Nella tana

Ancora pensieri notturni. Sola, nella mia stanza preferita, molto tardi come sempre, una tazza calda per combattere i brividi di freddo, musica che ammorbidisce il silenzio intorno a me.

Sgranchisco le dita sulla tastiera, eccole che ticchettano impazienti nell’attesa di un’ispirazione che non arriva.

Vi capita mai di stare ore senza emettere alcun suono ed essere stanchi come se invece aveste parlato fino allo stremo? A me spessissimo, nella mia testa penso, preparo discorsi che non saranno mai uditi da anima viva, canto, invento ricette, sogno vite parallele, compilo elenchi di cose da fare, libri da leggere, luoghi da visitare, abbozzo progetti che il tempo o il buonsenso faranno abortire.

Improvviso la vita, cerco di afferrare il senso delle cose, anche se ciò che mi resta in mano è solo una pozza di acqua stagnante.

La vita è imprevedibile, sfuggente, prende per un poco la forma del suo contenitore ma cambia, cambia di continuo, come l’acqua, come l’aria, quando sei certa di averla fermata all’angolo ecco che sparisce per farti marameo da lontano.

Ho tutto ciò che mi occorre ma continuo ad essere inquieta, come un animaletto mi affaccio sulla soglia della mia tana, il pelo ritto, i sensi in allerta, osservo, catalogo, cerco di indovinare da dove arriverà il pericolo o soltanto la prossima novità.

Ecco uno dei miei difetti più fastidiosi, mi annoio presto, la routine mi ammoscia, non mi stimola, cerco sempre la novità, il brivido dell’adrenalina o più prosaicamente i prossimi casini in cui andare a cacciarmi

-“La tranquillità non fa per te, tu hai bisogno di rogne per tirare avanti, se no ti spegni come una candela troppo corta”-

Chi ha detto questa frase mi conosce fin troppo bene e non posso che dargli ragione.

Cerco sempre lo scontro, la sfida con me stessa, nessuno mi darà mai un premio ma io saprò di aver attraversato il traguardo.

Il sonno si farà attendere, sempre la solita primadonna, ma la testa mi fa male per tutto questo vorticare di pensieri e i sogni mi reclamano.

Ascoltando

un po’ di poesia

La poesia placa le ansie e sublima la tristezza. Oggi ho bisogno di un po’ della sua magia.

somnolence

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Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo piu’ perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me piu’ naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

(Sylvia Plath – Crossing the water)

Dipendenza

John Atkinson Grimshaw – I raccoglitori di loto

Rieccoti qui.

Ti guardo e proprio non capisco perchè sono sempre così odiosamente debole.

Ho deciso di smetterla con te, ho deciso di dire basta.

So essere più forte delle mie debolezze, più dura delle mie dipendenze e così ti ho sbattuto la porta in faccia, ti ho chiuso in un cassetto e ho buttato via la chiave, ti ho cancellato dai miei neuroni, dalle mie sinapsi, ti ho lasciato scorrere via da me.

Perchè io sto meglio senza di te e posso farcela.

Pensavo,

credevo,

m’illudevo.

E’ bastato poco, un po’ di stanchezza, un soffio di tristezza, quella brutta e caliginosa, che ti si attacca come fumo di legna e ti sporca i polpastrelli quando cerchi di spazzartela via di dosso, ma è stato sufficiente.

Mi mancavi.

Ho alzato un attimo la testa e mi è uscito un sospiro di desiderio – Dio quanto ti rivolevo! –

Rivolevo quella sensazione di oblio assoluto, il cervello ovattato, le braccia che pendono impotenti, il corpo che galleggia, lo spirito che si liquefa e scivola via in piccoli vortici.

Mi fai schifo ma ne ho bisogno e poi mica posso smettere tutto! Oggi c’ho pure Saturno contro, c’avrò diritto, no?

Odio quel gusto dozzinale che mi resta in bocca dopo, la consapevolezza di sbagliare, l’ineluttabilità delle scelte che compio.

Ti odio, ho bisogno di te, ti uso, ti abuso, fammi stare bene o almeno non tanto male, assordami il cervello di rumore bianco, fammi smettere di pensare anche solo per poco.

Poco è meglio di niente, poco può essere tanto quando si è così affamati e così maledettamente soli in mezzo alla folla.

Mi tremano le mani mentre ti afferro.

Rieccoti qui.

Sei qui per me, quasi elegante e apparentemente innocente, una piccola bottiglia di vetro scuro piena dell’acqua dell’oblio, il cibo dei mangiatori di loto.

Afferro il bicchiere, conto in fretta, quante sono? ma chissenefrega!

Aspiro il tuo odore dolciastro, apro la bocca e mangio il loto.

 

Ascoltando  The Velvet Underground – Heroin

Mettere la sordina

Di tanto in tanto devo mettere la sordina alla testa e far tacere tutto quello che ci si affolla dentro.

E’ stata una settimana dura e complicata.

Sono stata cannibalizzata da troppe richieste e assalita da problemi altrui.

Mi sono sentita un water, una cloaca, una discarica a cielo aperto in cui ciascuno si è permesso di sversare i propri liquami emotivi.

Come risultato, il mio povero cervello ha fatto shutdown e l’inconscio ha preso il sopravvento.

Quando mi succede dormo poco, un gufo che si aggira per casa con gli occhi sbarrati e le occhiaie sempre più nere, ma quando finalmente mi addormento sogno in continuazione.

Sogni sfiancanti, faticosi, pieni di porte che non si aprono, di conti che non tornano e di strade che non finiscono mai.

“Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso”

Che meraviglia questo verso così calzante per il mio stato d’animo attuale.

Quando sono conciata così metto la sordina, mi affido ad un cerotto chimico che tappi le falle e faccia silenzio nella mia testa, goccine magiche per un sonno profondo e inconsapevole.

drop

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Una…..due…..dieci…….venti……trenta……..quaranta….cinquanta………le osservo cadere una ad una nel bicchiere, guardo la piccola oleosità irridescente che si allarga sulla superficie dell’acqua ed aspiro il profumo dolciastro che emanano.

 Questa volta ho un po’ esagerato, mi sono spinta oltre la dose solita ed ho bevuto con un piccolo brivido di paura al pensiero di non svegliarmi più, ma il desiderio di un po’ di oblio chimico è stato troppo forte.

Ho dormito finalmente, sorda ad ogni rumore, ad un temporale potente che ha martellato imperterrito per tutta la notte, al traffico incessante della tangenziale.

Al mattino ho rattoppato i cocci della coscienza, ho messo la maschera di tutti i giorni e ho riaperto la porta del mio esistere.