Aracne

credits: Ocus memini by Blekotakra, DeviantArt

Sono esile, elegante, aggraziato. Sono un re dalle lunghe gambe. Dondolo voluttuoso sul filo che esce dal mio addome, pregno di gomitoli di seta evanescente.

Passeggio rapido e silenzioso, circondo il mio regno di una trama sottile di perlacea perfezione.

Letale.

Implacabile.

Non so da quanto tempo sono in vita. Esisto, forse da sempre. Ho aperto gli occhi ed ero qui, intento a spremere fili collosi, a tessere trappole mortali, osservando il mosaico che mi circonda ricomporsi intorno alla sagoma della preda.

In questo spazio non sono solo.

C’è lei.

La guardo, la osservo, la soppeso, la voglio.

È arrivata prima di me. Forse. O forse dopo. In realtà non ha alcuna importanza.

Ora è qui ed è mia.

Ancora non lo sa, ma è mia.

Quando dorme mi calo su di lei, lentamente, passeggio sul suo corpo caldo e immobile, le accarezzo il viso, penetro le narici, orno la sua bocca con la trina morbida del mio ventre.

Ne ascolto il respiro inquieto, affannoso. Osservo le mani che si muovono nervose nel sonno, lacerano il mio dono, scacciano il fastidio che le provoco.

Ho potere su di lei e ne godo intensamente.

Mi sento uno straccio stamattina. Ho il corpo che formicola in modo fastidioso, quasi che mi abbiano torturato con il solletico per tutta la notte. E poi, ancora quello strano sogno che non mi lascia in pace.

Una stanza colma di sporcizia, polvere, mobili sudici e a pezzi in ogni angolo ed io mi trovo al centro della stanza. Mi guardo intorno, osservo con sconforto la desolazione che mi circonda, ho un fazzoletto legato sulla nuca e una scopa in mano. Inizio a pulire, sono ossessionata da tutta questa sporcizia che sembra guardarmi con cento occhi nero fuliggine.

C’è una chiazza scura sulla parete, la colpisco con la scopa, sembra muffa, esplode al mio tocco in una nuvola di spore, mi tappa la bocca, ingoio, la trachea si chiude, non respiro, soffoco.

Mi sveglio bruscamente. Dio. Che paura. È solo lo stesso incubo. Ancora.

Quando è sveglia talvolta sento i suoi occhi fissi su di me, la vedo che si avvicina e tremo di desiderio. Vorrei correre sulle sue braccia, solleticarle le dita, tessere per lei un bracciale di seta, ascoltare il suono morbido della sua risata.

Invece ho paura, temo il suo tocco e mi ritraggo. Mi sposto in un angolo, aggroviglio le zampe sotto l’addome, divento nient’altro che un punto fermo e le permetto di giocare con i fili della mia casa, di farmi oscillare a suo piacimento, di distruggere indifferente ciò che resta del mio fragile regno.

Nonostante il tormento cui mi sottopone, non mi uccide. Attendo ogni volta il colpo mortale ma, stranamente, mi risparmia, mi grazia dopo essersi divertita a guardare come impazzisco di paura.

Se continuo a trascurare la casa tra poco i ragni mi chiederanno l’affitto. Dovrei decidermi a spazzare via le ragnatele. Un colpo deciso e via, eliminate. Invece non ne ho il coraggio e tollero questi esserini fastidiosi come fossero parenti scomodi, che non puoi mandare via e ti limiti a sopportare ignorandoli.

Ne ho visto uno in bagno, sta lì ormai da un bel po’, ha preso possesso dell’angolo della doccia, proprio sotto lo spiovente del tetto. Ogni tanto pizzico il filo guida della sua tela e lo guardo oscillare come uno yo-yo impazzito. Povera bestiolina, mi fa quasi tenerezza. Devo lasciarla in pace, non sono più una bambina giustificata nella sua innocente crudeltà.

Non appena si allontana incomincio la ricostruzione, filo dopo filo, nodo su nodo, del mio effimero reame, con la rassegnata certezza che, presto o tardi, sarà distrutto in un gioco perverso di logoramento.

Questa sera, immobile nell’angolo più lontano del soffitto, l’ho osservata a lungo. L’acqua calda creava nubi di vapore profumato e le gocce di condensa appesantivano pericolosamente la mia tela.

Mi sono saziato alla vista della sua pelle rosea, delle linee del volto rigato da gocce d’acqua e lacrime, che cadevano a terra andando a mescolarsi ai rigagnoli di schiuma, giù per lo scarico.

Ho desiderato con tutte le forze di crescere, di farmi grande e imponente davanti a lei, di afferrarla e stringerla lentamente, tremante di paura, e poi mangiarla, divorarla intera, sentirla dibattersi sempre più piano dentro il mio ventre gravido, farla finalmente mia, parte del mio corpo, nutrimento per il mio filo.

Invece ho atteso, con la solita tranquilla calma che riservo alle stupide mosche di cui mi nutro, che terminasse la doccia.

Ho sostenuto il suo sguardo indagatore, lasciando che stracciasse ancora una volta i miei fili. Io ho molta pazienza, so quando accostarmi alla preda.

Oggi è stata una giornata da dimenticare, ma l’unica che non dimentica sono proprio io e mi ritrovo a piangere di rabbia come una stupida. Piangi, piangi che fai gli occhi belli, così mi dicevano da piccola. Certo si erano dimenticati di parlarmi del naso a pomodoro, delle palpebre gonfie come canotti e del grumo in gola che non va giù. Ti alzi, bagno, doccia, vestiti, colazione che poi non stai in piedi e hai già la pressione bassa, un filo di trucco che hai una faccia da schifo e sembri malata, borsa, chiavi, scale, auto, corri, clacson, le frecce mettile impedito, cazzo è tardi, parcheggio, troppo lontano, uffa anche oggi, di corsa, due passi in più che rassodano il culo, l’umore sotto le scarpe, un bel respiro, ciao a tutti, caffè, quando arriva l’ora del caffè, buongiorno, mi dica, si figuri, sono qui apposta, dovere, grazie, prego, arrivederci, si chiude, è ora, corri, serrande chiuse, anche oggi niente pane, yoghurt, grissini, una mela al volo, caffè, lavoro, lavoro, lavoro, sera, chiudo la porta, a chiave, due mandate, controllo, sì sono due, sospiro, sollievo, via le scarpe, telefono, ciao, come stai, mi manchi, doccia. Basta, questo ragno mi ha scocciato, ora strappo la sua stupida tela, lo schiaccio, mi è sfuggito dalle dita, domani lo becco. Domani cambia tutto, domani cambio tutto, ora dormo, ne ho bisogno, bicchiere, acqua, lexotan, gocce, 10, 15, 20, 30, ma sì 30, che saranno mai. Bevo, buio, silenzio.

Attenderò la notte per avvicinarmi, la guarderò dormire avvolta nelle coperte, passeggerò tra i suoi capelli con la foga delle dita di un amante, poi violerò la sua bocca, scenderò giù nella gola e ancora più in fondo, fino a raggiungere il cuore.

Lo avvolgerò lentamente con strette spire di seta, sempre più fitte, affonderò le zanne con il veleno finché non smetterà di palpitare e, dopo un ultimo sussulto, non diverrà che un bozzolo freddo, avvolto da un sudario bianco. Cibo, mia, per sempre.

Sogno, ancora, maledetto sogno, mi agito, smettila, è solo un sogno, polvere, troppa polvere, muffa, ingoio, la trachea, fa male, ho paura, freddo, non respiro, soffoco.

Non c’è che un’unica, perfetta colonna sonora per questo incubo: Lullaby

Picnic

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fonte: tumblr

Ha gli occhi del colore dell’oceano bruciato da troppe tempeste, screziato del nero violaceo delle mareggiate fuori stagione.

Sono aperti e fissi, guardano controvoglia il cielo e nell’angolo esterno brilla ancora la traccia scura di una lacrima impastata con muco e terra.

Osservo affascinata il cammino di una vespa che risale pigramente la sua mano, dalle dita sgraziate e rozze, con le unghie ispessite da uno strato coriaceo di grasso e polvere, su verso il braccio nudo.

Raccolgo da terra il sigarillo sottile e profumato, rotolato accanto alla mano posata sull’erba, e lo accendo facendomi schermo con il palmo. Inspiro con voluttà e butto fuori il fumo piano piano, piccole bave azzurrine che un vento teso e secco disperde subito.

La vespa continua la sua esplorazione facendosi via via più spavalda, pizzicando con le mandibole tracce di polline ed erba nascoste tra la peluria bionda.

Per un attimo sembra confondersi con il complicato disegno che copre buona parte della pelle, dal gomito fino alla spalla. Un tatuaggio giapponese tradizionale realizzato con tecniche antiche e dolorose, un rito di passaggio obbligato a testimoniare ciò che quell’uomo è  diventato: un assassino.

Guardo l’orizzonte, il paesaggio quasi irreale tanto è perfetto, immerso in una luce rossastra che tinge ogni cosa che mi circonda di un calore che non provavo ormai da tempo.

La vespa termina il suo osceno cammino lungo il braccio, con un piccolo volo si posa sulla gola, poi inizia la risalita del volto. Le zampette per un attimo si impigliano nella barba arruffata, ma si libera quasi subito con uno strattone e un furioso ronzio di protesta, per dirigersi soddisfatta verso il naso da cui cola un grumo rappreso dall’odore invitante di sangue.

Altro sangue sgorga dalla sua bocca misto a schiuma bianca e tinge di gocce scure la barba, resa giallastra dal fumo di innumerevoli sigari. Lo stesso sangue macchia i miei vestiti che, constato con rammarico misto a disappunto, dovrò bruciare presto.

Accanto alla sua testa si allarga una pozza di vomito, ormai colonnizzata dalle formiche, in cui galleggiano residui di cibo, vino e piccole bacche arancioni. Sono identiche a quelle che ho messo a macerare nel fiasco di vino rovesciato sull’erba, le stesse che sto stritolando tra le mani, coprendo di macchie i miei guanti di camoscio chiaro.

La vespa sta passeggiando sul suo occhio che mi fissa con un ridicolo sguardo di sdegno e sorpresa. La scaccio con un gesto della mano e la guardo ronzare via prima di tornare a osservare quel volto.

Lo guardo con curiosità ma senza emozioni, una ad una me le ha strappate dal corpo così tanto tempo fa che ormai non sono sicura di averne mai possedute.

Mi alzo, spolvero gli abiti dai fili d’erba, getto le bacche spappolate nel rivolo d’acqua che scorre quasi asciutto e piego con cura il plaid, riponendolo nel cesto da picnic insieme al fiasco e ai sandwiches ancora intatti. Sarebbe un vero peccato buttarli, sono i miei preferiti, salmone e aneto, e credo che li mangerò stasera con gusto, stesa sul divano con una tazza di tè fumante, un sigarillo e il gatto a farmi compagnia.

Mi volto senza fretta. Non chiudo le palpebre di quegli occhi di oceano bruciato che fissano un cielo diverso dal mio, non merita un ultimo gesto di pietà, anzi voglio che il suo sguardo mi segua mentre me ne vado, abbandonando lì il corpo della persona che ha fatto di me un’assassina.

On air Malafemmena

cigaro

Foto personale – Cigaro chiaro / Aurum italicum. Appartiene alla famiglia delle Aracerae è una pianta erbacea perenne. Tutta la pianta è velenosa, il contatto con la pelle provoca dermatiti. Le bacche rosse dei frutti provocano avvelenamenti mortali.