Boule de neige

A una donna occorrono quaranta settimane per avere un bambino, a una gatta dieci, molte di più per un elefante. A Pornoscintille e me ne sono bastate “solo” trenta per questo racconto. D’altra parte in certi ambiti è meglio non essere troppo frettolosi.
A noi è piaciuto molto scriverlo, spero sia per voi una lettura altrettanto gradevole.

boule de neige

fonte: web

Delphine si svegliò di soprassalto, in preda a brividi di freddo.

Freddo? Perchè sentiva freddo?

Cercò di sollevarsi e si accorse di essere nuda, legata mani e piedi con nastri di velluto, una benda dello stesso velluto che le copriva la bocca.

Sgranò gli occhi, cercando invano di gridare, e mosse lentamente la testa per capire dove fosse.

Una grande stanza, l’enorme letto su cui si trovava legata, una poltrona vicino a un camino acceso e una finestra da cui si vedeva scendere la neve.

Neve? neve a ottobre????

Per un attimo temette di essere ancora addormentata e di stare sognando, ma quei brividi di freddo sulla pelle nuda, la paura che le faceva tremare i denti erano reali.

Cosa poteva essere successo, si chiese, ripercorrendo nella mente gli avvenimenti di quel pomeriggio.

Era una giornata luminosa, evento raro a Bruxelles, umida e grigia per gran parte dell’anno.

Dopo tanti giorni infelici aveva voglia di sole e passeggiava tra le bancarelle del mercatino delle pulci, fermandosi a chiacchierare con i venditori, alla ricerca di nuovi esemplari per la sua collezione.

Collezionava boules de neige, una passione che l’accompagnava fin da bambina, da quando aveva avuto in dono la prima, che ancora possedeva.

All’improvviso sgranò gli occhi.

Davanti a lei c’era un piccolo banco, largo poco più di un tavolo da pranzo, dove troneggiavano parecchie boules de neige.

Contravvenendo alla prima regola dei cacciatori di chincaglierie, che recita la più impassibile indifferenza nei confronti della merce esposta, Delphine corse ad ammirare i tesori che aveva individuato, gli occhi scintillanti come una bambina.

Fu subito attratta da una boule diversa dalle altre, non perfettamente rotonda, si allungava leggermente verso l’alto, come la cupola di una moschea.

Il vetro era magnifico, soffiato a mano, con piccole imperfezioni, bollicine d’aria e una sfumatura cangiante che gli conferiva un colore rosato.

All’interno non i soliti animali, pupazzetti o monumenti famosi, ma un piccolo bosco, scuro e verdissimo, nel cui centro troneggiava un palazzetto neogotico in pietra grigia, una perfetta riproduzione delle architetture di primo novecento ancora visibili nei quartieri eleganti di Bruxelles.

-Quanto costa?

Il venditore, un piccolo uomo dal sorriso gentile e dai profondi occhi scuri, la guardò fisso in viso, facendosi serio quando vide ciò che lei stava indicando.

-Mi dispiace signorina, non è in vendita.

-La prego, me la venda. Colleziono boules de neige da quando ero piccola, ma non ho mai visto un pezzo così bello e particolare, sarebbe proprio il coronamento perfetto per la mia collezione.

-Signorina, possiedo questo pezzo da molto tempo e non voglio disfarmene a cuor leggero. È un oggetto pericoloso, si dice che sia in grado di esaudire i desideri, ma in maniera imprevedibile, non come ci si attenderebbe.

-Ah, se è per questo non deve preoccuparsi! Io non ho più desideri e ho smesso di sognare molto tempo fa. La prego, me lo venda, le assicuro che lo custodirò con cura, dentro una vetrina protetta dagli sguardi indiscreti. Le pagherò qualunque cifra desideri.

Il venditore non era un uomo senza scrupoli, ma i soldi gli facevano molto comodo in quel periodo di magri incassi e poi l’aveva avvisata quindi, con una scrollata di spalle, si limitò a incassare la cifra pattuita e a consegnarle la preziosa boule in una scatola imbottita di ovatta, sospirando un poco.

Delphine camminava contenta verso casa, chiacchierando allegramente al telefono con un’amica.

-Come va la tua vita da quando hai lasciato quell’idiota? Hai conosciuto qualche uomo interessante?

-Figurati! Certo qualche appuntamento c’è stato ma il nulla più assoluto. Conversazione zero, nessun interesse in comune, erano tutti attirati solo dal mio sedere e dalla mia scollatura, non uno che mi guardasse in faccia. A volte vorrei scopare con un uomo invisibile. Una botta e via, ma almeno non avrei l’imbarazzo di guardarlo negli occhi dopo.

Delphine concluse la telefonata ridendo a crepapelle per la stupidaggine appena detta.

Dopo cena, stesa sul divano accarezzava distrattamente il gatto, gli occhi fissi sulla boule che aveva appoggiato sul tavolino davanti a sè, dopo averla rovesciata per ammirare la neve che cadeva, cadeva, cadeva……….

La neve, ecco cos’era quella neve! Al di là del vetro le sembrava di intravedere sagome di alberi e una fitta oscurità!

Com’era possibile?? All’improvviso le tornarono in mente le parole del venditore “è in grado di esaudire i sogni in maniera imprevedibile” e allora capì.

Capì di trovarsi imprigionata dentro la boule de neige.

Con la coda dell’occhio captò un movimento proveniente dalla poltrona.

Qualcuno, avvolto da una veste da camera di velluto rosso, aveva accavallato le gambe con perfetta disinvoltura.

-Benvenuta Delphine, benvenuta in casa mia – risuonò una voce nella sua testa.

Con orrore misto a stupore Delphine vide avvicinarsi la vestaglia, ma dentro non c’era nessun corpo.

Vide l’indumento che si apriva e veniva gettato a terra e un peso che affossava il materasso, mentre un respiro caldo le faceva rizzare i capezzoli.

Due labbra si chiusero su uno di essi. Fu scossa da un brivido. Assurdo, visto che le labbra erano calde. Sentì, continuando a non vedere nessuno, due mani posarsi sulle sue cosce e un corpo sfiorarla. Chiuse gli occhi, mentre il bacio sul capezzolo diventava sempre più insistente, più intimo.

Paralizzata da sensazioni contrastanti, Delphine tendeva ogni muscolo sul letto. Le strisce di velluto la tenevano incollata ad esso. Un suo gemito – timido quanto poco convinto tentativo di ribellione – fu soffocato dalla fascia che le copriva la bocca. Si arrese alle sensazioni che sembravano avvolgerla e che venivano dal misterioso corpo che la sfiorava.

Sentì una lingua sfiorarle il capezzolo. Reclinò il capo all’indietro. Tese il corpo, ma non ottenne altro che uno scricchiolio del letto. Era in apnea. Si rese conto di aver dimenticato il freddo della stanza. I capezzoli scottavano e, in tutto il suo corpo, il sangue affluiva in superficie in seguito all’eccitazione. Due mani, di dorso, le sfioravano l’interno delle cosce, risalendo lentamente. Si fermarono a pochi centimetri dal pube. La lingua a punta le tormentava il capezzolo in modo quasi crudele.

Quando perse il contatto con le mani dello sconosciuto, avrebbe implorato per riaverle addosso.

Come se le leggesse nella mente, l’uomo invisibile gliene posò una sul viso, mentre con l’altra reggeva il seno che stava leccando. Delphine si sentiva ormai appartenere a un sogno. Le labbra abbandonarono il capezzolo per scivolare sulla sua pelle, apparentemente senza una direzione precisa: nell’incavo fra i seni, poi su, sul collo, ancora giù, fino all’ombelico. Qui, sentì la pressione della lingua, poi di nuovo su un seno, l’altro, e ancora sul collo. Poteva sentire il suo respiro caldo, poteva annusarlo. Non aveva profumi, ma la inebriò, forse proprio per questo, ancora di più.

Quando si staccò da lei, si sentì smarrita. Si rese conto con disappunto che non avrebbe potuto sopportare la separazione da quel corpo sconosciuto. Intuì, dal rumore, che si stesse alzando.
Pur avendo gli occhi aperti, pur potendo vedere il paesaggio ormai familiare della boule dall’interno, si sentiva cieca.

Un calore inatteso le sfiorò le labbra, subito dopo aver sentito scivolare in giù il nastro che le chiudeva la bocca. Riconobbe l’odore, e poi la forma, di un pene in piena erezione. Lo esplorò con la punta della lingua, sentì il contorno del glande, la spinse sotto il prepuzio, poi avanzò, sfiorando le venature che pulsavano. Gli chiuse la bocca intorno, sfiorandolo delicatamente con le labbra, mentre muoveva la testa avanti e indietro. Sentì il respiro dell’uomo misterioso farsi affannoso. Una mano le sfiorò la nuca. Si sentiva avida, famelica. Il centro del suo corpo era in ebollizione, i capezzoli le dolevano. La pressione del velluto sui polsi e sulle caviglie era intollerabile.

Pure, pensandoci bene, erano un alibi perfetto per quello che, in altro contesto, mai avrebbe acconsentito a fare. Non in quel modo.
La sua testa ondeggiava facendo scomparire e riapparire il pene fra le sue labbra. Parole senza senso, in effetti, scomparire e apparire! Respirava a fatica. Enorme fu la sua delusione quando perse di nuovo il contatto, rimanendo in affanno imprigionata a quel maledetto letto.

Inaspettatamente, invece, sentì due mani scioglierle i piedi, e poi le mani. Due braccia muscolose la sollevarono e si sentì stretta a un uomo che continuava a non vedere. Si aggrappò a lui. Sentiva ogni centimetro della sua pelle aderire all’altro, i suoi seni premuti contro il petto, il sesso sul ventre e le gambe incrociate dietro il suo culo. Inalò il suo odore, se ne sentì pregna, se ne sentì padrona e, al tempo stesso, seppe di appartenergli. Scivolando verso il basso, venne a trovarsi con la fica incollata al pene. Una mano lo guidò dentro di lei. Trattenne il respiro fino a lasciarlo andare quando fu riempita, piena. Il bacino dell’uomo si muoveva spingendo sempre più a fondo.

Avvinghiata a lui, ne assecondava i colpi. Erano ormai un tutt’uno, si muovevano all’unisono. All’unisono inspiravano ed espiravano. Le braccia avvolte intorno al collo, le gambe incrociate sul culo, accoglieva ogni poderoso colpo di quel corpo di cui ignorava visivamente tutto, seppure le pareva di conoscere in ogni recesso. All’unisono goderono, stringendosi ancora più forte, mentre le labbra di entrambi, come impazzite, affamate, non riuscivano a saziarsi del viso e del collo dell’altro.

Crollarono di nuovo sul letto, dove giacquero per lunghi minuti, incollati, dopo i quali si abbandonò alla stanchezza che tutte quelle sensazioni avevano prodotto su di lei.

Quando si svegliò, non seppe dire quanto tempo dopo, non ebbe il coraggio di guardarsi intorno per paura di non trovare più il rassicurante boschetto verde.

Si mise a sedere sul letto sfatto, le mani affondate nel materasso, riconobbe i contorni della stanza, la neve che continuava a cadere con lentezza interminabile, il calore di un focolare che sembrava non doversi mai spegnere, la vestaglia rossa abbandonata in un mucchietto serico.

Appoggiò i piedi a terra, godendo della sensazione voluttuosa del folto tappeto sotto le piante, poi si avvolse nella vestaglia e si diresse verso la finestra. Restò a lungo in piedi a guardare il bosco intorno alla casa, il paesaggio irreale, quella neve così incongrua che la ipnotizzava con il suo candore.

Fece aderire la guancia al vetro per cercare un po’ di refrigerio, i crampi al ventre, il languore che sentiva, tutto le ricordava i momenti appassionati appena trascorsi e si sentiva arrossire per la sua audacia, non si riconosceva nella creatura selvaggia e disinibita che si era concessa senza pudori.

Un rumore dietro di lei, il respiro caldo, un bacio delicato alla base del collo la fecero sorridere, il cuore che batteva all’impazzata. Lui era lì, vero e reale benchè non visibile.

-Vuoi restare con me Delphine, vuoi rimanere in casa mia? – risuonò una voce nella sua testa.

Lei si girò, felice come mai prima, pronta a dire sì, mille volte sì, ma una forte scossa la fece barcollare, cercò di aggrapparsi a braccia che non vedeva e d’un tratto ci fu un rumore secco e uno schianto che la fece cadere all’indietro e sbattere la testa sul parquet perdendo i sensi.

Quando rinvenne si trovò nel suo appartamento, completamente nuda tranne che per un nastro di velluto arrotolato attorno al polso, livida di freddo. Al suo fianco il tavolino rovesciato, la boule de neige in frantumi, una piccola pozza di glicerina e lustrini tutto ciò che restava di quel mondo incantato e del suo abitante, mentre il gatto, nascosto sotto la credenza, la scrutava con occhi guardinghi, solo in apparenza innocenti.

Restò a lungo seduta a terra, circondata dalle macerie del suo piccolo sogno, giocherellando distrattamente con il palazzetto di pietra posato sul palmo della mano, nella speranza di vedere un’ombra muoversi al suo interno.

Nottetempo – IV Ysingrinus d’autore

Con questo “coso” che mi vergogno a chiamare articolo e mi auguro leggerete senza incorrere in strane reazioni cutanee, ho l’ardire di partecipare al Quarto Ysingrinus d’Autore, sapendo di non sapere che ci vuole molto coraggio e ardimento per un’impresa di siffatta portata.
Addirittura scrivere un articolo che possa sembrare partorito dalla mente inimitabile del faraone! Con tali premesse capirete che l’insuccesso, oltre che garantito, è ormai già nel mio taschino!

Stanotte mi sono alzata per recarmi nella stanza dove i bisogni primari è giusto che trovino piena soddisfazione.

Dopo aver compiuto ciò che andava compiuto ho tirato lo sciacquone e mentre l’acqua intonava allegramente Don Raffaè¹, mi sono accorta di aver sognato ma di non ricordare cosa.

Per ingannare l’attesa dell’inganno ingannatore ho fatto un disegno a mia insaputa, così da avere una prova del sogno, qualora mi fossi ricordata di averlo sognato.

Il fatto che il disegno racconti il sogno oppure sia il sogno a raccontare il disegno² è cosa impegnativissima da approfondire, ma tutt’ora ignoro come si possa ottenere tale risultato.

Alla fine i fatti daranno la prova provata senza il mio contributo, visto che non ne sono capace.

Chi deve sapere saprà, chi non deve sapere continuerà ad ignorare.

Ho disegnato me stessa nell’atto di sollevare la coppa di un concorso cui non ho intenzione di partecipare.

Questo rende la mia vittoria pressochè certa, perchè non voglio vincere e il fato è maligno e dispettoso con chi lo contrasta³.

E’ indizio rilevantissimo che la coppa sia in realtà la ciotola di Bionda, che l’autoctono ha trafugato per me nottetempo, intrufolandosi nel sogno che, ahimè, ho testè dimenticato.

Non ho ancora capito cosa e perchè sto scrivendo, ma ne avevo voglia ed è stato molto giusto soggiacere al piacere di queste voglie, per quanto ora le mie parole inizino sempre più a sembrare behhhlati di capra e mi stiano crescendo due formidabili baffi!

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1.Perchè anche le bianche maioliche talvolta agognano un caffè.
2.Il disegno è venuto abbastanza bene perchè, non sapendo disegnare, non mi sono preoccupata della sua forma.
3.Benchè il fato, così come le regole, possano essere cambiati senza preavviso alcuno in qualunque momento e anche questa nota celi un inganno.

Le mie nuvole

Di tanto in tanto mi sorprendo a testa insù, assorta dall’incanto di un spettacolo così effimero e incostante che non può che essere pura bellezza.

Immergo gli occhi nel blu e faccio piazza pulita di tutto quello che sono, di quello che vorrei, di ciò che avrei voluto, nulla resta se non quel blu, glassato di un bianco mutevole e cangiante, che cambia di forma al più leggero soffio di vento, come i pappi di un soffione nelle mani di un bambino.

Vorrei essere quel blu, vorrei essere percorsa da mille refoli di vento e drappeggiata di nuvole, vorrei essere scossa da lampi di elettricità e dilavata da raffiche di pioggia e poi………poi vorrei morire dolcemente, in un colore di porpora e oro, e diventare notte.

Senza stelle che rischiarino il mio sonno.

(dedicato ad un amico)

 

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Un pomeriggio di fine settembre – foto di Mela

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“È un incubo”, pensavo a volte, “forse sto sognando. Adesso mi sveglio e tutte e due ridiamo sedute sul pavimento, che si trasforma in erba, e il gabinetto in un melo frondoso, e le macchie sul soffitto in nuvole incostanti del cui mutevole disegno non devi rendere conto a nessuno, vivere day-to-day, nuvole sfilacciate che corrono sulle nostre teste, suggerendo immagini di libertà e di avventura (Nuvolosità variabile, C.M.Gaite)

Il destino del pedone – seconda parte

Prima parte: ……… Mentre mi trovavo in questo stato miserevole, un ricordo, ripescato da chissà quale piega dell’inconscio, mi ha schiaffeggiato con forza il cervello.

Tempo prima, era una sera di fine estate insopportabilmente calda, uscii a cercare un bar, per bere qualcosa di fresco in una città resa desolatamente vuota dalle ferie d’agosto.

Vagabondando mi imbattei in un locale mai visto prima, sporco e semideserto ma arredato con pesanti mobili di legno intagliato e antichi vasi da farmacia.

Ad una estremità del bancone sedeva uno strano tizio, la testa nascosta dentro una specie di sacchetto cui aveva praticato tre fori, intento a sorseggiare con una cannuccia un drink giallo limone.

Mi feci servire dal barista un Oki on the rocks, poi rivolsi un timido gesto di saluto con la mano all’uomo incappucciato.

Lui, scrutandomi dai fori del cappuccio, mi rispose muovendo appena il capo in segno di assenso.

Mi avvicinai con un sorriso esitante, “E’ buono il tuo drink?”, mi chiese.

“Ho chiesto un Oki on the rocks, mi hanno detto che è la loro specialità, ma non sono convinta che mi piaccia. Il tuo invece com’è?”.

“Un limoncello con scorsa di limone, si lascia bere ma avrei preferito qualcos’altro”.

“Facciamo cambio? Magari saremo entrambi più soddisfatti”.

Così ci scambiammo i drink, accostando i bicchieri per un brindisi alla salute dei superstiti all’esodo estivo.

Mi accomodai sull’alto sgabello ed iniziammo a conversare amabilmente.

Lui mi parlò di una sua singolare ossessione per i capelli e l’incipiente calvizie, di un amico che aveva promesso di uccidere un uomo, di un altro uomo che credeva negli alieni e praticava il giorno della lentezza.

Io gli parlai del desiderio di farmi crescere un paio di ali per fuggire via, della mia avversione per il mese di ottobre, della fissazione per le maschere che ci rivestono come veli di cipolla.

Trascorremmo molto tempo perduti nelle nostre chiacchiere, ma ormai il barista stava iniziando a dare segni di inquietudine, strofinando ripetutamente lo stesso punto del bancone e facendo tintinnare i bicchieri puliti.

“Beh, si è fatto tardi ed è ora che rientri. Mi ha fatto piacere conoscerti, pensi che ci rivedremo?”.

L’uomo mi fissò a lungo e alzò le spalle in un gesto che tutto poteva voler dire, muovendo la mano in modo ondivago.

Mentre gli voltavo la schiena e avevo già spinto la maniglia della porta d’ingresso, all’improvviso risuonò la sua voce:

“Giulio Cesare fu il primo imperatore ad assumere uno schiavo che non doveva fare altro che stargli accanto, ogni volta che passava sotto l’Arco di Trionfo, e sussurrargli continuamente all’orecchio: “ricorda che sei solo un uomo, ricorda che sei solo un uomo”. Ecco, credo che in certi casi avremmo bisogno di qualcuno che ci sussurri: “questo posto non esiste, questo posto non esiste”.

Ho sollevato la testa dalle ginocchia e ho pronunciato con voce esitante “questo posto non esiste”.

Un piccolo, impercettibile singulto di sorpresa ha fatto seguito alla mia affermazione.

Mi sono alzata in piedi e ho scandito a voce più alta “Questo Posto Non Esiste”.

L’aria ha cominciato a tremare, come durante un pomeriggio di canicola agostana, e un vento freddo si è messo a soffiare con ferocia contro di me, facendomi barcollare.

“QUESTO POSTO NON ESISTE”

“QUESTO POSTO NON ESISTE”

“QUESTO POSTO NON ESISTE”

“QUESTO CAZZO DI POSTO NON ESISTE”

Le pareti di vetro hanno iniziato a tintinnare, in sincronia con le onde sonore emesse dalla mia gola, ronzando sempre più forte come api impazzite, ed alla fine sono esplose, lanciando verso l’alto schegge affilate, che si disintegravano a contatto con l’aria e ricadevano al suolo luccicando come polvere di stelle.

Sono rimasta immobile, ansando per la fatica, ricoperta da una patina di frammenti di vetro polverizzato, ma ancora viva e miracolosamente libera.

Mi trovavo al centro di una strada deserta, una luce radente di tramonto feriva i miei occhi, tutto intorno i palazzi vuoti mi scrutavano da dentro le orbite scure delle finestre, facendo oscillare le tende come fazzoletti sventolati dagli amanti nell’ultimo addio.

Ho iniziato a correre, a correre sempre più veloce, zigzagando, quasi a schivare i proiettili immaginari di un sadico cecchino.

Con la coda dell’occhio ho captato un movimento da una vetrina fiocamente illuminata, voltandomi ho visto il barista che sfregava ossessivamente il bancone e lo strano tipo incappucciato che mi salutava con la mano, sollevando il bicchiere per brindare alla mia salvezza.

Ho corso, ho corso a perdifiato, la faccia impastata di sudore, polvere di vetro e lacrime, finché sono arrivata davanti alla porta di casa mia, ho abbassato la maniglia con un sospiro di sollievo e………..

“cazzo Beth, stai un po’ zitta! Basta con ‘sta lagna della croce!” e con una manata ho zittito la radiosveglia che strillava nelle mie orecchie.

Che sogno strano, che cavolo avrà voluto significare, vai a capire cosa mi dice l’inconscio. Devo smetterla di leggere, troppa lettura fa male, se continuo così mi ritrovo dentro un camice con i lacci sul dorso, eccome!

Seduta sul letto, il pigiama sgualcito, le righe del cuscino sulla faccia, la luce grigiastra del mattino che filtrava dalle tende, mi sono guardata attorno con attenzione, cercando di rientrare nel mondo reale.

Mi sono alzata con immensa fatica, bagno, trucco, vestito, colazione, tutto di fretta perché ero in serio ritardo come al solito.

Mi sono diretta alla porta, agguantando borsa e giacca con una mano, l’altra mano già sulla maniglia, quando una voce dietro di me ha sussurrato:

“QUESTO POSTO ESISTE”

Ho abbassato la maniglia e………..

A portrait of me – by Mela

La Genesi – Il racconto nasce e ruota intorno ad una frase che Albucci ha scritto a commento di un mio articolo. Mi è piaciuta così tanto che gli ho chiesto il permesso di usarla e lui è stato così gentile da regalarmela! In realtà avrei voluto utilizzarla solo come nuovo motto del blog, ma sarebbe stata un po’ sprecata e così ho pensato ad un racconto. L’idea mi è venuta durante il pisolino pomeridiano sul divano. Ho spalancato gli occhi, sono saltata su come una molla ed ho iniziato a scrivere. Dopo mezz’ora l’ossatura del racconto era terminata, stato di grazia o trance non so spiegarmelo o forse, come direbbero sia il buon Gigi che un amico ora lontano, si tratta ancora una volta di un esempio di entanglement. Ho voluto giocare su un incastro tra diversi piani della realtà, non paralleli, ma concentrici come mura di un labirinto. Le stesse mura che sono anche metafora delle barriere mentali, delle paure, dei preconcetti che costruiamo mattone su mattone e che solo noi saremo in grado di abbattere, quando prenderemo coscienza della realtà oggettiva. Anche se, come dimostra il finale, non sempre riusciamo nel nostro intento e qualche muro di confine è in agguato, pronto ad arrestare il nostro cammino. Ho voluto omaggiare Albucci facendone il coprotagonista del mio racconto, ed ho inserito alcuni particolari presi da suoi racconti che ho apprezzato in modo particolare. Ho messo i link in modo che possiate leggerli, sono sicura che non vi pentirete di averlo fatto. Durante la stesura del racconto i diritti di Albucci sono stati rispettati e non gli è stato fatto alcun male anzi, mi ha lasciato da pagare il conto di tutti i limoncelli che si è scolato!

Il destino del pedone – prima parte

labirinto mente

fonte: web

Questa mattina mi sono svegliata e non ero nel mio letto.

Ho allungato le braccia, come faccio sempre per sciogliere le contratture della notte, e ho urtato i palmi contro qualcosa di spesso e morbido.

Ho spalancato gli occhi, o meglio, ho cercato di farlo, ma erano sigillati da una sostanza appiccicosa e viscida, che ho preso a lacerare con frenesia, artigliandomi il volto.

Strappata via dalla mia faccia quella cosa disgustosa, ho cercato di muovere la testa per capire dove mi trovassi.

La mia prigione aveva la forma di un bozzolo di materiale biancastro spugnoso, di consistenza simile all’isolante che si usa nell’edilizia, ma cedevole.

Cedevole perché, presa da un’agitazione sempre più simile ad un attacco di panico, ho iniziato a prendere il bozzolo a calci e pugni, urlando per il terrore, finché non ho visto filtrare la luce dalle prime crepe.

Ho continuato a lavorare con le unghie, ignorando i tagli che mi facevano sanguinare le dita, finché mi sono liberata del tutto e sono rotolata fuori, respirando con affanno, il cuore che martellava in gola, le orecchie che rombavano per le urla.

Un uovo, ero stata deposta dentro un uovo, imbozzolata con uno schifo di velo bavoso e lasciata a terra.

Si, ma dove?

Guardandomi intorno mi sono resa conto di essere dentro un cubo di vetro opaco.

Lassù in alto riuscivo a scorgere il cielo, ma le pareti erano altissime e fatte di mattonelle rettangolari di vetro scivoloso, che non offriva nessun appiglio per la scalata, per terra nessun sasso per incrinare il vetro, solo le mie unghie a brandelli.

Dietro il vetro vedevo muovere ombre, visi deformati come l’urlo di Munch si avvicinavano per poi allontanarsi.

Gridavo ma, apparentemente, nessuno mi udiva.

Le mie urla erano coperte da una musica che proveniva dall’alto, nella distorsione provocata dall’altissimo volume riuscivo a riconoscere la voce di Beth Ditto, che gemeva per il peso della sua croce.

Ho iniziato a tastare ogni centimetro di parete, a battere con forza ogni mattonella e devo aver toccato un punto segreto perché, con la coda dell’occhio, ho visto una parete che si deformava, allungandosi fino a divenire un corridoio che piegava a sinistra.

Ho fatto qualche passo in quella direzione e le pareti dietro di me si sono spostate per congiungersi, sospingendomi in avanti.

Tornare indietro non era più possibile, quindi mi sono addentrata in quello che, ne ero certa, era un labirinto che si stava generando davanti ai miei occhi.

Ero diventata la protagonista involontaria di un gioco crudele.

Qualcuno mi stava facendo muovere a suo piacimento, come un pedone degli scacchi viventi, e la paura di essere sacrificata, come d’altronde è il destino del pedone, mi faceva tremare.

Ho continuato a vagare per un tempo che mi è parso eterno, cercando di graffiare il terreno per avere almeno un punto di riferimento ma invano, i miei graffiti svanivano davanti ai miei occhi come non fossero mai esistiti e un nuovo varco subito si creava, quasi a dirmi “avanti! forza, cammina!”

Tendendo le orecchie, mi sembrava di udire urla in lontananza.

Qualche altro povero disgraziato stava subendo la stessa sorte.

Il pensiero che il nostro crudele deus ex-machina volesse metterci faccia a faccia mi stava terrorizzando.

Ci saremmo uccisi a mani nude per sopravvivere o avremmo cercato di aiutarci a vicenda?

La mia convinta misantropia mi faceva ritenere più probabile la prima opzione, che non avevo affatto voglia di sperimentare.

Ad un certo punto mi sono sentita svenire, la fame e la disperazione avevano creato una miscela letale per il mio corpo.

Mi sono lasciata cadere a terra con il viso tra le mani, gemendo e dondolando come una bestia ferita.

Mentre mi trovavo in questo stato miserevole, un ricordo, ripescato da chissà quale piega dell’inconscio, mi ha schiaffeggiato con forza il cervello.

(continua……)

Ali

Una mattina, Sugio e Yoko si trovarono schiena a schiena in un treno affollato. Stavando andando a scuola. Di solito non si incontravano, ma siccome Sugio aveva dormito da un parente, presero lo stesso treno senza saperlo.

Era autunno. Nell’aria si diffondeva il profumo dei crisantemi. Nè a Sugio nè a Yoko, chissà perchè, sembrò calore umano quello che sentivano sulle loro schiene. Pensarono che fosse il calore del sole, ebbero la sensazione di essere investiti da un raggio puro proveniente da lontano. Quindi non osarono voltarsi. Però Yoko sentì di appoggiarsi su un’ampia divisa nera e Sugio sentì di appoggiarsi sulla morbida e minuscola camicetta della studentessa. Via via, insieme alla forza dei passeggeri che spingevano nel treno affollato, ai due parve di sentire muoversi un’altra forza attorno alle loro schiene.

I due pensarono che fossero ali.

Avvertirono l’energia come di ali piegate e nascoste che trattenevano il fiato. (Yukio Mishima – Ali)

Ho un sogno ricorrente che mi accompagna fin da bambina.

Sogno di avere le ali, sento prudere la pelle delle scapole mentre si dispiegano e mi permettono di spiccare finalmente il volo.

Le mie non sono ali bianche e possenti, nulla di angelico e magniloquente per me, sono grigie e ordinarie, sono le ali di un uccello dimesso ma non addomesticato dalla vita ed ancora insoddisfatto.

Volteggio, mi mantengo in quota, osservo a distanza di sicurezza ciò che mi circonda, volo a perdifiato, mi lancio dalla cima di un dirupo, le ali avvolte in un bozzolo protettivo intorno al mio corpo, sento la velocità che aumenta e l’aria fischia intorno a me.

Mi sveglio ansimante e stanca, come di ritorno da un lungo viaggio, non ho paura ma sono triste, perchè le mie ali non ci sono più e devo tornare a sognare per godere di quella sensazione di libertà assoluta e di potenza.

Rivoglio le mie ali.