Mister Man

Il peso dei pensieri (foto di Mela)

Una volta ho sofferto per amore.
Deve essere stato qualche anno fa, non ricordo esattamente quando.

L’euro nemmeno esisteva ancora.

Sicuramente è successo tra le undici e le tredici, era quasi ora di pranzo e sentivo un certo languore allo stomaco, che poteva essere amore o forse solamente fame.

Ad ogni modo, nulla che un buon piatto caldo e un bicchiere di vino non fossero in grado di curare.

Ragionare a pancia piena è sempre stato un buon rimedio per le pene d’amore, lo diceva mio padre, uomo saggio come non se ne vedono più, che si vantava di non aver mai avuto tempo per i baci e gli abbracci, meglio lavorare, diceva, e parlare poco, soprattutto con una donna.

Invece il mio amico Pietro afferma che non c’è niente come una bella partita di calcetto per dimenticare. Ma sì in fondo che male può fare un po’ di sano agonismo, una sudata maschia in compagnia degli amici di sempre, qualche calcione negli stinchi e alla fine tutti sotto la doccia, a millantare scopate inesistenti e a raccontare l’ultimo pettegolezzo piccante su chi si è fatto chi, sbirciandosi a vicenda le pancette da quarantenni e i cazzi ammosciati, tra gli sfottò generali alla squadra perdente.

Questo è il modo giusto per curare la sofferenza, ve lo dico io.

Le donne si fanno troppe paranoie, seghe mentali a bizzeffe, quando sono arrabbiate iniziano con la tortura del non ho niente, ti dico di no, ma se non ti mostri interessato e contrito mettono su un muso lungo che lèvati, pretendono spiegazioni e scuse reiterate e mai che vogliano accomodare la cosa in modo amichevole, che so con un bel pompino di riconciliazione.

Parlano, analizzano, sezionano, ti sfrangiano le gonadi con le loro frasi ad effetto e poi si chiudono in un silenzio lacrimevole da cui è difficile uscire.

Accerchiato, ecco sì ti senti accerchiato e confuso da continue richieste che non comprendi, mentre vorresti solo stare in pace davanti alla tv.

In fondo è così facile.

Se hai fame mangi, se hai voglia scopi, se non ti va arrivederci, ti chiamo io.

Semplice, no?

Invece oggi apro la mail e guarda un po’ cosa mi scrive questa. Me la sono scopata e manco mi ricordo che voce ha, lo ammetto.

«Ho ripreso a camminare, ogni giorno chilometri in silenzio. Esco di casa, non sopporto muri attorno a me, sento che mi soffocano e preferisco stare all’aperto, anche se la gente mi guarda di storto mentre passeggio lungo i campi. Ho bisogno di sentirmi piccola contro il cielo, schiacciata al suolo per non pensare.

Invece non riesco a ­non pensare, a non pensarti, a tentare di ­capire cosa vuoi, cosa cerchi, se davvero ­il tuo bisogno sia non sentirti solo o se ­alla fine il tenermi lontana non sia ciò che desideri veramente.

Sto leggendo un libro mentre cammino. Parla di treni, di viaggi, di rovesciare la prospettiva come fa il nervo ottico con ciò che vediamo. Ho letto una frase che mi ha fatto sussultare per la verità amara che contiene.

Si potrebbe pensare che le due città sentano il bisogno di chiamarsi sempre più spesso, così come fanno gli amanti che si sono conosciuti da poco e ad ogni istante cercano di gettare una ­parola nel lago dell’altro, per capire quali cerchi si formeranno e quanto grandi potranno essere.
(La libertà viaggia in treno – Federico Pace)

Quali parole stiamo ­gettando l’uno nell’altro? Stiamo formando cerchi che produrranno un’onda o ­solo un tremolio sull’acqua stagnante? Esiste un senso per noi due?

Ogni volta che mi lasci sulla porta in attesa, ogni ­volta che getto un sasso e lo vedo affondare nel silenzio, mi chiedo cosa dovrei fare e non voglio darmi la risposta.

Vuoi che ti parli, che ti ­provochi, che ti dica parole sincere che non vuoi ascoltare?

Vuoi che stia ad aspettare una tua parola, che non ti cerchi più e ti lasci in pace?

Parlami, ti prego. »

Certo scrive bene non dico di no, ma mica ho capito cosa vuole da me.

Che le dico o meglio cosa vorrebbe che le dicessi?

Boh, per ora evito di rispondere e ci penso un po’ su.

Non adesso però.

Vado.

Mi è venuta fame.

Dopo uno scambio di commenti con tiZ in relazione al mio ultimo post, ho rielaborato questa bozza che le dedico insieme alla citazione, tratta da un libro bellissimo che parla di viaggi in treno e libertà di scelte.

Odor di cannella

Ho sempre avuto una sensibilità particolare per gli odori, l’olfatto è il mio senso preferito, perchè mi permette di scavare nei ricordi molto più efficacemente della vista o dell’udito ma è anche la mia maledizione, perchè basta un odore troppo intenso o sgradevole per scaternarmi una violenta emicrania, quasi un rigetto.

Annuso per ricordare.

Annuso, chiudo gli occhi ed ecco arrivare le immagini e le emozioni dimenticate.

Il profumo di mamma, ancora presente in qualche vecchio foulard, l’odore dolciastro della terribile colonia dopobarba di mio padre, l’odore di cucina, denso ed incredibilmente complesso, che impregnava il gembiule di nonna sono tutti lì per me, fantasmi del passato impalpabili nell’aria.

L’odore di verderame dei pomodori appena colti, l’ozono nell’aria dopo un temporale, il buon odore di erba appena tagliata, il salmastro delle alghe sulla spiaggia, quell’odore greve e caliginoso, affumicato e grasso di smog dopo una giornata passata in città e quel particolare profumo di mosto, di fermentazione esplosiva, di lieviti in ebollizione che solo chi abita in terre del vino sa riconoscere ad occhi chiusi.

Sì ad occhi chiusi ma narici aperte, anzi dilatate ad aspirare il profumo dei ricordi.

Nel mio diario di tanti anni fa c’è un’annotazione, scritta il giorno in cui uscii per la prima volta con mio marito, solo poche parole “notte di stelle e il suo odore“.

Per me lì c’è tutto ciò che mi serve per ritornare a quel momento, come per altri bastano le prime note di una melodia per rituffarsi in un momento passato.

Da dove arriva questa sinestesia? Che c’entra la cannella?

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fonte: web

Io adoro il profumo di cannella! Nelle mie torte c’è sempre un pizzico impercettibile di cannella e una punta di pepe bianco, perchè un dolce, per essere veramente indimenticabile, deve essere un po’ pepato, avere un tocco di follia.

Ho un vecchio barattolo di vetro pieno di meravigliosa polvere rossastra, acquistata a peso in un mercatino provenzale da un indiano con gli occhi gentili.

Ogni tanto lo apro per il puro piacere di viaggiare nei ricordi.

Chiudo gli occhi e sono a Bruxelles nel quartiere della Vieux Ville a mangiare speculoos appena sfornati, oppure a Cordoba nel ristorante dei bagni arabi, davanti ad un inquietante piatto di melanzane cioccolato e cannella e ancora un far breton alla cannella in una taverna di Quimper, una birra scura e speziata gironzolando per Anversa, un bicchiere di vino caldo passeggiando sottozero a Firenze.

Oggi si parla di comfort food, quel cibo che riscalda e conforta cuore e anima, ma per me non c’è miglior conforto di riso, castagne e latte con zucchero e cannella, alla prima cucchiaiata vedo le mani della mia nonna adorata che mi porge la scodella e  il suono della sua voce “Ven nein, ven a mangè ch’le caud“.

Ho un libro che amo molto e di tanto in tanto rileggo volentieri, La Bastarda di Istanbul di Elif Shafak.

fonte: clicca l’immagine

Come potrei non amare un libro il cui primo capitolo è intitolato Cannella e l’ultimo Cianuro di potassio?

Non maledire ciò che viene dal cielo. Inclusa la pioggia. Non importa cosa ti precipiti addosso, non importa quanto violento il nubifragio o gelida la grandine: non rifiutare quello che il cielo ti manda.”

Dal modo in cui la guardava, si vedeva subito l’amore. Amore e rispetto e sincronia. Quando lui parlava, lei completava con i gesti, quando lei gesticolava, lui completava con le parole. Erano due individui complicati che sembravano aver raggiunto insieme un’armonia miracolosa.”

 Penso sia arrivato il momento di immergermi di nuovo nei suoi profumi e nella descrizione di una città che mi affascina e che molto presto dovrà essere mia.

 Visto che questo è un post sinestetico, una contaminazione dei sensi della percezione, vi regalo una ricetta, la miglior torta alla cannella che potrete mai assaggiare.

Questo non è un blog di cucina, quindi niente foto meravigliose ed allettanti.

Dovrete lavorare di immaginazione perciò chiudete gli occhi, aspirate il profumo e non vi servirà altro.

Buon viaggio!

Plumcake alla cannella

250 g di farina, 250 g di zucchero, 3 cucchiai di zucchero di canna, 250 ml di latte intero, 125 g di burro, 2 uova, 1 e 1/2 cucchiaio di cannella in polvere, 1 bustina di lievito.

Mettete in una ciotola farina, lievito e un cucchiaio di cannella, mescolate bene, aggiungete le uova sbattute con il latte, lavorando con un cucchiaio di legnoe, infine incorporate a filo il burro fuso.

Versate due terzi del composto in uno stampo da plumcake imburrato e infarinato, spolverate sopra tre cucchiai di zucchero di canna e mezzo cucchiaio di cannella.

Ricoprite con l’impasto restante e infornate a 180° per mezz’ora.

Rossa di dentro

Ho sempre amato il colore rosso, nei vestiti, negli accessori ma in modo particolare nel colore di capelli.

Ricordo che da piccola guardavo affascinata i bambini con quella meravigliosa sfumatura di rosso, desiderando ardentemente di andare a letto e risvegliarmi finalmente con i capelli del colore giusto.

Non appena mi è stato concesso il permesso di tingerli ho sperimentato tutta la tavolozza del rosso.

Porpora, violino, tiziano, melanzana, mango, rosso acceso, rosso fuoco, red velvet, red flame, rosso pompiere, rosso tramonto, rosso autunno.

Non avete idea di quanti nomi strampalati si inventano i maghi del marketing, per rendere accattivante un prodotto!

Ho la pelle chiara, occhi verdi, arrossisco facilmente e in estate mi spuntano tante efelidi sul naso, quando sono in vacanza mi piace vestire in un modo tutto mio, un po’ eccentrico, fatto di camicioni di lino, collane stravaganti e cappelli, che mi diverto ad acquistare come souvenir di viaggio.

Aggiungete i capelli rossi e sarà per questo che mi è capitato spesso di essere scambiata per una straniera.

Ricordo la faccia perplessa alla biglietteria degli Uffizi, quando mi assegnarono una guida inglese, la proprietaria del b&b a Bruxelles che mi parlava in fiammingo, i bambini di Cisternino che mi rincorrevano, felici di far sfoggio del loro inglese, “Hello, good morning” e la loro delusione alla mia risposta in italiano.

Quando qualcuno mi dice, che bel colore, è naturale? ebbene, non c’è complimento più bello per me!

Una volta, parlandone con un amico carissimo, gli chiesi come mai, secondo lui, mi scambiavano per rossa naturale.

Era un uomo molto ironico e pungente ma sapeva cogliere con poche parole l’essenza delle cose.

Ricordo che mi guardò, quasi stupito per la mia banalità, e mi disse, con tono di assoluta ovvietà:

“che domanda mi fai? Tu sei rossa di dentro!”

E’ vero.

Rossa mi sento bene, mi si addice, mi guardo allo specchio e mi dico sì, così sei a posto, così sei tu.

Rossa di dentro.

red love apple

fonte: web

Un po’ sì

Ecco sì sono tornata, uffa!

Odio le vacanze perchè finiscono troppo presto e non sono mai pronta a rientrare nella vecchia vita.

Mi direte che sono viziata, capricciosa e incontentabile……….beh un po’ sì.

Sono stata bene, forse troppo, zero pensieri, zero tristezza e ora devo riprendermi da così tanta felicità.

Non so cosa scrivere, mi sento ancora la testa altrove, ogni idea mi sembra troppo banale quindi per ora mi limito a leggerVi, mamma mia quanto scrivete!

Sono triste…..un po’ sì.

Melavacanze

Sono appena tornata da Torino e ho gli occhi ancora colmi dello splendore dei Preraffaelliti.

Non dimenticherò tanto presto lo sguardo enigmatico di Proserpina o la dolcezza di Ofelia suicida.

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Millais BBC 012
Ve ne parlerò al mio ritorno, perchè domani Marito ed io partiamo per una settimana di meritata vacanza a base di natura, passeggiate nei boschi e assoluto relax.
Ho con me una valigione da 30 kg, purtroppo non ho il dono della sintesi neppure con i bagagli, parecchi libri da leggere e, nel caso ancora mi annoiassi, il lavoro a maglia e l’ipod! 😆

Al mio ritorno spero di leggere tanti vostri bellissimi post.

A presto!!!

🙂

Kandinsky e lo sciamanesimo

Amo l’arte e la pittura in particolare, forse perchè non ho la benchè minima attitudine al disegno, e ammiro profondamente chi è in grado di impugnare una matita e animare con pochi tratti un foglio bianco.

Mi piace visitare mostre con MiaSorellArtista, che è capace di stare dieci minuti filati davanti ad un quadro e di spiegarmi le ombre, le sfumature e il bilanciamento di colori là dove io vedrei poco o niente.

La scorsa domenica, un po’ per caso e con poca convinzione, Marito, MiaSorellArtista ed io siamo andati alla mostra di Kandinsky a Vercelli e si è rivelata un’ottima decisione.

La mostra è molto piccola, solo ventidue quadri, ma mirata ad esplorare una parte importante, anzi fondamentale, dell’arte di Kandinsky.

Non avrei mai immaginato che il padre dell’astrattismo dovesse gran parte della sua visione pittorica ad un viaggio compiuto nella Russia più profonda, alla ricerca probabilmente delle sue ascendenze siberiane.

In quei luoghi, in quelle foreste lontane dalla civiltà e dalla vita moderna, tanto da sembrare appartenere ad un altro mondo, la gente credeva ancora nei riti tribali, negli spiriti e nei demoni. I tamburi, i grembiuli, le vesti dello sciamano erano un modo per avvicinarsi al sacro ed interpretarlo e affascinarono l’artista, tanto che molti elementi nella sua opera richiamano quell’esperienza, dalla figura del cavallo e del cavaliere, al tamburo rituale, alle figure simboliche di animali.

Oltre alle opere pittoriche la mostra espone un’importante serie di oggetti e simboli della tradizione popolare siberiana dell’Ottocento, bastoni degli sciamani, specchi di bronzo per rapire l’anima, bellissimi filatoi in legno dipinto, tamburi, costumi, archi, suppellettili della vita quotidiana contadina, da cui Kandinsky trasse ispirazioni e che contribuirono allo sviluppo del suo percorso verso l’astrazione come forma di spiritualità, in cui forme e colori sostituiscono oggetti, paesaggi e volti della vita quotidiana, per rappresentare ed evocare i concetti più profondi dell’universo e dei sentimenti.

Tra le opere presenti nella mostra ci sono le Improvvisazioni, dove forme e colori sono accostati armoniosamente come farebbero le note di una partitura musicale.

Ho trovato stupendi i quattro dipinti ad olio su vetro “Nuvola dorata e Nuvola bianca, Amazzone con i leoni azzurri e Amazzone sui monti” con il loro tratto naif quasi fiabesco e l’uso potente e vivace del colore.

La mia opera preferità è Muro Rosso, Destino del 1909 in cui lo scarlatto del muro colpisce la vista e sembra gridare pericolo, quasi un presagio di ciò che sarebbe successo pochi anni dopo durante la rivoluzione russa.

E’ aperta ancora per poco ma se potete visitatela, ne vale davvero la pena.

Muro rosso-Destino, 1909

Improvvisazione, 1913

Macchia nera I, 1912

Amazzone sui monti, 1918

Due ovali, 1919

Wassily Kandinsky, Composizione su bianco, 1920