Stasera

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Stasera la solitudine del Kansas fa più male che mai.
Chiudere gli occhi e mettere il punto a questa giornata sarà difficile e doloroso.
I perché sono troppi, le risposte sono andate in vacanza in una realtà distopica, anche se preferirei fosse eutopica, migliore di questa.
Tempo per vivere, tempo per capire come si fa, tempo per carpire il segreto che non esiste. Questo mi servirebbe davvero, questo sì che sarebbe degno di finire sul curriculum, non uno stupido titolo accademico senza valore.
Vorrei imparare a guardare senza pena gli occhi di chi, nelle pupille, ha una clessidra svuotata della sua sabbia.
Vorrei poter cancellare le cicatrici di chi ha preferito abbracciare la follia, piuttosto che continuare a vivere un dolore insostenibile.
Vorrei che le parole amare che hanno scavato burroni invalicabili non fossero mai state dette.
I vorrei sono troppi, battono dietro gli occhi come manine di bambini viziati sulle vetrine di un negozio di giocattoli. “Voio, voio, voio!” ma io non vi posso accontentare né ho la forza di sgridarvi, perciò disperatevi quanto vi pare, disperatemi finché avrò fiato, ma nulla cambierà per voi piccoli vorrei ingordi.
Non ho risposte, eppure le avevo nascoste bene dentro il barattolo dei biscotti, perché si consolassero con un po’ di dolcezza e non rotolassero fuori, indisciplinate, pronte ad accapigliarsi, leste ad aggrovigliarsi come fili di ragno.
Ed è un peccato che tutti i volti di questa giornata mi siano finiti dentro lo stomaco come un bezoar nel ventre di una capra, come le borre rigurgitate da un rapace. Peccato per le parole felici che avevo scritto e il pudore mi impedisce di pubblicare, mentre cerco di dimenticare occhi spenti in un volto giallo gonfio di veleno terapeutico.
Stasera il Kansas morde come una tagliola, mentre mi curo con musica, miele e parole amare che escono come limacce nell’umidità della notte.
Stasera lascerò una luce fuori per illuminare il buio dentro.

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