Testa piena di nuvole

fonte: web

Non voglio più vedere, non voglio più ascoltare. C’è troppo poco da dire e molto su cui riflettere.
Ben si addice al mio umore la nebbia di questa mattina.
Guido su una stretta passerella di asfalto, ma ai due lati del palcoscenico non c’è né fondale di scena né pubblico pagante, solo un fitto muro grigio-latte, avariato al gusto smog. (18 dicembre 2018)

C’è tanta gente in strada.
Là dove è territorio di auto ora sono i piedi a comandare e sorrisi, grida di bimbi, auguri veri e posticci riverberano al posto dei clacson.
Luci illuminano palazzi nobili, volti famosi proiettati in seppia fanno la notte meno sola, imbellettata in una coltre di lustrini da vecchia puttana, mentre scoppi inopportuni di petardi feriscono orecchi e cuori di cani.
Display illividiscono volti comuni, chine le teste le dita volano. Intrappolate nella rete come insetti nell’ambra, milioni di foto dicono guardami, invidiami, condividimi, ma domani dimenticami.
Ho la testa piena di nuvole e il cuore vuoto. (31 dicembre 2018)

Ho conosciuto una donna che spegneva la luce dei lampioni al suo passaggio, come se la sua tristezza non riuscisse a tollerare altro che il buio più fitto attorno a sé.
Ho incontrato una princiseppia sfuggente, ammantata di inchiostro indelebile, che diceva no quando intendeva sì e allontanava le persone quando invece le voleva vicine. La sua nuvola nera era troppo densa per essere oltrepassata e ora languisce invecchiando da sola, incapace di superare confini che lei stessa ha creato.
Ho veduto una ragazza dal corpo sformato, che faceva del suo grasso una corazza per respingere il dolore e viveva sommersa di spazzatura, incapace di disfarsi dei rifiuti perché come tale era stata gettata via, rifiutata da chi credeva la amasse.
Ho osservato una donna aquilone, incostante come il vento, sempre pronta a rincorrere l’ultima idea balzana, con la testa talmente piena di progetti irrealizzabili che portava alla caviglia un peso di ghisa, per restare ancorata al suolo senza volar via, persa dietro l’ultimo incompiuto. (7 gennaio 2019)

Scrivere è diventato tanto difficile. A volte mi sembra uno sforzo sovraumano, certamente molto al di là delle mie capacità. Mi addolora non farlo, ma mi crea ancora più sofferenza non farlo come vorrei. Ogni tanto qualche idea si affaccia per poi svanire subito e mi sento come stessi attendendo di veder bollire l’acqua. Ho gli spaghetti già pronti e una fame spaventosa, ma quella non si decide mai ed io resto lì, impaziente di vedere qualche bollicina promettente. Forse la tristezza di questi ultimi mesi mi ha talmente inzuppata che è diventato difficile fare tutto tranne che sopravvivere o forse si è solo seccata la fonte che alimentava il mio ruscello di parole. Succede, dispiace, è davvero un peccato, passerà. (14 gennaio 2019)

Gli ultimi mesi mi hanno regalato una parata di lune meravigliose. Stamattina una splendida luna piena, luminosa come un sole freddo, ha accompagnato il mio tragitto nel buio del primo mattino. Con rispetto e modestia si è tenuta alla mia sinistra, ma non poteva fare a meno di brillare ed io di guardare, nonostante non fosse più la luna rossa di ieri, così attesa e chiacchierata che mi sono dimenticata di osservarla, intenta com’ero a sonnecchiare sotto le coperte. Mi sono chiesta perché in passato non abbia prestato più attenzione a queste semplici meraviglie. Dove sono andate le lune della mia giovinezza? Ero davvero così intenta a vivere la vita da non avere tempo per alzare gli occhi al cielo o ero solo una sciocca ragazzina distratta, convinta di avere le carte giuste in mano? L’essenziale non è affatto invisibile agli occhi, forse ci vuole solo una buona vista e la voglia di apprezzare la semplice bellezza di una luna piena. (22 gennaio 2019)

Amo Gennaio e la lentezza con cui scorrono i suoi giorni, mi piace il freddo tagliente che arsura le labbra, le giornate corte e le notti lunghe, la condensa sui vetri al mattino, la galaverna e i cieli limpidi, il cappotto pesante e il berretto di maglia colorato, i guanti dimenticati in casa, le mani affondate nelle tasche a raccattare calore, le battaglie improvvisate a palle di neve, il tè alla cannella e il profumo dei mandarini, le albe glassate di arancio e le giornate crude, bigie di ghiaccio e nebbia. (25 gennaio 2019)

Non amo festeggiare i compleanni, dei regali non mi importa granché, se posso preferisco non dire quando sono nata, ma se lo faccio mi aspetto gli auguri. Quando non succede mi dispiace, sento di aver rivelato un segreto alla persona sbagliata o magari non ero io la persona giusta. Oggi non è stato un buon compleanno, non sono stata la persona giusta per tanti a cui tengo davvero e ora ho una piccola spina conficcata in gola. Punge, ma non va né su né giù. La vita è anche fatta di questo, desideri disattesi e puerili insoddisfazioni. (** gennaio 2019)

Se non devo guidare, correre al lavoro o  semplicemente uscire di casa, guardare la neve mi regala pace. C’è chi sente il bel tempo e chi segna la pioggia in arrivo, io invece “marco la neve”. Brividi di freddo mi percorrono il corpo, un rivolo di acqua immaginaria scende lungo la schiena e, anche se il cielo è sereno e si vedono le stelle, so che di lì a poche ore arriverà. Mi alzo a notte fonda e l’aeroplanino candido di un bambino dispettoso è già planato su ogni cosa. La sensazione più bella è ascoltare i suoni che cambiano e diventano ovattati, rispettosi di quel candore effimero che, prima di quanto vorrei, qualche pneumatico schiaccerà sporcando la sua perfezione. Mi preparo un tè caldo, non accendo neppure la luce, mi muovo a memoria per non disturbarne il volteggiare e la osservo cadere in silenzio. Il bianco mi riempie gli occhi di luce, mentre il vapore che si leva dalla tazza appanna il vetro. Con il dito disegno un fiocco di neve. (1 febbraio 2019)

On air Mina – Neve

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Me too – Spettatori paganti

Il primo articolo del nuovo anno è il contributo che ho scritto per il progetto Me too che, grazie all’iniziativa e all’ospitalità di Tratto d’unione, ha permesso a tante blogger di raccontare il vissuto, personale o di persone care.
Sono quella che sono, per fortuna o purtroppo, anche grazie a queste ferite che porto senza vergognarmi di raccontare. Avrei potuto essere una donna migliore, forse, ma nessuno lo saprà mai.
A chi leggerà chiedo il favore di lasciare un segno anche sul blog di Tratto e magari di leggere chi, prima di me, ha raccontato.
Ogni testimonianza è un passo prezioso verso un mondo migliore.
Ogni lettura è un passo verso la consapevolezza.
Questo è ciò che tutte le donne si augurano.

Tratto d'unione

spettatori pagantiImmagine di Arianna Farricella

«Una volta mi ha picchiata mentre mi possedeva. Dovrei dire mentre facevamo l’amore, ma quello era tutto tranne che amore. Ho portato i lividi dei suoi pugni sui fianchi per settimane. Mi muovevo sotto di lui, è stato questo il motivo della sua furia. Solo le puttane si muovono durante il sesso, le brave mogli cattoliche invece stanno ferme, attente a non godere perché non sta bene. Avevo vent’anni quando mi sono sposata. Erano i primi Anni 60, non si parlava certo di violenza sulle donne né di femminicidio. I panni sporchi andavano lavati in famiglia e se il marito ti prendeva a sberle magari gliene avevi dato motivo. Per chi non sapeva sopportare qualche schiaffo in silenzio non era così semplice separarsi. Il giorno in cui ho abortito la prima volta se n’è andato a caccia tutto il giorno. Si è arrabbiato tanto al suo…

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dal mio taccuino: 22 novembre 2018

fonte: web

Gioco a Tetris in maniera compulsiva. È la mia droga ma anche l’unico videogioco io abbia mai imparato. Per il resto sono una vera schiappa.
Impilo mattoncini colorati, ipnotizzata da forme basilari che cadono monotone, e sento la testa che si svuota dei pensieri, intenta a creare un mandala di improbabili quanto precarie geometrie.
Costruisco cattedrali bucherellate qua e là dai miei errori di strategia: ammucchio i pezzi difficili ai lati e aspetto fiduciosa il pezzo lungo che risolve sempre tutto. O quasi.
Il mio preferito è quello a T, il più versatile, lo ruoto finché la direzione è quella che voglio, l’aggancio arriva pulito, si tappa la falla, le righe scendono e il mio punteggio sale.
Quando mi distraggo inizio a commettere errori e la geometria perfetta fugge davanti alla supremazia del caos.
Ho perso, la partita è finita ma basta un restart per ricominciare. In fondo nessuno si è fatto male, è solo una tela di Aracne che si distrugge per rigenerarsi.
Con il Tetris non si vince, è assodato.
Gioco nella certezza del fallimento e, per assurdo, sapere di non avere alcuna chance mi rende serena.
Non posso fare altro che sbagliare e allora tanto vale godersela in scioltezza.
Ruotare un pezzo, spostarlo più a destra, accettare il compromesso, ignorare il vuoto che, come una carie, deturpa la perfezione di un muretto di mattoncini ben allineati, aspettare il pezzo perfetto. Magari la vita fosse semplice come una partita a Tetris.

….. ho fatto la mammografia. Ogni anno rimando di qualche mese la tortura, prima 12 che diventano 14, poi 16 finché, presa dallo scrupolo, faccio un bel respiro e prenoto.
Odio la sensazione di freddo e l’attesa in quel seminterrato, odio vedere i capezzoli che si rizzano a contatto con la superficie gelata del vetro, odio dover celare l’imbarazzo che provo facendo finta di niente.
Ti sbattono il seno su una lastra sgradevolmente liscia, mi ricorda sempre il rumore che fa una fetta di carne sulla bilancia del macellaio, e poi arriva la pressa a schiacciare, schiacciare senza pietà.
Resista, è più dolorosa quest’anno, abbiamo uno strumento nuovo, dura qualche secondo in più e un bel vaffanculo non vogliamo dirlo ad alta voce?
Mi sento male, ogni volta prego che non succeda, mi ronzano le orecchie, divento pallida, sudo freddo e chiedo di sedermi un attimo.
Mi vergogno, penso alla figura da stupida appena fatta, agli anni di studio, all’esperienza professionale, alle brutture che sono abituata a vedere e a quanto poco basti per mandare in frantumi la mia sicumera.
Fragile come sono, raccolgo le mie cose e mi sento più nuda di quando ho tolto il reggiseno.

….. La mano mi fa male da morire. Ho rosicchiato le unghie, strappato le pellicine, messo a nudo la carne tenera del polpastrello, devastato tutto quanto e ora ho una ferita aperta che pulsa d’infezione. Ci sbatto dentro continuamente, mi dimentico, poi sussulto dal dolore e mi maledico.
Da troppi anni, da sempre, spunto con i denti le mie armi, cerco in ogni modo di non dare nell’occhio, di sparire a costo di divorare me stessa.
Devo iniziare ad amarmi almeno un po’, come se fosse facile, devo farlo prima che sia troppo tardi.
Solo che è difficile dire allo specchio io sono quando il tuo riflesso ribatte nessuno.
I’m tired of being what you want me to be“.

….. mi manca tanto la sua presenza. È un vuoto di consapevolezza attorno a cui ho costruito una rete di oblio.
Dovrei chiamare, provare a spiegare, discutere, forse dovrei scrivere. Ci ho provato tante volte, ho il cestino pieno di bozze lasciate a metà, belle frasi pulite e ben costruite che verrebbero smontate da una battuta sarcastica o, ancor peggio, ignorate.
Allora penso che tutto questo non servirebbe che ad accrescere la reciproca sofferenza e lascio perdere.
La verità è che ho scelto il limbo per paura e aspetto un passo che, sono consapevole, non arriverà.
Da bambina nel sonno tiravo fuori un piede dalle coperte. Avevo bisogno di sentire un brivido di freddo ma subito mi svegliavo e nascondevo il piede al caldo, impaurita che i mostri sotto il letto mi mangiassero le dita.
Eppure ogni notte tornavo a cercare il brivido, correndo il rischio di rimanere monca.
Ora ho troppa paura di farmi altro male, ho tanti arti fantasma che reclamano attenzione.

….. sto troppo curva, ingobbita come una vecchietta che cerca gli spiccioli caduti a terra, quando invece dovrei raddrizzare la schiena e tirare su il mento. A volte il peso che sento di portare diventa eccessivo e d’istinto mi arrotolo come un riccio in attesa del letargo.
Quando mi accorgo di esserci ricascata, mi appendo a testa in giù, faccio il pipistrello e sento la schiena che si srotola, le spalle che sospirano di sollievo.
Fluttuo in equilibrio, scivolo all’indietro fino a toccare il suolo con le mani, i piedi in verticale, il sangue che ronza nelle orecchie.
Cambio prospettiva, guardo una realtà differente e guadagno un effimero centimetro in altezza e in leggerezza.

….. l’altra sera al supermercato osservavo la mia spesa sfilare sul nastro. Ero soddisfatta, non pareva trasudare troppa frustrazione. I biscotti erano integrali senza zucchero per la glicemia e pazienza se sanno di cartone, la carne era bianca per il colesterolo, il pesce azzurro per gli omega 3, la pastina fine per il brodo, il formaggio senza lattosio per le intolleranze, la tisana zenzero e finocchio per il gonfiore.
Spero solo non si vedesse il pacchetto di patatine occultato sotto il fiocco del mocio.
Le ho scelte cotte al forno, mica fritte!

dal mio taccuino: 4 ottobre 2018

Poesia di strada @fotomia

…. l’incubo di stanotte mi ha lasciata svuotata, sfinita da un terrore primordiale e irrazionale. Quale parte di me ha potuto concepire una figura di tanta lucida malvagità?

…. foglie secche danzano accartocciate con un rumore di nacchere, imprigionate in un vortice ascensionale che le intrappola a mezz’aria. Sono panni stesi ad asciugare sul filo della mia fantasia.

…. ho incontrato un ragno enorme e timido che è corso a rifugiarsi tra le foglie. Le mie suole l’hanno mancato per un soffio. Forse sta ancora tremando per lo scampato pericolo.

…. il sole di questa stagione è un dono gentile che accarezza la pelle senza opprimere. Ne faccio provvista per le ossa e l’umore. Allestisco dentro me un confortevole nido di scoiattoli per ammorbidire il tempo cattivo.

…. ho sempre freddo e fame, ma non è il cibo né gli indumenti caldi a mancarmi. Sto cercando di bastare a me stessa, eppure sembro non essere ancora abbastanza bastevole.

…. ho incontrato per strada una poesia che mi ha chiamato a sé, mentre le api andavano già a dormire. Invece le farfalle volano ancora, inconsapevoli del tepore ingannevole.

…. gli ultimi fiordalisi sfoggiano un indaco che ruba la scena al cielo, ritardatari o resilienti continuano a vestire prati dall’erba sempre più corta. Non serve molto per procurare bellezza agli occhi di chi sa dove cercare.

…. Huffington Post dice che cucinare dolci per gli altri è una pratica terapeutica e rilassante. Ho sempre saputo che il mio ti amo passa da una fetta di torta appena fatta.

…. i minuti scorrono troppo veloci, è tardi e mi ritrovo a correre un’altra volta. Prima o poi mi imbatterò nel traguardo da tagliare, ma non ho ancora capito quale sarà la ricompensa. Forse un buono di Amazon?

…. ieri due coccinelle rosa hanno passeggiato con me, sedute comode sulla mia mano. Ogni tanto si sgranchivano le zampe e mi facevano il solletico. È stata la carezza di cui avevo bisogno in quel momento.

…. ho visto un gatto di pelo rosso, morto nel mezzo di un campo di pannocchie mature. Domani la trebbiatrice lo schiaccerà, impastandolo alla terra senza neppure farci caso. A primavera in quel punto nasceranno fiori di campo. Nulla va sprecato, neppure la vita più piccola.

topinambour

fonte: web

Sembrano apparire dal nulla. Il giorno prima non c’erano, ne sono certa, ma ora sono lì che mi guardano: corolle gialle appena stropicciate che pencolano su steli allampanati, troppo sottili per reggere il peso assurdo dei tanti petali sbocciati in una notte sola. Sembrano adolescenti sgraziati e tutti spigoli, che muovono gambe e braccia in maniera goffa e non sanno come contenere un corpo esuberante, che ha perso all’improvviso la morbidezza dell’infanzia e tentenna al confine con l’età adulta, indeciso se andare avanti o rifugiarsi all’indietro.

Così se ne stanno impettiti nell’aria ormai fresca e mi mettono allegria per la livrea gialla e per il nome topinambour, che mi piace assonare a calembour, e insieme una dolce malinconia, perché quando li vedo so che è finita l’estate. Più dei temporali che non si limitano a donare un istante di refrigerio, più della nebbia che si alza tra i tralci di vite e delle giornate che si accorciano in fretta, più della giacca del mattino per me sono loro l’avanguardia dell’autunno.

Cocciutamente continuo a indossare abiti leggeri e sandali aperti, perché non mi fido di queste piccole Cassandre e cerco ancora conferme di estate, che stavo iniziando ad apprezzare proprio ora e non mi rassegno a lasciar andare tanto in fretta.

So che accadrà a breve, ma intanto assaporo i pochi scampoli che restano, i pomodori caldi di sole, gli ultimi voli delle rondini, le finestre aperte da cui entra odore di grigliate, i fuochi del santo, un tramonto aranciato.

Mi concedo un tempo lento e una canzone bellissima e fragile come un fiore di topinambour.

Il sole a settembre mi lascia vestire ancora leggera
Il fiume riposa negli argini aperti di questa distesa
Tu mi dicevi che la verità e la bellezza non fanno rumore
Basta solo lasciarle salire, basta solo lasciarle entrare

E’ tempo di imparare a guardare
E’ tempo di ripulire il pensiero
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero

L’amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera
Il giorno sprofonda nei solchi bruciati di questa distesa
Tu lo sapevi che nessuna gioia nasce senza un dolore
Basta solo farlo guarire, basta lasciarlo entrare

E’ tempo di imparare a guardare
E’ tempo di ripulire il pensiero
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero

E’ tempo di imparare a cadere
E’ tempo di rinunciare al veleno
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero

L’amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera.

cose fragili

Ascoltando Particles

Si strucca con attenzione. L’ovatta bagnata lascia una scia oleosa sulla pelle pulita mentre la maschera del giorno si distacca piano, lasciando spazio al suo vero volto.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Percorre il contorno a memoria, si valuta, soppesa la pelle alla ricerca di nuovi difetti. Ha ancora poche rughe, solo qualche increspatura sotto gli occhi e due solchi sulla fronte, paralleli come tagli di bisturi, ora profondi più che mai. Le capita sempre quando è stanca o molto triste, sono il barometro del suo vivere.

Ieri una vecchia amica, non si vedono forse da vent’anni, le ha commentato la foto del profilo. Come sei bella, ti stanno bene i capelli, il tempo per te non sembra passare.

Le ha fatto piacere. Era la prima volta che aveva il coraggio di mettere una foto così esplicita, mostrare la faccia senza il velo di un filtro colorato o di un effetto sfocato, ma dopo quel messaggio si è sentita leggera e ha sorriso guardandosi, per una volta, con occhi meno impietosi dei suoi.

Le stanze conservano il calore del giorno appena trascorso, neanche il pavimento su cui cammina scalza lascia l’illusione di un breve refrigerio.

Va a sedersi sul davanzale della finestra, nuda, tanto nessuno la noterà e, se mai un passante distratto dovesse alzare la testa, sarà solo una sagoma scura nel controluce di un abbaino ai piani alti.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Mentre aspetta che sorga la luna, accarezza le pagine del libro che legge e rilegge da qualche giorno: poesie per un amore finito, i delicati e tristi abissi in cui l’animo sprofonda nei giorni dell’abbandono. Si sofferma su un verso, annuisce mentre legge, pare dire sì, è proprio così che si soffre, nelle piccole cose, nelle assenze quotidiane, nel fumo di una sigaretta che non c’è più, nel servizio di piatti che resta a prendere polvere inutilizzato. Ci sono libri che andrebbero venduti con il foglietto delle avvertenze e maneggiati con i guanti di amianto, questo pensa.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Si immagina mentre scrive, seduta alla finestra nel buio della notte, il rombo delle auto sulla statale a dettare il ritmo, il portatile in equilibrio sulle gambe, caldo come un gattino che fa le fusa, e poi si vede mentre si descrive e pensa a chi leggerà di una donna che scrive di una donna che scrive. Vorrebbe raccontare, inventare esistenze più gradevoli della sua, ma è da tanto che non lo fa. Vorrebbe parlare del dolore che la sta mandando in frantumi, quietamente, un giorno alla volta, ma poi pensa che certi dolori non possono essere domati dalle parole, solo il silenzio riesce a contenerli.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Sono pensieri fragili i suoi, giochi di specchi di poco valore nel tentativo di intrappolare un sonno che non vuole arrivare e la lascia a girare sfinita tra lenzuola troppo calde. Invece è magnifico addormentarsi come fanno i bambini, in un lampo repentino dalla veglia al sonno profondo, persi in un mondo lontano dove niente può turbare la loro serenità, dove il lato del cuscino è sempre fresco e i sogni hanno il colore delle nuvole estive che non fanno paura.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Niente di male,
se oggi rifiuto l’altezza
e resto distesa nel letto.
Del resto, anche il cielo
ogni tanto reclina il capo
e s’appoggia
alla spalla bassa
della terra.

Imballami come cosa fragile
e ti viaggerò accanto senza rompermi.

(Elena Mearini, Strategia dell’addio)

Vanni e Sara

fonte: ricerca immagini google

Sara lo stava osservando, da più tempo di quanto realmente occorresse, preparare la valigia con cura meticolosa.
Piegava le camicie azzurre in piccoli rettangoli ordinati, poi i pantaloni di fustagno pesante, il cardigan con le toppe di pelle e le grandi tasche slabbrate dall’uso, le scarpe della domenica avvolte in un panno scuro, il necessario per la barba, con il pennello dall’impugnatura di corno e il sapone cremoso in cui, da bambina, amava affondare le dita immaginando fosse panna montata.
Finalmente abbassò il coperchio, facendo scattare la serratura di ottone con un colpo secco, e raddrizzò lentamente la schiena.
Rimase a guardare la valigia stupito, una bomba carica che non aveva più il tempo di disinnescare, e scosse la testa, passandosi una mano tra i capelli ancora folti, gli occhi perduti oltre la finestra, le spalle ostinatamente voltate a chiudere ogni confronto.
A quel gesto di rassegnato nervosismo, Sara gli posò con dolcezza una mano sulla spalla.
– Ora sei pronto ad andare, nonno?
Vanni si riscosse con un sussulto e si voltò a incrociare gli occhi, fino a quel momento evitati, della sua nipote più amata.
L’avevano chiamata Sara e di quell’altra Sara aveva ereditato i capelli neri, la carnagione perfetta e olivastra, il portamento altero da regina.
Gli occhi no, quelli erano uguali ai suoi, di un verde foglia delicato che contrastava con i lineamenti decisi e l’eleganza del caschetto corto.
L’altra aveva invece profondi occhi scuri, vellutati come il muschio, e un manto sontuoso di capelli, che portava raccolti in un nodo sulla nuca.
– Ancora un momento, amore mio, è presto. Non ho fretta.
Sara era consapevole dello sguardo offuscato del nonno, avido di dettagli e sprofondato nelle emozioni che il suo volto gli suscitava. Sapeva che ai suoi lineamenti sovrapponeva, come una velina trasparente, il volto della nonna, il cui ricordo avvolgeva di silenzio la vita di quell’uomo buono e gentile.
Come spesso aveva fatto in passato, espresse il desiderio di riuscire a provare un amore simile al loro, trovare un uomo che la amasse con la stessa sconfinata intensità. Finora non aveva avuto fortuna e l’ultima squallida storia, appena troncata, l’aveva lasciata sfinita e disillusa.
Anche Vanni aveva desiderato morire quando aveva perso la sua donna. Per lungo tempo la fatica di respirare, di trovare un motivo per aprire gli occhi al mattino, lo aveva avviluppato in sabbie mobili. L’affetto dei figli, dei nipoti e la premura delle nuore non sembravano scalfire il muro che aveva eretto intorno a sé.
Solo la nascita di Sara gli aveva fatto tornare la voglia di vivere e aveva circondato quel dono inatteso del suo amore più esclusivo.
Era stato la presenza più importante della sua infanzia, l’unico punto fermo in una famiglia che si era sfasciata troppo presto. Il divorzio dei genitori, il padre assente, lontano per il mondo a costruirsi una carriera impeccabile, la madre, che si era risposata in fretta per mettersi al riparo da un destino di single con prole, avevano lasciato Sara in mezzo alla corrente, sola, una barchetta di carta troppo sottile che solo le mani del nonno avevano raccolto con amore, prima che si lacerasse del tutto.
Era cresciuta lì con lui, alla Cà del tiglio, in mezzo al verde dei prati, ai mezzadri, alle governanti avare di gesti affettuosi, che parlavano un dialetto burbero e si prendevano cura del suo benessere con modi spicci e mani ruvide, profumate di cipolla e sapone da bucato.
Sara non soffriva della loro apparente freddezza, perché c’era Vanni pronto a donarle il suo amore; Vanni che la faceva volare in cerchio finché le si mozzava il respiro e la portava sulle spalle a raccogliere le prime albicocche mature; Vanni che alla sera sotto le coperte le leggeva storie e le raccontava il mondo com’era e come avrebbe dovuto essere.
– Dobbiamo proprio andare, nonno. Ci stanno aspettando ormai da un pezzo e non possiamo fare tardi.
– Fare tardi. Fare tardi! Quando la destinazione è un posto del genere vuol dire che è già troppo tardi. Ogni istante fuori da quella prigione è un sorso di vita guadagnato. Come fai a non capirlo?
– Vanni ora esageri. Addirittura una prigione? Ne stiamo discutendo ormai da settimane e sai bene che è la cosa migliore per te. L’abbiamo deciso insieme. Si prenderanno cura di te come qui a casa non possiamo più fare e avrai la possibilità di incontrare persone nuove, persino simpatiche se gli darai modo di conoscerti.
Sara era irritata dall’ostinazione del nonno e aveva parlato con più durezza del solito, chiamandolo per nome quasi a prenderne le distanze.
-Parli come tua nonna, amore mio. Sciocco di un goy, sei cocciuto come un somaro, mi diceva sempre. Devi dare una possibilità al mondo che ti circonda, altrimenti resterai solo, inacidito come latte guasto. Lei invece, che avrebbe avuto ogni ragione di diffidare del mondo, gli andava sempre incontro a viso aperto.
Era bella la sua Sara, la ragazza più bella che avesse mai visto. Era notte fonda quando il carro del prete si era fermato davanti a casa di suo padre. Ne erano scesi il parroco, la perpetua e una signorina di città. Che non fosse una contadina lo si capiva dalle mani bianche e delicate, anche se era infagottata in indumenti lisi, troppo grandi e pesanti per il suo corpo esile.
Vanni ebbe l’impressione che fosse circondata da una tristezza palpabile come la nebbia che rivestiva i campi in autunno; era così desolata da fargli venire voglia di consegnarle il suo cuore, perché battesse al suo posto, e il suo respiro per riaccenderle gli occhi.
Aveva una stella gialla cucita sul cappotto, un fagotto di libri stretto in pugno e una vita agiata ormai svanita sotto il peso delle colpe della sua razza. Colpe che altri le avevano attribuito, facendone un’orfana senza più radici.
Erano stati anni duri, anni in cui la fame era diventata per ognuno la migliore amica, un dito adunco che scavava guance e ventri, e a farle compagnia c’era la paura dei rastrellamenti, delle spie travestite da gente perbene, del ronzio metallico dal cielo, che obbligava ad alzarsi nel buio della notte per correre all’impazzata nei rifugi, i palmi sudati intrecciati, i piedi lacerati dalle stoppie di meliga.
Si erano scelti con quel primo sguardo, anche se Vanni di bello aveva soltanto gli occhi e da offrirle braccia forti e duro lavoro.
La terra, la cascina, le bestie erano destinate al primo figlio, il secondo era prete e lui era solo il terzo, un povero sognatore amante dei libri e della musica, destinato ad avere solo una giornata di terra, la più grama e asciutta, lontana dalle terre rese fertili dal fiume.
La guerra e la morte avevano scosso le loro vite nel bussolotto e i suoi fratelli erano stati i dadi sbalzati fuori. A lui erano rimasti un pugno di vecchi denutriti, orfani dei propri figli, una casa da rimettere in piedi mattone su mattone e tanta, troppa terra per una famiglia diventata all’improvviso così piccola.
– Hanno arato il campo grande, quello del tiglio. Voglio andarci ora che è in fiore, per vederlo un’ultima volta.
– Ma nonno…
– Pochi minuti soltanto, promesso.
Sara si arrese con un sospiro e un’alzata di spalle, in fondo ormai non faceva molta differenza, e afferrò la valigia, mentre Vanni usciva impugnando il bastone, il suo preferito, con la testa di drago d’avorio che tante storie aveva ispirato nelle sere d’inverno della sua infanzia.
L’auto percorse lentamente la strada bianca fino al grande campo lavorato di fresco.
L’aratura aveva risparmiato una zolla erbosa che circondava il tronco come un collare di pizzo verde. L’albero si stagliava maestoso nel sole del pieno mattino, mentre l’aria era intrisa del dolce profumo mielato dei suoi fiori.
Incurante dei pantaloni eleganti, Vanni avanzò di qualche passo, le scarpe che affondavano nella terra rossa e cedevole, raccolse una grossa zolla umida e l’avvicinò al naso per respirarne l’odore.
Quando parlò lo fece con voce lontana, dimentico della nipote al suo fianco, e sembrava parlasse direttamente al tiglio, scavando indietro nei ricordi.
– L’odore della terra appena arata è quello dolce della fica di una donna. È odore di acqua sotterranea e muschio, l’odore primordiale che sente il neonato uscito dal ventre materno, l’odore della profondità della vita. Affondi la mano nella sua morbidezza e la terra è calda, pulsa di desiderio, è pronta ad accogliere il seme per far nascere radici che penetrino in lei. In primavera, al suo si mescola il profumo del tiglio in fiore ed è una miscela che ubriaca come vino dolce.
Ogni anno in questo periodo Sara mi raggiungeva qui. Portava il fagotto del pranzo e l’ultimo nato da allattare nella cesta di vimini.
Mangiavamo in silenzio, accompagnati dal ronzio delle api, ubriache quanto noi. Quando il bambino dormiva si scioglieva i capelli e sbottonava il davanti del suo vestito a fiori.
Si sedeva su di me e facevamo l’amore con urgenza, nel calore del mezzogiorno.
A volte dal suo seno, stretto tra le mie mani, usciva una perla di latte che leccavo, assaporandone la dolcezza.
Eravamo un’unica carne, era la mia donna, era mia madre, era la fonte del mio nutrimento che ingoiavo come un’ostia sacra. Per mezzo suo mi sentivo vivo.
Al culmine le sfuggiva un gemito, così sottile da sembrare un alito di vento, e scostandosi da me asciugava il seme dalle cosce con una foglia di tiglio, che subito gettava tra le zolle, perché anche la terra venisse fecondata da noi. I miei figli sono anche figli di quelle ore, figli della primavera e di un albero in fiore che non ho mai permesso venisse tagliato.
Con un rapido dietrofront, che colse Sara di sorpresa, Vanni entrò in macchina barcollando, improvvisamente affaticato e pallido in volto.
– Nonno, stai male? Ti cerco l’acqua e un calmante.
– Stai tranquilla, bambina. Sta già passando. I medici possono anche chiamarlo cancro, ma per me è solo il peso di troppi ricordi che sono stanco di portare. Sono pronto, ora. Andiamo.
Il resto del breve tragitto si svolse in silenzio. Nessuno dei due aveva voglia di sprecare parole, là dove bastava la reciproca vicinanza a dire tutto.
Sara accostò all’ingresso di un cancello in ferro battuto, aperto su un viale alberato e a poca distanza da un edificio grande e bianco sullo sfondo.
Scesero entrambi e si guardarono per un momento negli occhi, prima di abbracciarsi a lungo.
– Sei sicuro di non volere il mio aiuto per sistemarti?
– Preferisco entrare da solo e ambientarmi con calma. È quasi mezzogiorno e, per quanto sia di lusso, è pur sempre una casa di riposo. Non voglio turbare l’ora di pranzo degli altri ospiti. Me la caverò bene, vedrai. Ti aspetto domani pomeriggio, staremo insieme e parleremo con calma. Ora vai, amore mio, e fai la brava.
Vanni con un ultimo bacio prese la valigia dalle mani di Sara e si incamminò per il viale senza voltarsi indietro.
Continuò a muoversi un passo alla volta, finché non sentì il rumore dell’auto perdersi in lontananza.
Allora tornò indietro con passo più veloce, fece una breve chiamata e dopo pochi minuti una berlina scura si accostò in silenzio.
L’uomo in giacca blu scese ad aprirgli la portiera, infilò la valigia nel bagagliaio e la macchina ripartì subito, lasciando il marciapiede deserto.
– Saremo a destinazione verso le 16, signore. Ho già avvisato la clinica e tutto sarà pronto al suo arrivo. Se lo desidera, il frigobar è a sua disposizione.
– Grazie, non ho fame ma penso che farò un sonnellino. Mi svegli quando saremo in Svizzera.
Vanni premette il pulsante, sollevò il vetro oscurato che lo separava dal suo autista e si mise a guardare fuori dal finestrino.
Ancora poche ore e tutto sarebbe finito. L’indomani la sua amata bambina avrebbe ricevuto la lettera con un corriere. Di certo avrebbe pianto e si sarebbe arrabbiata con lui, ma poi avrebbe capito. Lo conosceva abbastanza da sapere che a un periodo di cure pietose e ormai del tutto inutili, capaci solo di prolungare la sua sofferenza, avrebbe preferito un’uscita di scena con dignità.
Ogni cosa era stata fatta con cura e in segreto, il futuro della sua bambina era in mani capaci di consigliarla per il meglio e a lui non restava che tornare dalla sua amata Sara.
Un sorriso gli illuminò il viso quando l’auto imboccò un viale di tigli in fiore.
Subito dopo Vanni si addormentò.