Caos triste – tre istantanee

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Teneva le braccia conserte, strettamente serrate attorno al busto, come a proteggere il cuore da sorrisi che le facevano troppa paura; tremavano le spalle, avvolte in un vecchio scialle di lana, per tenere l’anima al caldo in quei giorni opachi di merla bianca. Le dita magre accarezzavano il vetro della finestra, disegnando i contorni di un piccolo uccellino infreddolito che becchettava il terreno arido del giardino in cerca di cibo. Fece scivolare la mano dentro un sacchetto di semi, avanzato dopo la morte dell’ultimo cardellino, aprì piano la finestra, lanciò la manciata con il gesto ampio di un seminatore e richiuse subito per lasciare fuori il gelo del pomeriggio. L’uccellino volò lontano, spaventato dal rumore, ma rimase a osservare il cibo piovuto così all’improvviso, inclinando la testa con un gesto elegante. Dopo un breve istante di esitazione si avvicinò guardingo e prese a becchettare, prima timidamente, poi sempre più spavaldo finchè fu sazio. Alzò il capo e lei incrociò i suoi occhi neri di ossidiana, che la sorpresero con uno sguardo quasi umano. Poi planò sul davanzale della finestra, colpì una, due, tre volte con forza la cornice di legno con il becco e volò via. In quel momento lei sentì meno freddo.

La tristezza è subdola – pensava – come la riva sassosa del mare. La prima onda ti sorprende alle spalle, ma te lo aspettavi e sei pronta, vai sotto con gli occhi aperti e la bocca chiusa. Ti rialzi, strofini le palpebre arrossate dal sale e ti incammini facendo finta di nulla. Stringi i denti e ignori il dolore dei ciottoli aguzzi che affondano nella carne tenera delle tue dita. Guadagni la riva a fatica, con le caviglie che scivolano all’indietro e proprio mentre sei quasi fuori, ecco che arriva un’onda più grossa e inaspettata. Ti ribalta, ti porta con sè, vai sotto e apri la bocca per la sorpresa, questa volta sì che bevi, ampie sorsate amare che cerchi di sputare, riemergi con l’affanno e il batticuore, l’acqua salata scende a rivoli dal naso nella gola, i capelli si appiccicano sul volto e sulla schiena come alghe e tutto brucia, i pensieri se ne vanno in salamoia, la testa si svuota di ogni valore e una fitta acuta dietro l’occhio ti annuncia un’attacco di emicrania. Ecco sì, la tristezza è così.

La cucina puzzava. Era sporca, anzi proprio lurida, piena di piatti ammassati nel lavello, bicchieri dagli orli unti, frutta ammuffita a marcire in un angolo, il forno che vomitava teglie colme di grasso rappreso. Si guardò intorno con l’espressione blandamente divertita di chi ha visto di peggio, si tolse la gonna di tulle chiaro, lasciandola planare sul pavimento appiccicoso come una farfalla dalle ali impolverate, e si sedette a terra vestita della sola biancheria intima, intrecciando con grazia le gambe da ballerina nella posizione del loto. Incurante del caos triste intorno a lei si appoggiò all’anta malandata e rimase a osservare il gioco di luce che i fari delle auto di passaggio proiettavano a tratti sul muro. Il ritmo cadenzato le ricordava l’apparire e lo scomparire della luce del faro là, su quell’isola che, per quanto si sforzasse, non aveva mai dimenticato. Chiuse gli occhi e lo stillicidio dell’acqua nel lavello la riportò laggiù, nel posto che dentro il cuore amava chiamare casa.

Ascoltando Il senso delle cose

Non è niente, non è niente
niente che si possa dire
passerà anche questa volta

Non è niente, non è niente
è difficile spiegare
uscirò da questa porta
Non è niente, non è niente
voglio essere leggera

salirò sul mio cavallo
anche senza l’armatura
sfiderò ogni tempesta
poi ritroverò la strada

per sentire il sole

Non importa, non importa
so che sei molto impegnato
ci vedremo un’altra volta
e riavvolgeremo il tempo

tanto anch’io… avrò da fare
devo riordinare il mondo

quello che… mi è cresciuto dentro
per sentire il sole
per sentire il sole

Il senso delle cose
si nasconde dietro alle persone
Il senso delle cose

si racconta con parole silenziose

E tu lo vuoi sentire il sole?
Il senso delle cose

si racconta con parole nuove
si racconta con parole silenziose

(Cristina Donà – Il senso delle cose)

Forse gli angeli di marmo non piangono lacrime di granito, ma rimodernare l’anima è un lavoro di alta sartoria

Questo racconto nasce da un dialogo surreale, a metà strada tra Aspettando Godot e Il venditore di almanacchi di Leopardi, che Domenico ed io abbiamo avuto in merito all’efficacia dei rammendi dell’anima.

Prima di proseguire nella lettura, vi consiglio di deliziarvi con l’ascolto di Jeff e Liz, due tra le voci più belle mai esistite.

I disegni che impreziosiscono e animano il racconto sono opera di Tati, una donna sensibile e dolce come lo zucchero filato, un’amica vera e sincera che ha saputo dare un volto poetico alle mie parole e dovrebbe fare l’illustratrice di professione tanto è brava. Ti adoro dolcezza mia!

Grazie, non mi approfitto del tuo buon cuore.

Fallo pure… stracciami!

Non vorrai fare la fine di un peluche???

Se da tua mano… anche peggio!

Ma io riparo, rammendo, accarezzo, non distruggo. Anzi!

Sfasciami così mi rimetti meglio a posto! Piccolo frankenstein dell’amour!

Quindi dovremmo giocare all’allegro chirurgo?!

E ricucitore! E defibrillatore… e Creatura fa quel che ti dico!

Se no inserisco i cavetti e mando corrente!

Me ne dia di più Creatore!

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rammendare l’anima è un gesto gentile

Sei sicuro di ciò che mi stai chiedendo? Sappi che la procedura è dolorosa e irreversibile, rifletti bene sulla tua scelta.

Sono certo di ciò che faccio. Quello che ascolto ogni giorno è diventato troppo fastidioso, il ronzare di questi soloni arroganti, che pretendono di guidare la mia vita, mi è intollerabile. Strappami le orecchie, fa’ che io non possa più udire la loro voce e vivrò finalmente sereno.

La sarta sospirò di pena. Questo colloquio si stava rivelando più difficile del previsto ma doveva accontentare il suo cliente, quindi prese un paio di grandi forbici e tagliò via le orecchie, cauterizzando con la fiamma ossidrica il sangue che sgorgava copioso, tolse la coclea, gli ossicini, il timpano e li sostituì con ovatta morbida, cucendo due soffici orecchie di pelo a coprire lo squarcio.

L’uomo non era soddisfatto, non poteva più sentire ma era ancora in grado di vedere perciò chiese alla sarta di sostituirgli anche gli occhi.

Non potrai più godere della bellezza, vedere il miracolo dell’alba, le onde del mare che spruzzano schiuma, le nuvole che si rincorrono alte in cielo, le gambe delle donne che ondeggiano come fiori dentro le loro gonne, il colore di un buon vino che rotea nel bicchiere.

Vedo ogni giorno la spazzatura che mi circonda, gli scheletri in cemento armato dei sogni perduti, la trincea del progresso infranto, le voragini della povertà coperte dalle erbacce, le radici dei fichi che spaccano il terreno. Non voglio più vedere l’esterno che inganna i miei occhi, voglio poter contare solo su ciò che sta all’interno del mio cuore e della mia mente.

Così la sarta si diresse verso il suo bancone ingombro di fili e ritagli, frugò in un barattolo cercando l’attrezzo più adatto e si accostò al suo viso per cavargli gli occhi con un lungo uncinetto. Poi mise i bulbi oculari, che la scrutavano impietosi, in un barattolo di formalina e coprì le orbite vuote con due bottoni tondi e lucenti, scelti con attenzione da una lunga scatola di cartone ingiallito.

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occhio non vede, cuore duole ancora

Poi fu la volta della lingua, perché l’uomo non voleva più mangiare minestrina con il formaggino, troppi ricordi crudeli gliene avevano tolto il piacere e anche il crudo di mare e il sapore dell’irish coffee non erano quelli di una volta.

Questa volta la sarta la strappò via con le pinze e cucì, al posto della lingua mancante, un segmento di pellicola cinematografica di un vecchio film noir anni ’70.

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sei davvero consapevole delle tue scelte?

Infine l’uomo chiese la cosa più terribile e irreversibile di tutte, domandò che gli venisse tolto il cuore.

Strappami via questo orologio insopportabile, che come un cucu’ mi tiene sveglio la notte, sconvolge il ritmo dell’ucronia, mi costringe a posticipare il tedio domenicale in una lunga settimana di passione e mi fa stare in giro nella controra, come solo i pazzi e gli ubriachi sanno fare.

La sarta si rifiutò, scosse la testa, gridò e pestò i piedi, ma l’uomo fu irremovibile ad ogni sua obiezione, finché lei rassegnata non impugnò le cesoie da lattoniere, aprì il torace, afferrando quel cuore palpitante che si divincolava come un pesciolino, lo sostituì con un cilindretto di plastica nera, che molto tempo prima aveva contenuto un rullino di pellicola 400 asa, riempì di imbottitura il torace e ricucì a punti lunghi e precisi, spingendo giù con decisione i ciuffi bianchi di imbottitura che cercavano di sfuggire alla disciplina dell’ago.

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non potevo fare di più ma avrei preferito di no

Bene, sei soddisfatto ora? – gli chiese e scosse tristemente la testa quando il suo cliente non le rispose.

Prese il pupazzo tra le mani e lo cullò per un momento, quasi volesse chiedergli perdono per non essere stata più ferma nel rifiutare le sue assurde pretese, poi attraversò la stanza fino ad un angolo buio e lo depose con delicatezza sulla cima del mucchio che riempiva il fondo del negozio.

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spero tu non ti senta troppo solo

Rimodernare l’anima è un lavoro di alta sartoria ma le conseguenze sono prevedibili, disse tra sè sospirando, infine andò a chiudere a chiave la porta fermando la campanella fissata allo stipite, posò i barattoli sulla lunga mensola impolverata e spense la luce, dopo aver lanciato un’ultima occhiata piena di tenerezza ai bottoni luccicanti nel viso inanimato del suo ostinato cliente ed al suo cuore che ancora fremeva piano.

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un cuore sottovetro smette davvero di battere?


Domenico è una persona gentile, un fotografo eclettico, un libero pensatore, un ricercatore della verità anche quando scomoda e un eccellente scrittore. Se ancora non lo conoscete andate a leggere il suo blog personale e il suo blog autore ma soprattutto le sue opere.

Sono certa che le sue creature già pubblicate Clotilde e Don Michele vi conquisteranno e farete la conoscenza di altri personaggi interessanti come Sonia e Vetriolo di prossima pubblicazione.

Alien life

Il bambino leggeva, imbozzolato sotto le coperte, con l’aiuto di una pila tascabile.

La camera da letto era fredda e la casa apparentemente silenziosa, anche se di tanto in tanto il bimbo tendeva l’orecchio guardingo, per captare lo scricchiolio di un piede sul parquet e spegnere la luce, severamente vietata a quell’ora di notte.

Tremava nel suo pigiama antiquato di cotone, con i pantaloni a righe e la giacca di foggia maschile, per il freddo ma anche per il rischio che stava correndo, disobbedendo al divieto del padre.

Lui e suo padre non si capivano molto, quel padre arido e gelido, così anglosassone e perbene lo metteva a disagio, non condivideva il suo modo di vivere, il suo essere così rigido, l’odio che provava nei confronti di tutto ciò che lui invece adorava, leggere, suonare, recitare.

Lo incitava spesso ad essere come gli altri bambini, a praticare gli sport “da uomini”, a non pensare alle stupidaggini da femminuccia.

Gli altri bambini lo scartavano, troppo esile, biondo ed elegante per essere uno di loro, ma adoravano fargli scherzi crudeli e violenti, come quella pallonata nell’occhio, che lo aveva in qualche modo marchiato, rendendolo se possibile ancora più diverso.

Mentre stava per chiudere il libro e mettersi finalmente a dormire sentì un rumore diverso, un cigolìo dentro la stanza e vide l’armadio di noce scuro aprirsi poco a poco, mostrando le lunghe dita di una mano pallida appoggiate all’anta semiaperta.

“Sei tu! Sei tornato!” esclamò felice alla vista del suo amico.

L’alieno sorrise, avanzando elegante nella stanza e stringendo le pupille, simili a quelle dei gatti, per abituarsi alla luce fioca della pila puntata sul suo viso.

Il bambino era estasiato dalla sorpresa che il suo amico gli aveva fatto, era ormai da molto tempo che veniva a trovarlo, sempre di notte passando per l’armadio.

Si sedeva sul suo letto e parlavano di mondi lontani, di volare, di cose più tristi, della voglia di essere importanti anche solo per un giorno, della polvere di stelle.

Quella sera l’alieno era triste, una lacrima gli solcava il lungo volto mentre parlava con il suo piccolo amico, stringendogli le mani per avere un po’ di conforto.

Si guardarono a lungo, poi il bimbo scese dal letto, si infilò le pantofole di velluto ricamate con le sue iniziali e prese per mano l’alieno, guardandolo dal basso.

“Vuoi che andiamo da lui, ora?” e si avviarono verso l’armadio, entrarono chiudendo delicatamente le ante e subito la stanza diventò più fredda e triste.

L’uomo sorrideva steso sul letto, guardando le persone in lacrime intorno a lui e tutti quei macchinari che facevano strani sibili e lo stavano tenendo in vita.

Ancora per poco, ormai il male si era fatto un nido troppo grande e radicato per poterlo allontanare, ancora un poco di sofferenza e poi finalmente il riposo.

Il dolore era scomparso, rimanevano solo le lacrime sul viso di chi lo circondava, i ricordi che gli affollavano la mente, ricordi di persone lontane, di amici scomparsi che tra poco avrebbe rivisto, e la musica, la sua adorata musica che aveva chiesto di poter ascoltare un’ultima volta.

Aspettava qualcuno l’uomo, lo sentiva nel cuore che sarebbero venuti per lui, osservava con desiderio le ante dell’armadio di noce scuro, da cui non aveva mai voluto separarsi.

Sorrise quando l’anta si aprì e una mano lunga, pallida ed elegante, intrecciata a quella di un bimbo fece la sua comparsa.

“Siete qui finalmente, adesso non ho più paura, possiamo andare”, disse l’uomo, rivolgendosi a quel bambino che era stato e a quell’alieno che aveva rappresentato così tanto di lui.

Lo accolsero tra di loro, tendendogli ciascuno una mano, e tutti e tre si diressero verso l’armadio.

“Finalmente potrò scoprire com’è la vita su Marte” furono le sue ultime parole.

Dedicato a David, il mio cuore sanguina…….fate i bravi tu e Lou, suonate ancora ovunque voi siate.

Attesa

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Attendo, paziente, silente, attendo.
In questa sala di pronto soccorso, circondata da persone che, come me, guardano fisso senza osservare, attendo.
Penso, cupa, triste, desolata, penso.
Corpi, barelle, gemiti, intorno a me, dentro di me, nelle notizie di ieri, di oggi, di domani.
Un parente soffre dietro quella porta ed io, impotente, attendo.
Non sappiamo nulla del tempo che abbiamo ricevuto in dote, possiamo solo cercare di usarlo nel modo migliore, per stare bene, per sorridere, per amare, per chiedere scusa.
Non sappiamo quando il nostro tempo finirà.
Attendo.
(dal mio personale dolore all’immenso dolore di Parigi)

Eclissi

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“E non soffro se mi sento solo, soffro solo se mi fai sentire dispari”

Sono stanca di cercare un senso ai miei sacrifici.

Sono stanca di riempire il vuoto delle mie giornate inventandomi piccole inutilità quotidiane.

Vorrei avere relazioni normali, reazioni normali, una vita normale.

Vorrei non dover assorbire ogni giorno il dolore degli altri, una spugna di carne buona solo per essere strizzata e spremuta mille volte.

Vorrei non dover essere sempre quella che dà consigli e risolve problemi, perché di quei maledetti io ho un sacco pieno zeppo e non è mai successo che qualcuno mi guardasse dentro e capisse quanto cazzo sto male.

Vorrei non soffrire come un cane ogni volta che mi sento usata, un jukebox che si spegne quando hai terminato l’ascolto della sua canzonetta.

Vorrei riuscire a ricordarmi che sono io quella che si prodiga troppo, ogni singola maledetta volta, e allora mi sta bene perché le rogne io me le vado a cercare e me le merito.

Vorrei aver visto l’eclissi di oggi invece di aver lavorato a testa bassa per la gloria e il prestigio di altri.

Vorrei usare le cose che posseggo invece di limitarmi a spolverarle.

Vorrei avere una vita privata che mi facesse dimenticare con una risata le cazzate che mi circondano.

Vorrei non avere così tanto tempo vuoto per pensare e rimuginare.

Vorrei smettere di attaccarmi morbosamente alle persone che mi circondano, ma sono così sola e abituata al silenzio che non so più relazionarmi in maniera equilibrata con chi mi sta di fronte.

Vorrei anche smettere di piangere stasera ma non riesco. Almeno servisse a lavare via questa tristezza invece domani avrò solo gli occhi gonfi e una patetica faccia in sfacelo.

Vorrei che questo schifo finisse.

Vorrei avere una scelta.

Vorrei smettere di vomitare parole nella speranza di ripulirmi da questa amarezza.

Oggi ho un’eclissi di vita.