A neve ferma

a neve ferma@fotomia

Tempo fa mi è capitato di leggere il risultato di un curioso esperimento scientifico, volto a far chiarezza sulla sensibilità empatica delle piante.

Tre piante sono state poste nelle stesse condizioni di luce e clima, è stato usato lo stesso terriccio per invasarle e identiche sono state le condizioni e la frequenza di innaffiatura e fertilizzazione.

Alla prima venivano rivolte parole dolci e gentili ogni volta che ci si prendeva cura di lei, rimarcando il fatto che fosse bella e stesse crescendo bene.

Alla seconda non veniva rivolta alcuna parola, benché venisse nutrita e curata con la stessa frequenza della prima.

La terza veniva apostrofata con male parole ogniqualvolta era possibile.

Il risultato dell’esperimento fu che la prima crebbe rigogliosa con una splendida fioritura, la seconda crebbe normalmente con una fioritura modesta ma visibile, la terza venne colpita da infezioni fungine e morì.

Mi sono ricordata di questo curioso aneddoto proprio in questo fine settimana dove, per tre giorni di seguito, ho preparato la stessa identica torta con risultati molto diversi.

Il sabato pomeriggio libero per me è merce rara. Non mi capita di frequente di averne e di solito, benché lo aspetti con la trepidazione del Leopardi facendo mille progetti per farlo fruttare il più possibile, quella manciata di ore si riduce in cenere in un lampo, arsa nel sacro fuoco delle faccende domestiche, del tutto inutili ma necessarie a non farmi chiamare mamma dai ragni e a evitare tetano e altre infezioni batteriche assortite.

Lo scorso sabato non è andata meglio. Una serie di contrattempi, spesa fatta male e l’arrivo a casa con l’idea di una torta “da fare in fretta”, per lasciar spazio a qualche ora di relax.

Ovviamente non è andata così.

Sembra impossibile ma riesco ad essere la persona più precisa e allo stesso tempo pasticciona che esista sulla terra, quindi, parecchie decine di minuti dopo, mi sono trovata a circumnavigare residui di farina e di uovo sbattuto, torsoli di mela e burro semisciolto, nel tentativo di domare la lievitazione piuttosto incontinente di una ciambella che aveva deciso di varcare ogni confine lecito di contenimento.

Il risultato è stata una torta buona di gusto ma straripante, soffice e al tempo stesso gommosa per colpa del mio intervento drastico per ridurne l’esuberanza, una torta cui i miei modi frettolosi avevano impartito le stesse caratteristiche impazienti.

Ieri è stato il giorno della riscossa. Con calma ho preparato gli ingredienti, pesando con cura per poi riporre subito i barattoli, un piano di lavoro sgombro e pulito, l’attrezzatura tutta a portata di mano. Chiacchieravo con mia sorella di banalità, ridendo e pensando ad altro, e ho lavorato con tranquillità, rilassata e non troppo concentrata su ciò che stavo facendo.

Un passaggio cruciale per la buona riuscita di una torta è montare i bianchi a neve ferma. È un procedimento che spesso mi annoia e mi spinge a scartare la ricetta che volevo eseguire, ma questa volta era indispensabile farlo e ho cercato di concludere il più rapidamente possibile. Sapevo che non sarebbe stato sufficiente, sapevo di non aver inglobato aria abbastanza, ma ero fiduciosa. In fondo una neve meno ferma non poteva fare una gran differenza.

Il risultato è stata una torta ottima di gusto e soffice, ma di dimensioni contenute. Non avevo avuto abbastanza pazienza, non avevo dato leggerezza al mio impasto anzi, prestandogli solo un’attenzione distratta, lo avevo condannato al girone più basso delle torte, quello delle “è buona ma….”.

Oggi è un giorno di malinconia autunnale e lacrima facile. Di solito mi ostino a vivere alla giornata, cercando un senso che non esiste, ma a volte l’asticella della sopportazione cala velocemente al limite e mi ritrovo sgualcita e indifesa, con tutte le insicurezze che affiorano come sassi da un torrente in secca.

È una sensazione di assoluto sconcerto impotente, con la lista delle cose che andrebbero cambiate ben presente davanti agli occhi e l’assoluta consapevolezza di non essere in grado di farlo. L‘uomo è un animale che vive d’abitudini. Si affeziona ai luoghi, detesta i cambiamenti, questo lo diceva Steinbeck in Furore. Ho sempre pensato che questa citazione descriva altrettanto bene i gatti e in fondo tutti quanti siamo un po’ egoisti e ombrosi, gelosi e abitudinari come i gatti. Ci fa piacere raccontarci di essere cani, buoni, fedeli e altruisti, ma a ben guardare il gatto ci assomiglia di più. E magari non è neppure tanto sbagliato.

Con questa tetraggine in corpo ho afferrato ciotole e ingredienti per il terzo tentativo. Questa volta non c’era fretta nei miei gesti né distrazione, questa volta la calma e il metodo hanno lavorato bene, un cucchiaio di farina dopo l’altro, mentre i pensieri e la tristezza si amalgamavano con le uova e lo zucchero.

Questa volta ho montato i bianchi a lungo, a neve tanto ferma da restare immobile, picchi bianchi sospesi al centro della ciotola pieni di aria e di promesse non mantenute. Le parole sono importanti, diceva Michele in Palombella rossa, e le promesse, che di parole sono fatte, allora sono quanto di più prezioso esista e non andrebbero sciupate. Ma io divago e la torta ha bisogno di me. Ho mescolato, dosato e assaggiato con cura. Ho affettato veli di mela da affondare nell’impasto per dare umida dolcezza e chicchi rossi di mirtilli per dare allegria. Ho aspettato senza fretta che cuocesse, solo una tazza di chai speziato tra le mani e uno scialle caldo sulle spalle, per contrastare il vento freddo che sento bussare ai vetri dopo essere scivolato giù dalle colline, bianche della prima neve di stanotte.

Questa volta il profumo di limone è meraviglioso, l’aspetto è bello e non ci sono ma dispettosi che possano offuscare il piacere di aver fatto una torta perfetta. Forse mancava la malinconia a creare equilibrio là dove fretta e distrazione avevano fallito.

Forse.

malinconicake@fotomia

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Continuazione

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane, 
ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate. 
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo 
e quando dormo taglia bene l’aquilone, 
togli la ragione e lasciami sognare, 
lasciami sognare in pace (Samuele Bersani)

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fonte: web


Dovrei scrivere l’ultimo post dell’anno, fare un bilancio, una stima degli utili, magari un mazzetto guarnito di buoni propositi per il futuro, invece sono la campionessa delle scadenze disattese e dimenticate.
È strano pensare che ciò che sto scrivendo adesso, tra una manciata di ore sarà qualcosa scritto l’anno scorso.
È uno sfasamento temporale che mi infastidisce, una sorta di malessere da cinetosi, devo abituarmici come farei con un paio di occhiali più forti o se dovessi riprendere a camminare dopo una brutta storta.
Procedo con cautela, a piccoli passi, perché sono bravissima a complicare anche le cose più semplici.
Questi sono i momenti in cui, più del solito, affronto la vita in difesa, arrotolata su me stessa come una felce, che non ha alcuna intenzione di spianare i suoi riccioli.
Dormo appallottolata in una noce di gambe, braccia e muscoli contratti, le dita tutte mangiate mi ricordano che sono un disastro e invecchiando non miglioro.
La mattina il risveglio è un tormento, cercare di dare coordinazione ad un pupazzo disarticolato un’impresa faticosa.
Le anche, il diaframma, le spalle mi fanno un gran male, ogni cosa sembra pesantissima, i vestiti una gabbia fatta per rendermi, se possibile, ancora più goffa.
Benché io ami profondamente l’inverno, il freddo mi rende rigida e rattenuta, una pozza di cera liquida che diventa sempre più opaca e solida.
Cerco di srotolare la schiena come spiega il mio amato yoga, tendo le braccia al soffitto, mi allungo in tutta la mia piccolezza e immagino di essere una betulla flessuosa, di avere la testa legata ad un filo che mi tira verso l’alto, ma ecco che zacchete! il filo viene tagliato e mi ritrovo accartocciata per terra, una marionetta con i fili aggrovigliati, buona solo per l’ultima fila delle comparse.
La betulla lascia il posto al tronco contorto di una vite e inciampo nei miei stessi piedi, come fossero radici dispettose.
Il mio corpo si prende gioco di me, cerca di stuzzicarmi, di risvegliare la mia attenzione con il dolore.
Mi faccio male, spesso molto male, per distrazione, goffaggine, suggestione postipnotica o chissà che diamine!
Cado, mi taglio, sbatto contro spigoli, sollevo pesi troppo grandi per le mie forze.
Guai a chiedere aiuto, per chi mi prendete, io ce la faccio da sola.
Non importa se poi sono segnata di rosso e blu come un compito in classe, non importa se sono una roccia di tufo friabile, una palafitta senza fondamenta.
Semplicemente continuo ad andare avanti, un po’ arrotolata, qualche rara volta dritta e sicura, molto spesso incerottata.
L’ultimo giorno dell’anno per il mio libro di meditazioni è importante, è intitolato Continuazione perché si porta a termine un ciclo, si festeggia il compimento di un giro di ruota, che fa avanzare di un passo verso il nuovo, ma al tempo stesso si mantiene continuità con ciò e chi ci ha preceduto.

Ogni conclusione porta con sé un compimento.
Il compimento porta alla liberazione.
La liberazione ci permette di proseguire.
Nemmeno la morte è una vera fine.
La vita è un’infinita continuazione.

Questo è l’augurio che esprimo e desidero per tutti noi.

I folletti di wp mi hanno comunicato un exaequo tra i miei commentatori più fedeli, Sherazade ❤ e Ysingrinus ❤
Sherina e Yzzy, grazie mille volte!

Clessidra

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fonte: web

La vita è come una clessidra.
La coscienza è la sabbia che vi scorre

Ho un libro di meditazioni tao, una per ogni giorno dell’anno, e questa è la meditazione di oggi.
La forma della clessidra è un infinito verticale, eliche del DNA che si avvolgono, maschile e femminile contrapposti, materia e spirito che si toccano senza compenetrarsi.
La sabbia che scorre al suo interno è flusso di energia, è kundalini lungo la spina dorsale, è la strada della vita.
Purtroppo è una strada difficile da comprendere nella sua compiutezza, così come è difficile afferrare un nastro di sabbia che scorre tra le dita.
Il movimento della sabbia è il Tao, la saggezza sta nel raggiungere la comprensione del movimento, anziché concentrarsi solo sui singoli aspetti materiali, che possono risultare dolorosi e incomprensibili ma fanno parte del disegno che il flusso di sabbia sta creando.
Questi ultimi giorni di un anno che muore, le ore notturne più buie e silenziose, la solitudine di chi non ha molto da festeggiare, sono tutti granelli che vorticano lentamente dentro la mia clessidra.
Scrivo queste riflessioni pensando ad una persona, entrata nel mio flusso di sabbia da non molto tempo, ma ormai tanto importante da farmi dividere il mio percorso in un prima e un dopo il suo arrivo.
Scrivo riflettendo su ciò che sta affrontando, gli stravolgimenti della sua vita, il suo bisogno di condividere, di raccontare.
Non è stato facile trovare un punto di equilibrio, abbiamo rischiato di esplodere per troppa vicinanza e di perderci per troppa distanza.
Abbiamo cercato di dimenticare, di fare finta che non fossimo null’altro che un contatto casuale, ma ci sbagliavamo.
A volte penso a questo incontro come ad un karma che viene da molto lontano, fili che si riannodano dopo tanti puntini di sospensione, la chiave che apre una porta sigillata.
È una sensazione potente.
È energia.
È

Valore

Ottobre è finito e oggi sorrido come una mela candita!
Ieri notte guidavo veloce, immersa nel buio di un’autostrada semideserta, con la compagnia di uno chansonnier francese che ha musicato la poesia di un autore che amo molto.
Mi è tornato in mente questo articolo, scritto tanto tempo fa.
L’ho risvegliato per dargli una seconda opportunità di dialogo.
Mi piacerebbe leggere i commenti delle tante persone che stimo e per cui provo un affetto sincero, per la cura e l’attenzione che mi rivolgono e che per me, credetemi, sa di miracolo e non cessa di meravigliarmi.
Questo mondo non esiste, tutto questo è vero come la finzione, la realtà è diversa, tutto può essere cancellato con un click…..però io qui mi sento felice e a casa.

La Mela sBacata

ritratti 05 opera grafica di proprietà privata

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.

Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello
che oggi vale ancora poco.

Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.

Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.

Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori…

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La cena

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fonte: web

Ho apparecchiato la tavola con molta cura, i piatti delle grandi occasioni, la tovaglia di lino, un mazzo di fiori spettinati con finta semplicità.

Ho messo il vestito rosso che ti piace tanto e i tacchi alti “da femmina”, che insisti sempre per farmi indossare, anche se sai che non amo apparire.

Il vino respira nel decanter di cristallo, è l’ultima bottiglia di Bordeaux, il nostro ultimo viaggio insieme.

Ti ricordi ancora, amore mio?

Ho preparato uno stufato di carne, con cipolla, vino rosso e funghi porcini.

Non è adatto ad una cena elegante, troppo semplice e rustico, ma so che ti piace tanto.

Ora sta cuocendo lentamente, alla fine la carne sarà così tenera da non aver bisogno del coltello, anche se ho messo in tavola quelli con la lama seghettata, comprati in quel negozio specializzato ormai chiuso da tempo.

Ti ricordi, amore mio, com’ero felice quando ho acquistato il mio primo Santoku?

Mi hai detto “attenta a non farti male, mia piccola chef” e mi hai sorriso, con quello sguardo tenero e dolce, quello sguardo per cui avrei fatto follie.

Eravamo felici allora, ti ricordi, così felici e innamorati.

Tu eri il mio uomo perfetto, tanto più alto e forte di me, ed io la piccola chef o la strega tentatrice, a seconda del momento e del luogo.

Mi sto di nuovo mangiando le unghie, devo smetterla subito, mi si sciupa lo smalto rosso, che ho messo solo per te con tanta cura.

L’odore di cipolla mi ha impregnato le mani, nascondendo quasi del tutto quello della candeggina.

Lo so che non ti piace, amore mio, l’hai sempre trovata fastidiosa e ti arrabbi quando ne uso troppa, per quella che tu definisci la mia ordalia del pulito, ma sono sempre stata così pignola, sai quanto amo tenere tutto in perfetto ordine.

Quando annusavi l’odore, storcendo il naso con disgusto, ti buttavo le braccia al collo e ti chiedevo scusa con mille baci.

Tu mi perdonavi sempre, perché eri tenero con me e mi amavi tanto.

Amore mio è difficile gettare via tutto quello che abbiamo costruito insieme, sai?

E’ difficile dividere ciò che è stato nostro, quantificare ciò che ora è tuo e non sarà più mio.

Neppure tu sei più mio, sono stata così cieca da non vedere i segnali, le bugie, i ritardi, così stupida nel creare giustificazioni al tuo comportamento, tanto che non ti scomodavi neppure più a raccontarmi bugie.

Fino a quel giorno maledetto, quando mi hai vomitato in faccia tutto il tuo veleno e mi hai detto che di una strega come me non sapevi più che fartene, che avevi trovato un angelo, finalmente, un angelo biondo pronto a capirti, ad adorarti e che era finita.

Ti ho guardato, amore mio, ti ho guardato fisso nel fondo dell’anima, ma ho visto solo buio, porte chiuse e stanze vuote.

Allora ho capito e non ho voluto combattere, sapevo di averti perduto.

Sono rimasta sola in questa casa, cercando di separare la pula dal grano senza riuscirci, perché senza di te sono persa, amore mio, persa ed infelice.

Rientrando a casa, la sera, ho iniziato a notare piccole sparizioni delle tue cose, prima i tuoi abiti, le tue camicie, le scarpe che curi con tanta pignoleria, poi qualche libro, dischi, qualcuno dei tuoi amati quadri astratti.

Sei sempre stato discreto e corretto però, un messaggio per avvisarmi la sera prima, un biglietto con l’elenco di ciò che avevi portato via e un saluto cortese, da perfetto estraneo, firmato con le tue iniziali.

Saresti stupito, amore mio, se ti dicessi che conservo tutti quei biglietti, che entro in casa piano piano per non far fuggire subito il tuo odore, che cammino per le stanze a piedi nudi, cercando di indovinare dove hai poggiato i tuoi, per sentirne ancora il calore?

Sei sempre stato attento a non incontrarmi, amore mio, ma l’altra sera non è andata come al solito.

Sono rientrata prima, ero stanca e incupita da una cattiva giornata, o forse tu eri in ritardo oppure il caso ha voluto ancora una volta farsi beffe di noi.

Ci siamo ritrovati faccia a faccia, io con le chiavi in mano, tu impacciato da una scatola traboccante di libri.

“Come stai, ti trovo bene.”
“Non c’è male, grazie, fermati per un boccone, cucino qualcosa.”
“Ma sì dai, anzi c’è una cosa di cui vorrei parlare con te.”

Ho cucinato come ai vecchi tempi, una tartare di salmone fresco, sminuzzato con il mio adorato Santoku, pane francese e vino bianco gelato.

Abbiamo chiacchierato amabilmente, poi d’un tratto l’atmosfera si è guastata.

“La casa?”
“Vendere??”
“Sì, lo so che è intestata a te ma pago io il mutuo!”
“Cosa??? LEI vuole una casa più grande?”

NO, NO, NO!!!!!!

Amore mio, mi dispiace, e dire che me lo avevi detto, attenta a non farti male, è davvero tanto affilato.

Quanto sangue, non avevo idea che potesse sgorgare così tanto sangue, perdonami amore mio.

Ti ho medicato subito come potevo, ti ho chiesto mille volte scusa e stavi bene, stavi già andando via, allora perché, perché hai dovuto cominciare a gridare tutte quelle cose orribili?

Dovevo farti smettere, non volevo più sentire la tua voce cattiva, rivolevo quello sguardo tenero su di me, lo capisci ora?

Lo capisci perchè l’ho fatto?

Amore mio, lo stufato è pronto e ho tanta fame, voglio cenare con calma, bere il mio vino rosso, poi penserò a cosa fare di quello smartphone, che ogni tanto si mette a suonare insistente.

Amore mio, sei tenero, te l’ho sempre detto, ricordi?

Così tenero che ti mangerei.

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.

(Inferno, canto XXXIII)

Voodoo doll

voodoo-dolls-wallpaper

fonte: web

Ho voluto giocare un gioco antico,

di cui avevo dimenticato le regole.

Ho lanciato in aria i dadi,

ma nascondevano facce truccate.

Ho guidato nella notte senza freni,

senza accorgermi della curva ingannevole.

Ho lanciato il mio corpo nel vuoto,

con ali improvvisate troppo piccole per me.

Ho assaggiato un vino sconosciuto,

ma il mio stomaco era vuoto.

Ho indossato cavigliere di ti amo,

soffrendo per la pelle piagata.

Ho vietato al corpo di dormire,

zittendo i lamenti del sonno.

Ho tappato le orecchie al buonsenso,

pur temendo la malìa delle lusinghe.

Ho bruciato la candela dai due lati,

ignorando d’esser io lo stoppino.

Ho impastato bamboline voodoo,

con la tiepida me stessa liquefatta.

Resto a terra così

-una falena infilzata-

pronta per la teca

di un nuovo collezionista.

Sarebbe fin troppo ovvio ascoltare Voodoo child, fatelo pure se volete, ma qui da me stanotte risuona Persephone.