ma perchè il grande Boh?

wp-1476705576091.jpegRed è rimasto colpito da questo termine  il grande Boh, che è entrato da un paio di anni nel mio personale dizionario di parole inventate per descrivere i miei stati d’animo, così come notturnando e molti altri termini che cerco di usare solo in presenza del mio avvocato.

Lo ringrazio perchè mi permette di spiegare la genesi di questo termine strampalato, parlando contemporaneamente di un libro che ho adorato consigliatomi da wwayne, uno dei primi ad aver avuto la bontà di darmi il benvenuto in questo mondo, quando ancora non sapevo neppure se era il caso di mettere il naso fuori dalla porta del mio blog, per paura di risultare invadente.

Succede che un giorno di dicembre leggo una bellissima recensione di wwayne e vado subito in libreria a comperare il libro, succede che leggo fino ad addormentarmi, che il giorno dopo sono distratta sul lavoro perchè penso che devo finirlo assolutamente, che arrivo a casa la sera, mi ficco sul divano con una tazza di tè e nessuna distrazione intorno finchè posso voltare l’ultima pagina con un sospiro di soddisfazione. In quelle ore mi sono commossa, ho riso, scosso la testa, riflettuto, mi è venuta una gran voglia di assaggiare i bufritos¹ e sorrido, sì sorrido tanto perchè sono stata proprio bene in quel mondo di carta e sento che Miles, il Colonnello, Takumi e Alaska sono ormai miei amici.

É un romanzo con una doppia anima, esiste il Prima e il Dopo un fatto che, con la sua secca e indiscutibile essenza, cambia la vita del protagonista, la sua percezione del mondo, il suo modo di intendere la vita.

Ho voluto molto bene a Miles, magro e sfigatello, collezionista solitario di Ultime Parole Famose lette nelle biografie di uomini importanti, che trova la sua strada cercando di risolvere le domande senza risposta lasciate dal suo pensiero fisso, la sua magnifica ossessione, una pin-up in formato tascabile dalla voce prorompente, buffa, sexy e svitata di nome Alaska, che gli insegnerà l’amicizia, il non prendersi troppo sul serio, l’arte di lasciar andare tutto e tutti quando viene il momento e che ai perchè non c’è mai un’unica risposta e, a volte, neanche quella.

«Aspettate un attimo» dissi. Andai nello studio di papà e cercai la biografia di François Rabelais. Mi piaceva leggere le biografie degli scrittori, anche se (come nel caso di monsieur Rabelais) non avevo mai letto le loro opere. Sfogliai il libro verso la fine e scovai la frase segnata con l’evidenziatore. (NON USARE MAI UN EVIDENZIATORE SUI MIEI LIBRI, papà me l’aveva detto mille volte. Ma conoscete un altro modo per trovare subito ciò che cercate?)

«Ecco c’è questo signore» dissi, affacciandomi sulla soglia del salotto. «François Rabelais, poeta. E le sue ultime parole sono state: “Vado a cercare un Grande Forse.” Ecco perchè voglio andare via. Così non dovrò aspettare di essere in punto di morte per mettermi in cerca di un Grande Forse.»

Da questa frase è scaturito il mio grande Boh, il dubbio cui non so dare forma, che punzecchia come un ape e svolazza come una falena vellutata in giro per la mia testa, la risposta che cerco senza trovare o che, più verosimilmente, non ho tutta questa fretta di scovare, perchè a quel punto il viaggio sarebbe finito e capita che la meta non sia interessante come il percorso necessario per raggiungerla.

Dedico questo post al mio carissimo amico Romeo. Io so che la vita porta molte virgole, quasi a riprendere fiato tra uno spintone e l’altro; alcuni due punti per mettere bene in chiaro le cose quando proprio non ce la possiamo fare a capire alla prima; qualche punto esclamativo, di gioia, incredulità o semplicemente perchè fa star bene ogni tanto stare un po’ sopra le righe, come un calzino a righe sotto un pantalone a quadretti. Ci sono i puntini di sospensione, ma secondo me servono solo a darsi un tono, a far pensare che ci sia qualcosa di più interessante dove, magari, non c’è proprio nulla da vedere. Ci sono i punti e virgola, molto eleganti e un po’ desueti; i punti fermi quando davvero ci vuole una pausa e che il mondo se ne stia fuori dalle scatole per un po’; il punto a capo, quando si volta pagina e intrecciamo le dita sperando che il fato ci sorrida una volta per tutte. Ma soprattutto, mio carissimo amico, ci sono tanti e ancora tanti punti interrogativi e io, ma anche tu, ne sono sicura, non potremmo farne a meno perchè di questo si nutrono le nostre vite, di domande, di ricerca, di dita nel culo (purtroppo) e di sorrisi e carezze (per fortuna). Chi nella vita ha solo certezze mi sa che in fondo ha un po’ paura di mettersi in gioco e allora che gusto c’è? Siamo tutti capaci di vivere bene nelle torri d’avorio, nell’esclusivo Parco della Vittoria, ma la vita è più simile a Vicolo Corto e allora almeno cerchiamo di arredarlo come si deve!

Io continuo a lanciare punti interrogativi come ami e a pescare quello che viene su dal fondo, che sia una bella trota o una scarpa vecchia, ma di una cosa sono estremamente certa, prima o poi tu ed io ci guarderemo davvero negli occhi e ci abbracceremo, brindando alla salute di chi pensa di aver trovato tutte le risposte.

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1.Il bufrito (un burrito ripieno di fagioli in umido e ripassato in padella) era la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la frittura migliora qualsiasi cibo (cit.)

Difese abbassate e occhi grandi

Sono partita per un viaggio improvvisato sull’onda dell’urgenza. Sono partita con valigie piene per non lasciare a casa il superfluo e nascondere il necessario in profondità, dove fosse più difficile trovarlo. Sono partita con le difese abbassate, le aspettative azzerate e una grande stanchezza, che non mi ha permesso di esercitare alcun controllo pianificatore ma solo di accettare il corso dei giorni.

Per me ho portato soltanto occhi grandi, il mio quaderno, la voglia di assorbire ogni cosa che avrei visto e il desiderio di approdare in un non-luogo e non-tempo da raccontare con parole scelte a casaccio.

Ora sono qui, accoccolata su una sedia di vimini scolorita dal sole e levigata dagli anni, a tremare nell’aria fresca dell’alba, contemplando l’ultimo inizio di giornata sotto un cielo preso in prestito che dovrò restituire tra poco.

Ascolto i rumori del mondo che si sveglia senza fretta e scrivo della bellezza di cui mi sono nutrita. Giorni lenti eppure colmi di esperienze nuove, giorni di passeggiate nei boschi, di tramonti nelle pinete, giorni in cui la luce ha trasformato gli alberi in sentinelle di un quadro surrealista.

Ho ascoltato la voce del mare, goduto del suo abbraccio e leccato i cristalli di sale sulla pelle. Ho disturbato una coppia di granchi in pensione che si crogiolava al sole, un lui indifferente e trasognato e una lei bellicosa e reattiva, che agitava furiosamente le sue minuscole chele allontanandosi da me con passetti obliqui, cauti e danzanti.

Ho pensato tanto, fino allo sfinimento, e scritto ancor di più, per sfiatare tutte le sensazioni che sentivo premere dentro, in quel nocciolo duro e fragile che punge e talvolta trema in mezzo al petto.

Ho pedalato, lunghi chilometri tra aghi di pino profumati e resti di sporcizia miserabile che il benessere viziato di individui incuranti si lascia alle spalle, curiosi reperti archeologici per lo sconcerto di generazioni future. Un passo dopo l’altro, una pedalata alla volta, piede avanti e ritorno, ascoltare il canto ritmico del cambio, il ticchettare oliato della catena, sentire il sangue scorrere rapido in muscoli di cui avevo dimenticato il senso.

C’è di che ubriacarsi da sobri e sognare da svegli e così ho fatto, dimenticando di armare le ultime difese, e ho sbandato per troppa bellezza, cadendo per assaggiare la realtà del terreno e le radici che danno illusoria stabilità, ma solo il tempo di una lacrima isolata, poi in piedi, spolverare gli abiti e ripartire, nonostante il pizzicore delle sbucciature lavate con acqua di mare.

Ho riso a crepapelle, ho cantato spezzoni di ogni canzone che mi balenava in testa e ho parlato. Io, proprio io, la seppia timorosa dal nero più nero che c’è, ho cercato il dialogo e il contatto umano con persone sconosciute.

Ho incontrato un piccolo antiquario dalle mani eleganti e il viso pallido che si è illuminato quando abbiamo parlato di Giappone, di stampe e cloisonné, di porcellane e netsuke e mi ha regalato un airone di carta e un sorriso sincero, perchè “noi sappiamo“.

Ho chiacchierato, tra migliaia di volumi, vino pregiato e tazze di caffè da cappellaio matto, con un libraio rubizzo ed esperto, innamorato dei libri a tal punto da non voler vendere che ciò che gli piace veramente, che mi ha abbracciato e baciato come una figlia e mi ha offerto una bottiglia di nettare dorato da bere pensando ai libri, perchè “noi leggiamo davvero“.

Ho fotografato tutta la bellezza che è inciampata nei miei passi, perchè le foto si fanno con il cuore, gli occhi grandi e i piedi che camminano senza fermarsi. Ho cercato la luce e l’ombra, la natura accarezzata dal vento e il legno abbandonato sulla sabbia, i sorrisi rubati ai bambini che giocano e il dondolio di piedini calzati in scarpette eleganti, il cobalto del mare e il bruno del tufo indorato dal sole.

Ho varcato la soglia di un luogo magico, un portale d’accesso verso un mondo ultraterreno in cui anime secolari riposano sotto pietre e foglie. Ho camminato cautamente sul fondo di un canyon muschioso, scavato nella roccia tenera, posando i piedi con leggerezza per non coprire orme più antiche delle mie. Il silenzio intorno a me parlava di rispetto, il vento soffiava ostinato quasi a scoraggiare l’avanzata, mi sono coperta il capo con una sciarpa colorata, un gesto inconsapevole di protezione e omaggio, un chiedere permesso alle presenze che mi circondavano silenziose.

Ho sostato nel cerchio di pietre corrose, alle spalle di un piccolo varco nella roccia, un luogo di pace e meditazione universale, legato non a un singolo credo religioso ma alla voce del mondo. Nell’angolo più lontano si ergeva ieratico un grande tronco con una cavità rotonda al centro. Dal ceppo mozzato si alzavano due rami simmetrici, due lunghe braccia tese verso lo smalto azzurro del cielo. Il buco era pieno d’acqua limpida e alla base erano posati un grappolo d’uva bianca e una mela rossa, freschi e maturi come appena colti. Un’offerta, un saluto, la benedizione di un viandante allo spirito del luogo, non so cosa fosse quell’altare sacro, ma ho riposto la macchina fotografica, in segno di deferenza, e ho sentito la presenza farsi più accogliente, il vento più dolce e benevolo.

Ora sono qui, a sgranare parole come soldatini passati in rivista, per raddrizzare il tumulto delle sensazioni e dar loro un senso che forse non hanno, ma penso sia giusto così. Partire è soffrire, lasciare, sospirare e ricordare.

sunset

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surreal

surreal

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wild oat

flower

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drops

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gig in the sky

shoes

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sea

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silence

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Oscura necessità

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fonte: web

La strada che conduceva all’abbazia era in leggera e continua salita ed era fatta di ampie lastre di pietra bianca, levigate e scivolose, oliate dalle migliaia di passi devoti e speranzosi che avevano sopportato nei secoli, sostituiti ora dal chiassoso scalpiccìo di turisti più interessati alle foto ricordo che alla cura dell’anima.

Era stanca, affaticata dalla giornata di vacanza, l’ultima, consumata avidamente nel tentativo di vedere quante più cose possibile prima del ritorno a casa.

Le dolevano i piedi calzati da un paio di sandali di cuoio dal tacco basso, eleganti ed essenziali, perfetti per un aperitivo in spiaggia ma inadatti al luogo, e procedeva lentamente, ben attenta a individuare le insidie delle piccole infossature, scivolando leggermente all’indietro ad ogni passo.

Il suo compagno era molto più avanti, ben saldo sulle gambe da montanaro provetto, e di tanto in tanto si girava a incitarla con un’occhiata ironica e impaziente, scuotendo la testa di fronte alla sua ennesima scelta sbagliata.

Lei sbuffava, sempre più irritata, gli occhi ostinatamente rivolti al suolo, i pensieri intenti a volteggiare intorno alla sua testa come un nuvolone carico di grandine.

All’improvviso le arrivò alle narici un profumo intenso e stordente di glicine, talmente presente da rivestire di un manto solido l’aria che la circondava.

Alzò la testa trovandosi davanti una casa antica e un po’ malandata, la facciata coperta quasi completamente da grappoli opulenti che le davano un aspetto fatato.

Il cartello appeso alla colonna di arenaria recitava, con poca fantasia o grande pragmatismo, “La maison des glycines” e lavagne scritte a mano la qualificavano come petit hotel de charme et restaurant.

Fissava affascinata quel piccolo edificio sospeso nel tempo, desiderosa di un’ultima notte in un letto in prestito tra lenzuola profumate di perborato, di un lungo bagno e di un po’ di silenzio dietro quelle persiane scrostate.

Chiamò il nome del suo compagno, facendogli un cenno con la mano mentre già si preparava a entrare.

La proprietaria, una piccola francese poco comunicativa, le mostrò l’ultima camera rimasta, prendendo una pesante chiave di ottone dal pannello alle sue spalle.

L’ultima e la più cara, le aveva detto guardandola negli occhi come a soppesare le sue possibilità economiche, alzando le spalle in un gesto di resa al suo laconico ce n’est pas un problème.

La stanza al primo piano era malinconica e perfetta nella sua decadenza. Un grande letto a barca in legno dipinto di verde salvia, un armadio in noce con le ante appena socchiuse, piccole mattonelle antiche di cotto incerato, due finestre alte e strette protette da persiane di legno, da cui si intravedevano i grappoli di glicine, pendenti come orecchini ai lobi di una donna matura ma ancora affascinante. In un angolo troneggiava una grande vasca da bagno con piedini a zampa di leone, vicino ad un vecchio camino in ardesia spento e cupo come l’umore di lei.

Un sorriso, un cenno di capo, la grossa chiave al sicuro nella borsa, e si affrettò in strada dove il suo compagno la attendeva a braccia conserte.

Ripresero a camminare fianco a fianco, le braccia che si carezzavano l’un l’altra nel movimento, fino alla spianata su cui si ergeva la chiesa abbaziale nel suo bianco splendore.

L’interno era spoglio e ieratico, appena profumato da un mazzo di glicine ai piedi dell’altare, semideserto in quel tardo pomeriggio ad eccezione di un gruppetto di turisti raccolti intorno a una donna vestita di bianco, la loro guida, che stava modulando un antico canto di laude per svelare la stupefacente acustica per cui quella chiesa era famosa.

Lei si sedette nell’ultimo banco in fondo alla navata, appoggiando la testa alla colonna, gli occhi chiusi per meglio assaporare quelle note senza tempo che le entravano in profondità nel cuore. Amava la musica in un modo viscerale, le note si aggrappavano ai muscoli del ventre, scorrevano in una danza primitiva abbracciate al suo sangue e l’intero suo corpo diventava cassa di risonanza, se ne nutriva, ne aveva bisogno come di acqua e aria da respirare e la menomazione fisica lasciatale dall’incidente, il non poter mai più suonare, a distanza di molti anni la straziava come il primo giorno, la faceva svegliare di notte con il volto coperto di lacrime amare e le dita che ancora si muovevano sui tasti di un pianoforte immaginario.

Il suo compagno passeggiava per la chiesa con la guida turistica sotto il braccio e la reflex puntata verso il rosone acceso di luce. Lei sorrise, scuotendo la testa come sempre di fronte al suo modo di assorbire la bellezza, ai suoi tentativi di immortalare l’effimero senza riuscire a coglierne veramente l’essenza.

D’improvviso sentì il bisogno di fuggire, di allontanarsi da quella figura amata e mai del tutto compresa, di restare sola per trovare rifugio in quelle che lui definiva le sue necessità oscure, il giardino segreto di cui nessuno aveva la chiave oltre a lei.

Gli si avvicinò toccandolo con la mano, gli bisbigliò all’orecchio che non sarebbe rimasta per ascoltare i vespri cantati dai monaci dell’abbazia, adducendo la scusa di un mal di testa e di un bagno caldo, gli sfiorò le labbra con un bacio leggero e, ormai oltre la soglia, gli sorrise mentre lui rubava il suo sguardo con una foto a sorpresa.

Nella penombra della stanza ascoltava il silenzio, immersa nella vasca di acqua calda in cui galleggiavano alcuni fiori di glicine, staccati dai grappoli che incorniciavano la finestra.

La mano bagnata disegnava archi, nella mente echeggiavano le note di una sonatina di Bach, un pezzo per principianti che conosceva a memoria. Dalle dita che danzavano a tempo di musica le gocce d’acqua cadevano a terra, a formare piccole pozze che scurivano il cotto rossiccio.

Erano quelli i momenti di oscurità che tanto la spaventavano e insieme desiderava, gli istanti in cui il barattolo si apriva e ne uscivano falene, nere e setose che avvolgevano la realtà di un velo opaco. Erano i momenti in cui la felicità non esisteva più, il tempo si pietrificava e rimaneva solo un vuoto polveroso che niente poteva colmare.

Si riscosse dal torpore ipnotico, afferrò il bordo della vasca con le dita raggrinzite dal lungo bagno e si alzò in piedi, mentre altra acqua cadeva con garbo al suolo.

Osservando le pozze ai suoi piedi le tornarono alla mente i versi di una poesia “scansavo le pozzanghere, specie quelle recenti dopo la pioggia. Dopotutto qualcuna poteva non avere fondo, benchè sembrasse come le altre“.

Una pozza le sembrava diversa dalle altre, densa e cosparsa di cerchi irridescenti, come se un velo d’olio ne coprisse la superficie. Quasi per sfida vi immerse la punta delle dita e osservò con stupore misto a consapevolezza il piede che si immergeva senza toccare il fondo, la pelle che diventava trasparente svanendo man mano che perdeva coesione.

Con un sospiro immerse anche l’altro piede, immobile e nuda, una statua di sabbia che l’acqua lambiva disgregandola poco a poco. Restò a osservare senza rimpianto il suo riflesso nel grande specchio inclinato sul camino, finchè ebbe occhi per vedere.

Poi con sollievo divenne solo un’oscura necessità e fu buio e assenza di musica.

Nell’aria Red Hot Chili Peppers – Dark Necessities

Gone fishing

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fonte: web

Quando ero piccola, il mio padrino mi portava spesso a pescare nel torrente che scorreva accanto al nostro podere di campagna.

Ho sempre odiato le lunghe attese, l’immobilità forzata e silenziosa cui ci condannavamo, aspettando che un pesciolino fosse abbastanza idiota da lasciarsi prendere all’amo.

Mi piaceva immaginare che dovesse essere distratto da altri pensieri, magari arrabbiato per qualche dispetto fattogli da pesci più grossi, non capivo altrimenti perchè avrebbe dovuto essere così stupido da farsi ingannare da una banale esca.

Mi sedevo zitta e buona sulla mia seggiolina pieghevole a strisce bianche e rosse, impugnavo la canna appena preparata con cura meticolosa da zio e infilzavo, con la crudele indifferenza dei bambini che non sanno ancora cosa sia la morte, poveri lombrichi scovati sotto i sassi.

Sto vivendo un periodo strano e irrequieto che mi ha privato delle parole, non è una bella sensazione e non mi fa stare per niente bene. Anzi, sono arrabbiata perchè sento che qualcosa mi sta portando via una parte importante di me.

Mi sento come la bambina che ero, seduta sul bordo del mio io, mentre cerco di indurre con la canna da pesca qualche parola ad abboccare.

Le vedo bene, quelle stronzette, se ne stanno al centro del fiume, a pancia all’aria, beate come rane stese al sole, aprono un occhio, ridono di me e non si fanno certo tentare da una povera esca luccicante.

Ho provato anche con il retino, ho rimestato nel torbido e nella fanghiglia ma non ho ricevuto in cambio che qualche centesimo di rame, nulla di interessante da mettere nel mio cestino.

Ho persino tentato con le maniere forti, ho infilato una mano nella mia testa mettendomi a scavare giù giù, dove non si tocca, dove i sogni sono pesci biancastri dalla testa a palla e gli occhi ciechi, ma ho riportato in superficie solo un fiore di tarassaco giallo brillante, con un’ape ebbra di polline che si rotolava nel mezzo dei suoi stami e che mi ha ronzato stizzita attorno al naso, prima di tornare beata nel suo personale paradiso di petali.

Allora ho iniziato a camminare, ogni giorno un’ora, ogni giorno qualche metro più in là. Porto un libro con me, leggo mentre i piedi si rincorrono uno davanti all’altro, sul bordo di strade secondarie dove fioriscono con svogliata ostinazione ciuffi di camomilla, ingrigita dai gas di scarico, sicura che sgranare parole altrui come un rosario farà sentire le mie in buona compagnia.

Durante il mio percorso incontro persone che mi salutano incuriosite, qualcuna mi offre un passaggio in auto per il paese, mi confidano in seguito stupite che mi hanno vista camminare leggendo, come fosse l’attività pericolosa e sovversiva che forse è davvero, e non si capacitano del mio rifiuto, del perchè io mi ostini a camminare per il gusto di farlo.

Non sanno invece che quei chilometri ripetuti ogni giorno, sempre lo stesso percorso uguale e rassicurante, servono ad immagazzinare le sensazioni potenti che, lo so, indurranno prima o poi le parole ad uscire dal nascondiglio in cui si sono rifugiate.

Ascolto il tonfo monotono dei miei passi prima sull’asfalto e poi sull’erba, quando piego per stradine da trattori, in mezzo ai campi di un grano ancora vergine e bellissimo che fruscia intorno a me con un suono acuto e musicale, screziato di papaveri e fiordalisi.

Mentre cammino faccio pendere mollemente una mano, lascio che venga schiaffeggiata con gentilezza dai ciuffi di avena selvatica e dalla coda di volpe, pesto la menta selvatica e il suo profumo mi fa venire voglia di un mojito come si deve, con i granelli di zucchero di canna che sprigionano il loro sapore di miele bruciato sotto la lingua.

Talvolta una farfalla, una modesta cavolaia bianca, mi accompagna per un tratto di strada e ogni volta ho con me mio padre, il fastidio pungente di quando sfregava forte la sua barba dura sulla mia guancia, il solo rozzo e goffo tentativo di bacio che conoscesse. Ogni volta che vedo una farfalla volare via la saluto e penso a lui, come il giorno in cui ero così disperata da gridare al cielo se stesse bene là dove si trovava, ricevendone in cambio una farfalla posata sul palmo della mia mano, senza paura, le ali che tremavano nel vento.

I rovi stanno sfiorendo, le rose selvatiche, cinque modesti petali venati di giallo e rosa, aperte e sfatte dal sole. Raccolgo una corolla, la rigiro tra le dita, la annuso in modo automatico, ben sapendo che non profuma come ogni rosa dovrebbe sempre profumare, poi la infilo nella bandana che mi copre i capelli o tra le pagine del mio libro che, giorno dopo giorno, si sta trasformando in un erbario di ricordi.

C’è una vecchia cascina abbandonata che espone fiera uno speranzoso cartello vendesi, nonostante sia circondata dalle bandelle della protezione civile che la definiscono pericolante. Ha vetri in frantumi, le sue finestre vuote sembrano bocche cui sia rimasto solo un incisivo di vetro, un frammento in grado di ferire ma non di masticare e digerire. Sopra la porta d’ingresso, in una nicchia scavata nel muro, è rimasta una piccola statua, una Madonna sbiadita dal sole e dal vento, un simbolo di fede ingenua che neppure i ladri portano più via, forse perchè la fede è morta, Dio non esiste e anche fosse ci siamo dimenticati come si fa a parlare con lui. Diamine, non è neppure su facebook!

Ogni giorno metto i miei passi uno davanti all’altro, le parole stanno in equilibrio sul filo del mio umore altalenante, mi passo le mani tra i capelli che ho tagliato corti corti, per eliminare qualche nido di pensieri aggrovigliati che non volevano saperne di essere dipanati.

Sono fuori a pesca, prima o poi qualche pesce-parola abboccherà e qualche pesce-falena solcherà l’aria con grazia, lasciando una scia di luce ad indicare il dove.

Per il resto c’è tempo.

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fonte: web

Si va

Si va.

Non c’è modo di fermarsi, ci hanno rubato la manopola del freno e tutto corre, corre.

Si va.

Vorrei scendere ma non posso, aprire quella porta mi costa fatica, il paesaggio accelera, mi sfida, si sfoca, scompare.

Si va.

Perchè dobbiamo andare ed è difficile trovare ogni volta un buon nascondiglio.

Si va.

E’ inevitabile.

Libri: Se ti abbraccio non aver paura

Finalmente riesco a scrivere di un libro che, grazie al tempo libero regalatomi dalla vacanza, ho terminato di leggere e mi è piaciuto!

Dico finalmente perchè purtroppo il blocco della lettura continua, la lista descritta qui si è notevolmente allungata e nuovi acquisti si stanno ammucchiando sugli scaffali di casa. Presto dovrò costruire un nuovo modulo anche per la libreria della non-casa. ¹

(a proposito devo scrivere la seconda parte del post!)

Quando mi piacciono i libri di Marcos y Marcos!!

Sono belli i colori, le copertine e la sensazione tattile della carta, spesso li acquisto per la loro bellezza ma devo dire che poche volte il contenuto mi ha delusa.

agguato all'incrocio

Il libro non è nuovo, è stato un best-seller di due anni fa grazie al passaparola dei lettori ed è rimasto per molto tempo a prendere polvere sul mio comodino.

D’altra parte si legge bene anche poco per volta anzi, ho riletto alcune pagine più volte e mi sono sottolineata alcuni passaggi, cosa che raramente faccio.

Mi ha incuriosito l’argomento trattato, una vacanza on the road di un padre con il figlio diciottenne a zonzo per le Americhe.

Niente di strano apparentemente se non fosse che il ragazzo, Andrea, è autistico e la storia è realmente accaduta.

L’autismo è una malattia terribile per chi la vive e per chi la affronta da famigliare, ma estremamente affascinante dal punto di vista medico, perchè ancora indecifrata.

Si parla spesso di cause genetiche, psicologiche del tipo “madre frigorifero”, farmacologiche come nel caso dei vaccini.

Ognuno è libero di pensare ciò che meglio ritiene, io ho una mia opinione ma non è questo che mi interessa descrivere.

Mi ha colpito l’amore di questo padre e la frustrazione, a volte la rabbia, nel non poter interagire appieno con il figlio, ma anche il disagio di Andrea, espresso con la scrittura a computer, perfettamente conscio di vivere intrappolato in una gabbia.

Ci sono momenti divertenti e altri più malinconici.

Un po’ si” l’intercalare preferito di Andrea è diventato anche il mio preferito, ultimamente.

Ovviamente non c’è un lieto fine, la vita di Andrea è ancora in pieno svolgimento, ma ci sono le ansie e i timori di un padre, sollecito verso la maturazione fisica, psicologica e sessuale del figlio e preoccupato per ciò che il futuro potrà riservargli, nel momento in cui non avrà più il supporto della famiglia.

E’ un libro che parla di quel tipo di amore puro e senza secondi fini che solo i genitori, credo, possono provare.

Mi piace riportare qui alcune delle frasi che mi hanno colpito.

“Il deserto entra ed esce dai miei pensieri. L’associazione tra deserto e autismo è immediata. La scarsità di relazioni, l’apparente monotonia. Il silenzio……………..

Forse l’autismo è un deserto inizialmente ostile, molto esigente, sin troppo sincero e io lo sto attraversando senza sapere se possiedo riserve d’acqua a sufficienza, se potrò conoscere i suoi segreti, se ne afferrerò l’essenza”

“Mio padre rientra e non so cosa dirgli, non ho il coraggio di raccontare quello che ho appena visto. Lo capisce dal mio sguardo: hanno fatto gol?, chiede. No dico, però Pelè ha tirato in porta e il portiere è volato da un palo all’altro. Volato? mi chiede. Papà, l’ho visto volare come un uccello.

Vedi, mi ha detto, non sempre servono le ali per fare grandi cose”

“Capisco che ognuno di noi, per navigare nel flusso della vita, si costruisce come può dei remi e l’unica cosa davvero importante sarebbe non sbatterci quei remi sulla testa l’un con l’altro.”