“La notte è il momento più difficile per essere vivi”

foto personale

Il titolo è una citazione dello scrittore horror gothic Poppy Z. Brite ed è lì per pura bellezza e perché spesso, invece di dormire, uso le ore della notte per trascrivere ciò che scribacchio durante le mie giornate.

Mi siedo al tavolino nel mio angolo preferito, quello più nascosto agli sguardi, e scrivo. Di cosa non lo so, lascio scorrere la penna dove le pare, cullata dai rumori.

Tra luoghi comuni sul tempo, gli sfottò dell’ultima partita, le innocue conversazioni del mattino e il tintinnio delle tazzine mi sento protetta. Non mi dà fastidio scrivere in un posto affollato, anzi, la cacofonia crea una bolla compatta in cui mi immergo per isolarmi.

Sarà per questo motivo che riesco ad addormentarmi con il rumore bianco.

Ho scaricato una app tempo fa, quaranta tipi di suoni utili per prendere sonno. Chi soffre d’insonnia d’altronde si aggrappa a qualunque rimedio, anche il più incredibile.

C’è il rumore bianco, quello rosa e quello marrone, ci sono foglie che frusciano, le fusa compiaciute di un gatto, il suono rassicurante di un caminetto acceso; ci sono perfino il ticchettio di una tastiera, il ronzio dell’aspirapolvere e il rumore del traffico all’ora di punta.

Ognuno può trovare il suono più adatto per addormentarsi e ci sarà senz’altro qualche lavoratore, indefesso al punto da sentirsi a suo agio solo tra i rumori di un ufficio.

Con me il rumore bianco funziona.

Dal punto di vista fisico è un fenomeno affascinante, un rumore senza periodicità, di ampiezza costante, perfettamente coerente a sé stesso nel tempo; un rumore che, se fosse luce, alla vista apparirebbe bianco ma, cosa ancora più singolare, un ideale teorico cui tendere perché, a conti fatti, il rumore bianco non esiste. Ciò che mi regala qualche ora di sonno è solo un’approssimazione.

Se invece ripenso al libro di Don DeLillo, tutto il rumore bianco prodotto dal consumismo che fagocita sé stesso, dal martellare ossessivo dei media, dal bulimico desiderio di comunicare che ha portato a una insostenibile riduzione dello spazio privato, mi fa una paura terribile.

Mi rendo conto di quanto abbiamo e siamo disposti a sacrificare del nostro privato per una condivisione che, a ben guardare, porta forse più danni che benefici; a quanto una società iperconnessa possa rendere le persone isolate, indifese, indifferenti e per questo manipolabili, pronte a spendere un like per cause lontane migliaia di km, ma non altrettanto per la sorte dell’ennesimo povero cristo che ci abita accanto, vessato da un branco di subumani anaffettivi, bruciato come spazzatura, emarginato per il colore della pelle.

Qualche settimana fa ho trascorso una breve vacanza in una capitale europea. In metropolitana mi sono divertita a contare il numero di persone ipnotizzate sul proprio smartphone. Ho smesso quando, in un solo viaggio di poche fermate, ho raggiunto una cifra a tre numeri e mi sono sentita triste, io con il mio libro spiegazzato tra le mani, la reflex a tracolla e gli occhi che scrutavano colli piegati a 45°, senza incontrare neppure uno sguardo complice.

Ci sarebbe invece tanto bisogno di riappropriarsi della meraviglia.

Mi rendo conto che anch’io sto producendo rumore bianco, che affastello parole senza troppa cura nella lentezza torpida di un mattino ipoglicemico, inseguendo un senso che mi sfugge.

Mentre rileggo ciò che ho scritto e mi domando se non sia meglio accartocciare il foglio, intercetto uno sguardo, rispondo al saluto in modo automatico, ma non ho voglia di parlare né di spiegare perché io abbia davanti un quaderno e una penna anziché uno smartphone.

È la croce di lavorare in un piccolo borgo dove tutti mi conoscono e spesso, non protetta dalla corazza professionale, finisco per arrossire di goffaggine davanti a uno sguardo più curioso e mi esamino furtiva, alla ricerca della magagna che ha attirato attenzione.

Milan Kundera diceva che tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi, chi di un vasto pubblico, chi di molte persone conosciute, chi solo della persona amata, ma è la quarta categoria che preferisco: quella di chi vive sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Kundera li definisce i sognatori e mi piace pensare di farne un poco parte anch’io.

«dottoressa cosa scrive di bello, una lettera d’amore?». Lo sapevo, la pace è finita e sento già le guance che si arrossano. Sorrido, borbotto una risposta generica, ripongo penna e quaderno. Per oggi basta rumore.

My computer thinks I’m gay
What’s the difference anyway?
When all the people do all day
It staring into a phone
I’ve got too many friends too many people
That I’ll never meet, I’ll never be there for
I’ll never be there for, ‘cause I’ll never be there
Too many friends too many people
That I ll never meet, I’ll never be there for
I’ll never be there for, ‘cause I’ll never be there

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