24 maggio: il girotondo delle rondini

rose selvatiche foto mia rielaborata

Ha un nome delicato.
Strada dell’Olmo c’è scritto in alto, un rettangolo bianco che si riquadra nel troppo blu di un cielo quasi estivo, quasi finto, troppo perfetto.
Dell’antico olmo non resta traccia, solo il nome ne omaggia il vuoto del tronco, rimpiazzato da campi a grano gialloverde e chiazze di radi papaveri impolverati, stinti come panni vecchi.
Una radice dimenticata dorme sotto le zolle, ne indovino il gonfiore nascosto e la immagino sprofondare nel ventre scuro della terra, libera dal peso della chioma.
L’attaccamento alla vita dei fiori selvatici è un prezioso insegnamento di resistenza, nonostante in primavera la gente vada a morire in guerra o trovi un sudario in mare, anziché fermarsi a guardare il girotondo selvaggio delle rondini.
La rosa canina fiorisce in cascate che si gettano a capofitto, punteggiando di glassa rosa l’intrico di spine, torta di nettare per api ubriache di profumi ancestrali, mentre il prato sussurra il mistero della vita che cresce in silenzio. Nessuno sembra comprenderne più la melodia e malinconia tracima dalla gola, affogando il respiro di fango amaro.
Il sole arroventa la pelle e scava canyon disidratati nel mezzo della fronte; l’acciaio di un fucile scotta più del fuoco, ma non è salutare il suo calore; bere acqua salata non è un buon modo per dissetarsi.
Ho sfogliato una margherita di non m’ama lunga un anno, ma il vuoto nel petto non si è colmato. Ho capito che anche il funerale più straziante non dura in eterno ed è ormai tempo per me di gettare terra grassa sulle mancanze, mischiarla ai petali del rifiuto e seppellirli più a fondo, dove non si tocca.
Il cielo lavanda al tramonto si riga di nere traiettorie. Non morti scheletri metallici, ma vive architetture piumate popolano la sera di girotondi.

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