Cardiopoiesis

cuore sotto vetro

Mi si è spezzato il cuore.

Lo stavo sfilando dal petto

come ogni giorno

per appoggiarlo sul cristallo

tra inutili ninnoli

che non so buttare

e fiocchi di polvere

regalo dei giorni.

È caduto di testa

ha davvero una testa il cuore?

con un tonfo crudele e

si è aperta una crepa sottile.

guscio d’uovo cascato dal nido

Ne goccia fuori un rivolo

non albume nè sangue

di parole trasparenti

tutte le ho perdute, tutte.

sono state mai davvero mie?

Ho sparso segatura a manciate

quanto aiuta il giusto emostatico

ed ora la pira collosa

parole coagulate in fretta

inzacchera il pavimento.

Ogni sinonimo è fuso al suo contrario

non è possibile rimediare

soltanto una parola si è salvata

la mia preferita

impigliata all’orlo della ferita.

Vischiosa, lucente e orfana

goccia di miele su fico maturo

è restata appesa un istante

un battito, una sistole

prima di tuffarsi sul cumulo

delle sorelle perdute.

L’ho guardata liquefarsi

in una chiazza opaca

sacrificio senza rimpianti

di lei non riverbera che il ritmo del silenzio.

e ora?

I cocci del cuore sono nell’umido

sembrano bucce di mela

il pavimento non conserva

memorie appiccicate

tracce invisibili al luminol

il buco in petto è colmo di ovatta.

passa ancora vento freddo –

Allo sterno ho appeso l’orologio del nonno

l’ho caricato con l’osso della fortuna

la cassa ammaccata scandisce

il silenzio – fragoroso – delle ore

e la musica – muta – dei giorni.

È ora?

una stanza

immagine presa da internet rielaborata

Aprì la porta e con un gesto automatico cercò l’interruttore della luce, nonostante sapesse che tutto sarebbe rimasto al buio.
Fuori pioveva una pioggia fitta e tenace che aveva fatto scendere la temperatura di parecchi gradi, ma la stanza conservava un calore afoso e innaturale.
L’aria era secca e polverosa e un leggero odore di zucchero bruciato, arrivato da chissà dove, aleggiava ancora tra le pieghe dei teli che nascondevano i mobili.
Si mosse con cautela liquida, in punta di piedi, come fosse la prima volta che entrava in quel luogo e temesse di disturbarne i fantasmi.
Forse era proprio così, perché il silenzio era diventato all’improvviso pesante e sembrava che l’intera stanza stesse trattenendo il fiato per non farsi scoprire.
Continuò ad avanzare a memoria, attento a toccare solo il centro dei riquadri di marmo. Non gli era mai piaciuto pestare le fughe e da bambino temeva si aprisse una voragine improvvisa sotto i piedi, quasi che quelle linee fossero labbra serrate su bocche pronte a spalancarsi per inghiottirlo.
L’antico terrore infantile si era trasformato in una quieta ossessione, che spesso gli procurava sguardi fastidiosi di incredulità e pena cui ormai non faceva più caso.
La sagoma del pianoforte a mezza coda chiudeva il lato ovest della stanza, di fronte alla grande finestra, là dove in tempi lontani la luce del giorno andava a morire e il sole estivo rimaneva immobile per un tempo infinito, per ascoltare fino all’ultima delle note che uscivano dalle imposte aperte.
Sollevò il coperchio di ebano e i tasti gli sorrisero, come i denti ingialliti di un fumatore o le zanne di una belva pronta a mordere. Ne premette uno e ascoltò il riverberare scordato del do sulle superfici impolverate che ne restituirono un’eco incerta.
In quel momento avvertì tutta l’incongruità del suo gesto e l’assurda decisione di ritornare in quella stanza.
Ieri, sembrava fosse trascorsa un’intera stagione nello spazio di poche ore, aveva camminato a lungo nel sole rovente del mezzogiorno, alla ricerca di un calore che per tutto il giorno gli era mancato.
Seguiva sempre lo stesso percorso, le novità lo rendevano insicuro, ma ogni volta piccoli cambiamenti nel paesaggio sapevano sorprenderlo e destare la sua attenzione. Fioriture inaspettate, un campo incolto che improvvisamente trovava arato di fresco, una lepre che masticava trifoglio, le tracce di umanità sporca lasciate da un momento di passione frettolosa, tutto registrava con gli occhi in modo automatico per poi dimenticarlo.
Aveva scelto di percorrere la strada che portava alla vecchia casa diroccata, per vedere il campo di colza in piena fioritura e immergersi nel suo colore giallo brillante. Addossata al portico scrostato marciva una grossa catasta di legna quasi ricoperta da rampicanti, ma la nota stonata in quel paesaggio familiare era stato il barbaglio di un oggetto in movimento.
Si era avvicinato ed era restato a guardare, incredulo, un palloncino ormai mezzo sgonfio, un unicorno dai colori metallici e cangianti che, il filo impigliato in un tronco, danzava a strappi nel vento catturando i raggi del sole.
L’assurdità di quell’oggetto in un luogo abbandonato e tanto lontano dalla città lo aveva dapprima affascinato, poi di colpo terrorizzato al punto che si era voltato a scrutare a lungo le orbite vuote della casa, con la sensazione inquietante di essere osservato.
Si era sentito rifiutato, respinto da un virus inoculato da una mano estranea, ed ora, ritto in piedi nella stanza, provava per la seconda volta la stessa sensazione, come se la sua presenza viva potesse risvegliare le memorie degli oggetti morti che lo circondavano.
Qualcosa di umido colò lungo la guancia. Una, due, tante lacrime, affiorate in sua difesa da chissà quale punto buio della mente, gli sfiguravano il viso come ferite trasparenti.
Un rumore profondo e cadenzato lo riscosse dall’immobilità: era la pendola, ritta nell’angolo buio dietro la porta, o il suo cuore che martellava senza sosta. Ognuno a modo suo teneva conto del tempo passato.
Indietreggiò senza voltare le spalle e, chiusa la porta con due mandate nervose, percorse il lungo corridoio spoglio e poggiò la chiave sulla mensola accanto al portone d’ingresso.
Quando aveva ormai la mano stretta sulla maniglia, lo raggiunse alle spalle il soffio gelido di un suono lontano imprigionato tra i teli della stanza, un sospiro di rabbia e delusione a lungo trattenuto che gli fece tremare le gambe e desiderare di essere per sempre lontano da lì. Al sicuro.

on air Black Sabbath

Come muoiono gli uccelli quando finisce il loro tempo?

Ho cercato di scrivere con l’emisfero destro, senza badare alla sensatezza delle mie parole e ne è scaturito questo post, un folle tentativo di scrittura a quattro mani con il mio inconscio.

Io mi sono divertita, la sua opinione non è importante.

Buona lettura e ascoltatevi questa, che è davvero perfetta.

Mi sono regalata un paio d’ali made in China.

Puzzano di plastica a buon mercato, di ftalati radioattivi, di manodopera sottopagata e fanno uno scricchiolio strano quando le indosso, non un fruscìo leggero di seta e piume di cigno, piuttosto un cigolio di grilli cinesi con i reumatismi.

Mi sono svegliata con la pazzia negli occhi ed ho deciso che avrei avuto le mie ali a qualunque costo.

Sono entrata in un negozio scintillante, affondando fino alle caviglie nel tappeto più morbido che avessi mai visto, un immenso mare di spessa pelliccia in estinzione.

Un anfiteatro di specchi rimandava impietoso l’immagine centuplicata di una me smarrita, non più così spavalda.

Una commessa in abito bianco di latex e rossetto rosso sangue mi ha sorriso enigmatica ed ha spalancato l’armadio delle meraviglie.

Piume abbaglianti si sono presentate ai miei occhi, profumate di vaniglia e cardamomo, morbide come le nuvole su cui dormono gli spiriti buoni, ammaliatrici come la follia, mi chiamavano, mi sussurravano, mi imploravano di toccarle, di indossarle.

Le ali della commessa erano di un grigio crudele, affilate, pronte a recidere, determinate a richiedere il compenso, ticchettavano nervose come le chele di uno scorpione, pungenti e brutali come i denti di uno squalo.

“Costano poco, sono fatte per te, un brandello di cuore, una fiala di sangue, la tua mano destra. Decidi tu cosa vuoi sacrificare.”

La commessa bianco latex-rosso sangue ha teso le mani con bramosia, schernendo la mia indecisione “vattene via piccolo pulcino senza ali, è la sofferenza che le rende così belle e preziose, vai a guadagnartele”.

Indietreggiando con cautela sono uscita dal negozio ed ho alzato la testa cercando la luna.

Sui fili dell’alta tensione un falchetto dormiva incurante di me, la testa affondata nel collo morbido delle piume.

Come muoiono gli uccelli quando finisce il loro tempo? In volo, verso un paradiso alla fine del tramonto, come gli elefanti nel loro viaggio verso la morte, oppure chiudendo le ali con un ultimo stridìo e cadendo al suolo come pietre?

O semplicemente si addormentano sui fili dell’alta tensione e rimangono a vegliare sulla tristezza del mondo, su questo parcheggio incastonato in mezzo al cemento, arido come la crosta grigiastra sul ginocchio di un bimbo caduto dalla bicicletta?

Ho atteso che il mio ago interno si raddrizzasse e tornasse ad indicare nuovamente il nord, ho camminato senza meta, certa che il mio istinto mi avrebbe fatto da guida.

Ho mangiato un toast troppo freddo con un caffè troppo caldo in un bar rassegnato e disadorno ed ho imboccato la via che conduce all’emporio cinese.

Ho spiegato ad una donna, occhi come biglie di metallo in un viso chiuso come un pugno, cosa stavo cercando.

Il suo sguardo si è fatto più piccolo e duro nel tentativo di comprendere la mia richiesta, la sua gelida risposta è stata gualda là, agitando scocciata la mano quasi a scacciare un insetto molesto.

Eccovi lì, povere puzzolenti ali made in China, seminascoste, abbandonate su una gruccia tra abiti scintillanti per puttane da quattro soldi, scarpe di paillettes e polistirolo, oscenità di pizzo rosso.

La donna cinese ha ridacchiato in modo subdolo vedendomi tornare con la mia misera preda, per un attimo al suo si è sovrapposto il volto della commessa carnivora, un Giano bifronte per stomaci forti.

Ora siete con me, vi ho indossato sulla pelle nuda e mi sto abituando allo scricchiolio che accompagna i miei passi.

E’ bello far fluttuare le braccia, ondeggiando le piume in modo voluttuoso, carezzandomi le cosce.

Talvolta avverto una puntura nel fianco e sento fluire la forza, come se qualcosa stesse succhiando, nutrendosi di me.

Di giorno in giorno mi sembrate più belle e vive, sta diventando difficile separarmi da voi.

Ieri togliendovi ho sentito uno strappo, repentino e doloroso, come una ceretta fatta da mani inesperte ed il mio fianco ha iniziato a bruciare.

I miei occhi stanno cambiando forma e colore, l’iride più gialla, la pupilla una perla di puro onice.

Stasera le mie ali sbattono irrequiete sui fianchi, sembrano animate di vita propria.

La luna galleggia davanti ai miei occhi, la notte mi attira con suoni animaleschi, mi sento sollevare da terra tanta è la forza che le mie ali dimostrano.

Ecco sì,

voglio aprire solo un poco la finestra,

per sentire il profumo dell’oscurità,

che bella sei luna,

mi sporgo un po’ di più sulla sedia,

per vederti meglio,

ti sento così vicina,

mi stai chiamando

……….

…..

(la stanza è vuota, dalla finestra spalancata soffia una brezza gelida che muove appena le tende, a terra una sedia rovesciata e poche gocce di sangue, ormai rappreso, su cui è planata una piccola piuma)