono. Accennò un piccolo inchino con la testa e scandì con voce rassicurante: Contagio.
Iniziò a ridere.
Da principio fu solo un’espressione divertita che tirava all’infuori gli angoli della bocca, poi il sorriso si allargò a tutto il volto increspando la fronte, mentre gli occhi si incendiavano di ilarità.
In seguito iniziò a sgorgare una risata bassa e gorgogliante, ancora esitante, solo un esercizio per saggiare la resistenza delle corde vocali.
Da ultimo una risata grassa e vitale proruppe dalla bocca, come acqua dalla falla di una diga sconnessa.
L’uomo rideva con forza, alzando la testa rivolta all’indietro per seguire meglio il ritmo, il diaframma che sussultava dallo sforzo, le mani oscillanti che, al pari di un direttore d’orchestra, parevano sospingere il suono a propagarsi nell’aria.
Rideva l’uomo, rideva di una gioia pura e assoluta, mentre grosse lacrime gli rotolavano giù dalle guance arrossate dallo sforzo.
Il pubblico rispose inizialmente con un silenzio stupefatto, interrotto da borbottii, proteste e qualche fischio di derisione.
Qualcuno però, non tra le prime file di notabili imbalsamati, ma da un più indisciplinato loggione, iniziò a ridere, timidamente, un chiocciare di gallina impaurita, a cui presto si aggiunsero altre voci più spavalde.
Dopo poco tutto il pubblico, ormai incontenibile, rideva di gusto.
C’era chi rideva ingordamente in A, a bocca piena, oppure in O, spalancando le mascelle senza paura.
Chi invece, più timido, rideva in E, cui facevano eco risate stridule in I e qualche compassato Uh Uh da upupa di mezz’età.
C’era chi si dava pacche vigorose sulle cosce, tenendosi la pancia provata dallo sforzo, e chi dava di gomito al vicino cercando consenso.
Qualche signora più elegante rideva con discrezione, la bocca nascosta dalla mano, e ci fu persino chi, non pochi a dire il vero, si fece la pipì addosso.
Una risata corale, convinta e compatta scuoteva l’intera sala, come se tante gole umane fossero diventate canne di un unico, maestoso organo da cattedrale.
All’improvviso l’uomo tacque.
Serrò la bocca in una stretta fessura, pareva aver chiuso una cerniera lampo, e si mise ad osservare il pubblico che ancora sussultava garrulo.
Dopo qualche minuto un silenzio penoso e imbarazzato sostituì le risate allegre.
Le persone si guardavano l’un l’altra perplesse, rosse in volto e con il fiatone come dopo una maratona.

……. Ecco, vedete, avete appena sperimentato cos’è il contagio.
Siete stati obbligati vostro malgrado.
Siete stati contagiati
A pensarci adesso fa quasi paura, vero?
Prima della pandemia quanti di voi avevano veramente capito cos’è un contagio?
Pochi, forse pochissimi.
Eppure “virale” è diventata una parola di gran moda, molto usata nei vostri amati social.
Le avete dato un’aura da vincente, un’accezione positiva anche quando non ne ha neppure la parvenza; anche quando ad essere virale è “soltanto” il video del pestaggio di una persona indifesa; anche quando ad essere virali sono gli insulti, l’odio, l’intolleranza.
A qualcuno la parola contagio avrà fatto venire in mente un B-movie di zombie.
Il protagonista bello e macho e la donzella figa ma oca, mai che accada il contrario, scappano urlando tra le corsie di un supermercato deserto quando, all’improvviso, una mano e un volto maciullati si fanno largo tra lo scaffale dei cereali e quello delle crocchette vegane.
Invece il contagio è arrivato da una cosa piccola, così piccola da poter essere trasportata dal respiro, come il vento fa con i pappi di un soffione.
Eppure contagio è una bella parola. Ha in sé i germi del tatto, la radice del tangere, del toccare.
In questi mesi di clausura più di tutti è il senso del tatto ad essermi mancato.
Ci siamo saziati le pance di sapori, le narici di odori. Abbiamo farcito le orecchie di musica, di parole, di poche notizie vere e troppe false verità, ma il tatto è andato a nascondersi, si è fatto piccolo dalla paura.
Mi è mancato sfiorare per sbaglio la mano del commesso che mi dà il resto, stringere intenzionalmente la mano di chi mi ha salutato, abbracciare con forza un amico appena incontrato, carezzare con dolcezza la guancia di una persona amata.
Buffo, vero? La paura del con-tangere ci ha fatto perdere la voglia di tangere.
Non è forse questo il modo in cui un bambino fa esperienza del mondo? Toccando ogni cosa con dita tozze ma tanto agili, pronte a fare i danni più inaspettati in un tempo inferiore a quello in cui voi riuscite a correre ai ripari.
Il virus ci ha toccati, ci ha contagiati e ci ha tolto la sicumera di cui ci siamo per troppo tempo imbevuti. Arrivato senza bussare alla porta, è stato un ospite sgradito. Si è subito messo comodo sul divano e si è ingozzato delle nostre patatine preferite, senza lasciarne neppure una briciola.
Sapete qual è la cosa che più mi ha fatto paura?
Pensare che tutto il mondo che conoscevo è venuto giù come un castello di carte, che le consuetudini e le abitudini non valgono più e bisogna scrivere regole nuove per sopravvivere.
Ancora di più mi ha spaventato pensare che tutto questo sforzo potrebbe non bastare, che tutto è cambiato perché nel profondo non cambi mai nulla, che la movida è diventata una triste covida in maschera e la voglia di spritz a tutti i costi batte la voglia di responsabilità 10 a 0.
Contagio in fondo è solo una parola.
Vi siete mai chiesti chi è il vero virus?
Forse solo l’agente Smith ha la risposta.
……
Buio in sala.
Sipario!

Prendo in prestito dal mio carissimo amico Massimo Legnani il termine farneticaio.
Questo testo è un farneticaio, una fascina di parole da incendiare, di cui io stessa faccio fatica a cogliere il senso.
Vogliamo chiamarlo flusso d’incoscienza?
Lo spunto è nato da un concorso di scrittura teatrale di cui, per caso, mi è giunta notizia.
Il tema era scrivere un testo a partire da alcune parole che tanto hanno significato in questi giorni di emergenza sanitaria e solitudine umana.
Non ho ovviamente partecipato al concorso. Sono una cialtrona di poco mestiere e sviluppato senso del ridicolo e non mi pareva il caso di fare la fine del corvo travestito da pavone.
La parola contagio mi è rimasta in testa e, proprio come un virus, mi ha contagiato spingendomi a scrivere.
Ho pensato che questo spazio è la mia personale capsula di Petri, che qui avrei fatto poco danno con la mia coltura batterica di parole a caso.
Il risultato è questo, purtroppo, e perdonatemi se non ho un vaccino da fornirvi.

“La notte è il momento più difficile per essere vivi”

foto personale

Il titolo è una citazione dello scrittore horror gothic Poppy Z. Brite ed è lì per pura bellezza e perché spesso, invece di dormire, uso le ore della notte per trascrivere ciò che scribacchio durante le mie giornate.

Mi siedo al tavolino nel mio angolo preferito, quello più nascosto agli sguardi, e scrivo. Di cosa non lo so, lascio scorrere la penna dove le pare, cullata dai rumori.

Tra luoghi comuni sul tempo, gli sfottò dell’ultima partita, le innocue conversazioni del mattino e il tintinnio delle tazzine mi sento protetta. Non mi dà fastidio scrivere in un posto affollato, anzi, la cacofonia crea una bolla compatta in cui mi immergo per isolarmi.

Sarà per questo motivo che riesco ad addormentarmi con il rumore bianco.

Ho scaricato una app tempo fa, quaranta tipi di suoni utili per prendere sonno. Chi soffre d’insonnia d’altronde si aggrappa a qualunque rimedio, anche il più incredibile.

C’è il rumore bianco, quello rosa e quello marrone, ci sono foglie che frusciano, le fusa compiaciute di un gatto, il suono rassicurante di un caminetto acceso; ci sono perfino il ticchettio di una tastiera, il ronzio dell’aspirapolvere e il rumore del traffico all’ora di punta.

Ognuno può trovare il suono più adatto per addormentarsi e ci sarà senz’altro qualche lavoratore, indefesso al punto da sentirsi a suo agio solo tra i rumori di un ufficio.

Con me il rumore bianco funziona.

Dal punto di vista fisico è un fenomeno affascinante, un rumore senza periodicità, di ampiezza costante, perfettamente coerente a sé stesso nel tempo; un rumore che, se fosse luce, alla vista apparirebbe bianco ma, cosa ancora più singolare, un ideale teorico cui tendere perché, a conti fatti, il rumore bianco non esiste. Ciò che mi regala qualche ora di sonno è solo un’approssimazione.

Se invece ripenso al libro di Don DeLillo, tutto il rumore bianco prodotto dal consumismo che fagocita sé stesso, dal martellare ossessivo dei media, dal bulimico desiderio di comunicare che ha portato a una insostenibile riduzione dello spazio privato, mi fa una paura terribile.

Mi rendo conto di quanto abbiamo e siamo disposti a sacrificare del nostro privato per una condivisione che, a ben guardare, porta forse più danni che benefici; a quanto una società iperconnessa possa rendere le persone isolate, indifese, indifferenti e per questo manipolabili, pronte a spendere un like per cause lontane migliaia di km, ma non altrettanto per la sorte dell’ennesimo povero cristo che ci abita accanto, vessato da un branco di subumani anaffettivi, bruciato come spazzatura, emarginato per il colore della pelle.

Qualche settimana fa ho trascorso una breve vacanza in una capitale europea. In metropolitana mi sono divertita a contare il numero di persone ipnotizzate sul proprio smartphone. Ho smesso quando, in un solo viaggio di poche fermate, ho raggiunto una cifra a tre numeri e mi sono sentita triste, io con il mio libro spiegazzato tra le mani, la reflex a tracolla e gli occhi che scrutavano colli piegati a 45°, senza incontrare neppure uno sguardo complice.

Ci sarebbe invece tanto bisogno di riappropriarsi della meraviglia.

Mi rendo conto che anch’io sto producendo rumore bianco, che affastello parole senza troppa cura nella lentezza torpida di un mattino ipoglicemico, inseguendo un senso che mi sfugge.

Mentre rileggo ciò che ho scritto e mi domando se non sia meglio accartocciare il foglio, intercetto uno sguardo, rispondo al saluto in modo automatico, ma non ho voglia di parlare né di spiegare perché io abbia davanti un quaderno e una penna anziché uno smartphone.

È la croce di lavorare in un piccolo borgo dove tutti mi conoscono e spesso, non protetta dalla corazza professionale, finisco per arrossire di goffaggine davanti a uno sguardo più curioso e mi esamino furtiva, alla ricerca della magagna che ha attirato attenzione.

Milan Kundera diceva che tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi, chi di un vasto pubblico, chi di molte persone conosciute, chi solo della persona amata, ma è la quarta categoria che preferisco: quella di chi vive sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Kundera li definisce i sognatori e mi piace pensare di farne un poco parte anch’io.

«dottoressa cosa scrive di bello, una lettera d’amore?». Lo sapevo, la pace è finita e sento già le guance che si arrossano. Sorrido, borbotto una risposta generica, ripongo penna e quaderno. Per oggi basta rumore.

My computer thinks I’m gay
What’s the difference anyway?
When all the people do all day
It staring into a phone
I’ve got too many friends too many people
That I’ll never meet, I’ll never be there for
I’ll never be there for, ‘cause I’ll never be there
Too many friends too many people
That I ll never meet, I’ll never be there for
I’ll never be there for, ‘cause I’ll never be there

Le parole sono pappi di soffione

Sono giorni di melassa nerastra e fumo di smog, senza capo nè coda, senza sugo nè senno; ventiquattr’ore dispari su sette giorni pari, lenti come tartarughe artritiche, eterni come tele di Penelope perennemente disfatte. Ho masse grumose di parole invischiate in gola, intrappolate come uccelli che sbattono ali frenetiche senza riuscire a liberarsi. Qualcuna più audace aiuta la sua fortuna con uno strattone, le altre restano immobili come lepri, con le pupille, ormai assuefatte all’oscurità, abbagliate dalla luce che avanza. Scrivere mi risulta difficile, ogni frase un ripensamento, ogni periodo un cimitero di righe cancellate, con lo sconforto di chi sa di stare imbastendo un mare di sciocchezze puerili. Questo mio stato nebuloso di impaccio mi ha fatto ricordare un brano limpido e delicato sulla difficoltà dello scrivere, tratteggiato da Francesco, persona che apprezzo e stimo per la pacatezza e insieme la sincerità di pensiero, e la mia promessa di trovare le parole giuste per continuarlo. Non so se ci sono riuscita ma ci ho provato.

Scrivere in versi e, più in generale, scrivere non è come piantare nella terra fertile un seme vivace, annaffiarlo con acqua limpida e abbondante e attendere che ne venga fuori una pianta profumata o dai frutti gustosi.

E’ più un separare i sassi dalla terra, e con essi farne muretti a protezione della particella.

E’ più un arare in profondità terreno duro e argilloso affinché sia possibile aprire in esso un solco adatto a mettere a dimora un seme.

E’ più un raccogliere e conservare acqua piovana sempre troppo esigua, o riconquistare vene e rivoli ormai quasi completamente trasformatisi in fango.

E’ più un cercare il seme fra le stoppie riarse dal sole e sperare che non sia troppo disidratato o che le cimici non ne abbiano mangiato il germe.

E alla fine il gusto del frutto, semmai ci sarà frutto, più che dalla qualità della pianta finirà per dipendere dalla quantità di lavoro, dalla fatica, che hai fatto per portarlo a maturazione.
(Braccia strappate all’agricoltura – adoraincertablog)

Io: È potare, innestare, proteggere dalla grandine e aspettare con meraviglia i frutti maturi. Ho trovato le tue parole davvero incantevoli.

Francesco: spingi oltre la metafora…e veramente varrebbe la pena farlo. Potresti essere tu a continuare questo pezzo che ho scritto. Sono certo che ne verrebbe fuori una cosa molto bella.

Io: Se riuscirò a trovare parole all’altezza delle tue ci proverò.

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fonte: tumblr

Le parole sono pappi di soffione in preda a correnti dispettose e imprevedibili.

Scrivere non è molto diverso da un bel tuffo dalla cima di uno scoglio, dopo aver stretto tra le dita un portafortuna, essersi fatti furtivamente il segno della croce e aver chiuso ben bene gli occhi, per non vedere arrivare le proprie paure.

É trapiantare in un terreno più fertile e ben dissodato ciò che a volte è nato nel buio della mente, annaffiato da lacrime, indebolito dalla sfiducia e far sì che torni verde e rigoglioso e abbia un buon sapore fresco.

É fare la cascola dei frutti, diradare, sfrondare il superfluo affinchè il prodotto finale giunga a maturazione più robusto, pur sapendo che ogni frase è una figlia che non vedrà il sole, ogni concetto un amico che verrà sì abbandonato nel limbo, ma mai dimenticato.

É spezzettare le zolle, cercare ciò che si è nascosto sotto terra e portare alla luce un reperto interessante, come farebbe un archeologo, con attrezzi minuscoli e affilati e un paziente spennellare della polvere depositata sopra come una corazza protettiva.

Scrivere è come svasare una pianta. Ti rendi conto che soffre, prepari un vaso più accogliente, un terreno leggero e ben concimato, afferri saldamente il fusto e tiri. Solo dopo ti accorgi con meraviglia di quanto grosse e nodose siano le radici, avviluppate con ostinazione a creare una rete che imprigiona i pensieri e ne fa tessitura, trama e ordito della realtà.

Quando ti piace un fiore semplicemente lo cogli, ma quando ami un fiore lo annaffi tutti i giorni e allora scrivere non è sfogliare una margherita con superficialità, gettare a terra i petali stropicciati senza curarsene, e neppure pelare una cipolla versando lacrime di coccodrillo ma è dedizione umile; è osservare con occhi curiosi anche il dettaglio più banale e raccontarlo con cura amorevole; è la pazienza che serve ad ascoltare il respiro del mondo tra i fili d’erba.

Forse gli angeli di marmo non piangono lacrime di granito, ma rimodernare l’anima è un lavoro di alta sartoria

Questo racconto nasce da un dialogo surreale, a metà strada tra Aspettando Godot e Il venditore di almanacchi di Leopardi, che Domenico ed io abbiamo avuto in merito all’efficacia dei rammendi dell’anima.

Prima di proseguire nella lettura, vi consiglio di deliziarvi con l’ascolto di Jeff e Liz, due tra le voci più belle mai esistite.

I disegni che impreziosiscono e animano il racconto sono opera di Tati, una donna sensibile e dolce come lo zucchero filato, un’amica vera e sincera che ha saputo dare un volto poetico alle mie parole e dovrebbe fare l’illustratrice di professione tanto è brava. Ti adoro dolcezza mia!

Grazie, non mi approfitto del tuo buon cuore.

Fallo pure… stracciami!

Non vorrai fare la fine di un peluche???

Se da tua mano… anche peggio!

Ma io riparo, rammendo, accarezzo, non distruggo. Anzi!

Sfasciami così mi rimetti meglio a posto! Piccolo frankenstein dell’amour!

Quindi dovremmo giocare all’allegro chirurgo?!

E ricucitore! E defibrillatore… e Creatura fa quel che ti dico!

Se no inserisco i cavetti e mando corrente!

Me ne dia di più Creatore!

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rammendare l’anima è un gesto gentile

Sei sicuro di ciò che mi stai chiedendo? Sappi che la procedura è dolorosa e irreversibile, rifletti bene sulla tua scelta.

Sono certo di ciò che faccio. Quello che ascolto ogni giorno è diventato troppo fastidioso, il ronzare di questi soloni arroganti, che pretendono di guidare la mia vita, mi è intollerabile. Strappami le orecchie, fa’ che io non possa più udire la loro voce e vivrò finalmente sereno.

La sarta sospirò di pena. Questo colloquio si stava rivelando più difficile del previsto ma doveva accontentare il suo cliente, quindi prese un paio di grandi forbici e tagliò via le orecchie, cauterizzando con la fiamma ossidrica il sangue che sgorgava copioso, tolse la coclea, gli ossicini, il timpano e li sostituì con ovatta morbida, cucendo due soffici orecchie di pelo a coprire lo squarcio.

L’uomo non era soddisfatto, non poteva più sentire ma era ancora in grado di vedere perciò chiese alla sarta di sostituirgli anche gli occhi.

Non potrai più godere della bellezza, vedere il miracolo dell’alba, le onde del mare che spruzzano schiuma, le nuvole che si rincorrono alte in cielo, le gambe delle donne che ondeggiano come fiori dentro le loro gonne, il colore di un buon vino che rotea nel bicchiere.

Vedo ogni giorno la spazzatura che mi circonda, gli scheletri in cemento armato dei sogni perduti, la trincea del progresso infranto, le voragini della povertà coperte dalle erbacce, le radici dei fichi che spaccano il terreno. Non voglio più vedere l’esterno che inganna i miei occhi, voglio poter contare solo su ciò che sta all’interno del mio cuore e della mia mente.

Così la sarta si diresse verso il suo bancone ingombro di fili e ritagli, frugò in un barattolo cercando l’attrezzo più adatto e si accostò al suo viso per cavargli gli occhi con un lungo uncinetto. Poi mise i bulbi oculari, che la scrutavano impietosi, in un barattolo di formalina e coprì le orbite vuote con due bottoni tondi e lucenti, scelti con attenzione da una lunga scatola di cartone ingiallito.

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occhio non vede, cuore duole ancora

Poi fu la volta della lingua, perché l’uomo non voleva più mangiare minestrina con il formaggino, troppi ricordi crudeli gliene avevano tolto il piacere e anche il crudo di mare e il sapore dell’irish coffee non erano quelli di una volta.

Questa volta la sarta la strappò via con le pinze e cucì, al posto della lingua mancante, un segmento di pellicola cinematografica di un vecchio film noir anni ’70.

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sei davvero consapevole delle tue scelte?

Infine l’uomo chiese la cosa più terribile e irreversibile di tutte, domandò che gli venisse tolto il cuore.

Strappami via questo orologio insopportabile, che come un cucu’ mi tiene sveglio la notte, sconvolge il ritmo dell’ucronia, mi costringe a posticipare il tedio domenicale in una lunga settimana di passione e mi fa stare in giro nella controra, come solo i pazzi e gli ubriachi sanno fare.

La sarta si rifiutò, scosse la testa, gridò e pestò i piedi, ma l’uomo fu irremovibile ad ogni sua obiezione, finché lei rassegnata non impugnò le cesoie da lattoniere, aprì il torace, afferrando quel cuore palpitante che si divincolava come un pesciolino, lo sostituì con un cilindretto di plastica nera, che molto tempo prima aveva contenuto un rullino di pellicola 400 asa, riempì di imbottitura il torace e ricucì a punti lunghi e precisi, spingendo giù con decisione i ciuffi bianchi di imbottitura che cercavano di sfuggire alla disciplina dell’ago.

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non potevo fare di più ma avrei preferito di no

Bene, sei soddisfatto ora? – gli chiese e scosse tristemente la testa quando il suo cliente non le rispose.

Prese il pupazzo tra le mani e lo cullò per un momento, quasi volesse chiedergli perdono per non essere stata più ferma nel rifiutare le sue assurde pretese, poi attraversò la stanza fino ad un angolo buio e lo depose con delicatezza sulla cima del mucchio che riempiva il fondo del negozio.

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spero tu non ti senta troppo solo

Rimodernare l’anima è un lavoro di alta sartoria ma le conseguenze sono prevedibili, disse tra sè sospirando, infine andò a chiudere a chiave la porta fermando la campanella fissata allo stipite, posò i barattoli sulla lunga mensola impolverata e spense la luce, dopo aver lanciato un’ultima occhiata piena di tenerezza ai bottoni luccicanti nel viso inanimato del suo ostinato cliente ed al suo cuore che ancora fremeva piano.

Tati4

un cuore sottovetro smette davvero di battere?


Domenico è una persona gentile, un fotografo eclettico, un libero pensatore, un ricercatore della verità anche quando scomoda e un eccellente scrittore. Se ancora non lo conoscete andate a leggere il suo blog personale e il suo blog autore ma soprattutto le sue opere.

Sono certa che le sue creature già pubblicate Clotilde e Don Michele vi conquisteranno e farete la conoscenza di altri personaggi interessanti come Sonia e Vetriolo di prossima pubblicazione.

Cartadimestessa

Ognuno di noi ha le proprie parole feticcio, alcune confortano, altre si presentano senza invito, ospiti sgraditi senza compassione nè ritegno.
Ho fatto una lista delle parole che risuonano nella mia vita.
Di alcune non saprei proprio fare a meno, altre le darei via volentieri al primo venuto.
Sembrano banali ma non lo sono affatto, non sarei io senza il gusto del sale mangiato di nascosto, senza il rivolo di freddo che mi cola giù per la schiena prima di una nevicata, senza mare, senza viaggi, senza rabbia, senza dolore, senza libri, senza sole, senza ali immaginarie che mi portino via quando l’aria diventa irrespirabile.
Per tenere a mente chi sono ho fatto carta di me stessa, ho tatuato la mia mano, ho schiaffeggiato la mia faccia.
Per non perdermi.

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