Il mare all’improvviso

foto mia, la frase no

Il silenzio è un bastardo di gran classe che inganna con elegante noncuranza.

Ci sono momenti in cui lo sentiamo indispensabile, se non addirittura esigenza vitale.
A un certo punto si instaura una sorta di automatismo e stare in silenzio diventa la normalità, non più un’eccezione temporanea alle regole del civile sentire.

Ho tentato spesso di tornare a scrivere, a far parlare quelle emozioni che, nonostante tutto, sento sobbollire dentro, ma non ne sono più stata capace.
Mi è parso che ogni concetto fosse stato già espresso in modo più incisivo, interessante e brillante da chi, diversamente da me, non si era fatto coniglio, intrappolato nelle pastoie del silenzio.

Così, molto semplicemente, ho taciuto.

Oggi ho cercato di incrinare il guscio in cui mi sono nascosta di mia volontà.
Non so neppure perché mi sia preso questo raptus, se sarà di breve durata o una tantum, se questi appunti, che sto scrivendo sul mio quaderno dalla copertina verde, vedranno mai la luce nel blog.

Oggi il silenzio di cui mi sono nutrita negli ultimi mesi mi è sembrato troppo indigesto.

Nel mio ultimo post ho parlato delle parole di un concorso cui ho rinunciato a partecipare ancor prima di aver tentato.

Dopo la parola contagio, si sono succedute complotto, solitudine e #andratuttobene.

Non ho un’indole particolarmente incline al complotto, anzi spesso sono abbastanza ingenua e fiduciosa, perché non penso che dietro ogni azione ci sia necessariamente del marcio in agguato, però sono convinta che la verità, oltre che del tutto soggettiva, sia una sorta di scatola cinese da aprire tra mille cautele; dentro e dietro la verità visibile se ne possono celare altre invisibili, più profonde, nascoste e non sempre del tutto cristalline.

Mi fido, persino troppo, ma a volte mi prende un irresistibile prurito, una voglia di scetticismo degna del miglior filosofo.
Non che questo mi porti all’atarassia, la calma imperturbabile davanti a passioni e sentimenti è troppo difficile per chi ha una buccia permeabile come la mia.

Sul #andratuttobene non ho voglia di esprimere un’opinione.
Non l’ho mai digerito, mi ha stufato fin da subito, solo uno dei tanti odiosi spot che tra poco la televisione ci propinerà con l’avvicinarsi delle feste.
Era evidente che tutto sarebbe andato come doveva andare, anche se non propriamente bene.
Gli unici a beneficiarne per pochissimo tempo sono stati gli animali.
Peccato che l’arroganza che ci contraddistingue tra le specie animali sia tornata a fare danni.

La solitudine, insieme al silenzio, è stata la vera compagna dei miei ultimi mesi.

Mi sono isolata in maniera terapeutica e ho limitato i contatti e le parole a quelle strettamente necessarie.
Ho affrontato il caldo estivo con il viso imbavagliato per troppe ore e l’incessante, ormai consueta, fame d’aria mi ha regalato una rabbia impotente, che ha avvelenato gran parte dei giorni.

Nonostante tutto e chissà in quale recesso, ho trovato le energie necessarie per affrontare il trasloco da una casa mai amata ma che, dopo anni di faticoso adattamento, mi calzava come un guanto. L’ho scambiata con un rifugio più piccolo e, almeno sulla carta, più vantaggioso, ma non riesco ancora a provare il giusto affiatamento che me lo faccia chiamare casa.
Ci stiamo ancora misurando a vicenda e ogni tanto il gomito o il mignolo cozzano contro spigoli inattesi.

Nei giorni trascorsi a inscatolare le mie carabattole, mi sono resa conto di alcuni aspetti di me che avevo sottovalutato.
Ho dovuto venire a patti con la mia tendenza all’accumulo, il voler trasferire ricordi ed emozioni a oggetti materiali ingigantendone il valore, il mio insistere nel procedere con una zavorra emotiva troppo pesante, un carapace che non mi sento ancora pronta ad abbandonare.

Questa me non mi è affatto piaciuta, pensavo di aver raggiunto quella maturità che mi faceva giudicare con sufficienza le altrui manie, maturità che sono invece ben lontana dal possedere.
Sono rimasta delusa da me stessa, non che non mi sia già capitato, ma credo non ci si abitui mai alla sensazione di guardarsi allo specchio e vedere non la persona brillante che ci immaginavamo, ma solo un gran casino.

In questo marasma di emozioni mi sono aggrappata a piccoli gesti necessari: cucinare, leggere, ascoltare musica fino alle lacrime, godermi un tramonto, ammirare il sorriso di girasoli che illumina una collina, veder sorgere la luna.

Ho letto tanto, solo nell’ultima settimana più di mille pagine che sembravano scritte solo per me.
No, non vi dirò di quali libri si tratta.
Ci sono storie che ci appartengono in maniera esclusiva dal primo momento in cui vi poggiamo gli occhi. Rendere altri partecipi del nostro sentire equivale a far loro un torto, come se un altrui giudizio tiepido o negativo fosse una ferita inferta a noi e alle parole che sentiamo nostre.

In questa pazza e deludente estate ho persino accarezzato l’idea di seguire un corso di scrittura, anche se per fortuna mi è passata abbastanza in fretta. Il verme saggio che abita la mela bacata mi ha fatto riflettere su voli pindarici e aspettative terrene, su ali di cera che si squagliano in fretta e umilianti cadute sul didietro.

Questo farneticaio© ha quasi del tutto consumato le pagine del mio quaderno verde e non so se varrà la pena di comperarne un altro a breve, però voglio appuntare un’ultima impressione di settembre.

In un giorno delle mie brevi vacanze, mi sono trovata a passare in uno di quei paesi di Langa assopiti dal tempo, immerso in un paesaggio di colline dolci, vigne cariche di uva, le montagne a fare da fondale a un cielo innocente di nuvole e peccati.
Guardando in su verso un gruppo di case antiche, restaurate senza la leziosità di certi architetti mondaioli, lo sguardo si è fermato su una piccola finestra incassata nel punto più alto, là dove lo spiovente del tetto faceva intuire una mansarda, un alloggio bohemien o forse soltanto un solaio pieno di giochi invecchiati insieme ai loro proprietari.

Sul vetro era stata dipinta una barca che, a vele spiegate, solcava un mare immaginario.

Mi sono chiesta spesso nei giorni a venire quanto potesse essere stato forte il desiderio di chi, radicato tra colline, montagne e onde d’erba abbia preferito sognare il mare.

Farneticaio©: (Far-ne-ti cà-io) s.m.

Neologismo coniato da Massimo Legnani, scrittore e amico carissimo, per descrivere il flusso di coscienza, a volte d’incoscienza, che sgorga libero e ribelle, incurante delle regole del buon senso, dalla penna di colui che farnetica.

Imparare

Ho imparato a sorridere solo con gli occhi.

Ho imparato a fare a meno degli abbracci.

Ho imparato a non smettere di desiderarli.

Ho imparato a farmi bastare l’ossigeno.

Ho imparato che vivere è difficile, ma non impossibile, senza cappuccino.

Ho imparato che tornare a parlarsi è riscoprirsi.

Ho imparato che il silenzio dà dipendenza.

Ho imparato che non devo crearmi aspettative.

Ho imparato che non devo cercare conferme.

Ho imparato che posso star sola senza sentirmi sola.

Ho imparato che posso uscire spettinata.

Ho imparato che mi bastano le scarpe che ho.

Ho imparato che non mi bastano i libri che ho.

Ho imparato che la primavera se ne frega e fiorisce ugualmente.

Ho imparato che rivoglio la mia vita.

Ho imparato che posso accettare di cambiarla.

Ho imparato che posso sbagliare.

Ho imparato che non me ne devo vergognare.

Ho imparato che non ho ancora imparato abbastanza.

e poi ci sono giorni in cui il solo atto della respirazione lascia stremati. sembra più facile rinunciare a questa vita. l’idea di scomparire dà pace. da tanto tempo ero smarrita in un luogo in cui non c’era il sole, in cui non crescevano fiori. ma di tanto in tanto dalle tenebre emergeva qualcosa che amavo e mi riportava alla vita. alla contemplazione di un cielo stellato. alla leggerezza di una risata tra vecchi amici. vivere è difficile. è difficile per tutti. ed è in quel momento. quando vivere è come passare da un buchetto di spillo. che dobbiamo resistere all’impulso di soccombere ai brutti ricordi. rifiutarci d’inchinarci ai brutti mesi o ai brutti anni. perché i nostri occhi bramano d’ingozzarsi di questo mondo. ci sono ancora tanti specchi d’acqua turchese in cui tuffarci. c’è una famiglia. di sangue o d’elezione. la possibilità d’innamorarsi. di persone e luoghi. colline alte come la luna. valli che si srotolano fino a nuovi mondi. e gite. trovo importantissimo accettare di non essere i padroni di questa terra. ma solo visitatori. e da ospiti godiamocela come un giardino. trattiamola con mano delicata. così che possa viverla anche chi verrà dopo di noi. troviamo un sole tutto nostro. coltiviamo fiori tutti nostri. l’universo ci ha partoriti con luce e semi. magari a volte non la sentiamo ma la musica è sempre accesa. basta alzare il volume. finché c’è fiato nei polmoni – dobbiamo continuare a danzare.
Rupi Kaur, Il sole e i suoi fiori

Come foglie

Lucca 2019 – foto personale

Sono stanca, tanto, e oppressa. È una sensazione generica, non riesco a definirla in altro modo se non visualizzando una mano che mi tiene premuta la testa verso il basso.
Sono soprattutto i giorni di riposo a fregarmi.
Quando lavoro mi sfinisco, non ho neppure il tempo di andare in bagno, figuriamoci di pensare e, quando arrivo a casa, semplicemente mi spengo.
Nei momenti di riposo invece la testa parte per suo conto e mi trovo a girare a vuoto; potrei pulire una casa che ne ha molto bisogno, magari cucinare quel piatto elaborato che progetto da tempo o provare a fare il pane, con quella preziosa bustina di lievito che ho messo da parte, ma niente, zero voglia.
È come se fossi in riserva e ogni singolo grammo di energia residua avesse come unico target il lavoro.
Non riesco quasi più a leggere, non ascolto musica, ho smesso di guardare i notiziari. Ogni mattina leggo le mail, controllo le circolari che sono arrivate, ciò che veramente mi serve per il quotidiano e cestino tutto il resto.
Ho bisogno di silenzio, lo cerco come fosse ossigeno, mi isolo, metto i tappi per dormire, stacco i telefoni. Cerco un po’ di pace in una bolla, lavoro e aspetto che il peggio passi.
Il periodo che stiamo affrontando ha avuto il grande pregio di mettere finalmente a nudo l’essenziale che, prima, era davvero invisibile agli occhi.
Ho smesso di cercare la felicità nell’effimero superfluo e mi concentro sulla concretezza del poco di ogni giorno.
In queste settimane mi sto confrontando con le paure ataviche, mie e di chi mi circonda, con l’esigenza professionale di essere calma e razionale, con la consapevolezza che potrei ammalarmi e anche morire.
Ho messo a posto un po’ di cose, pulito e sistemato vecchi archivi cartacei e files che non ricordavo più di avere. Ho perfino fatto una specie di testamento, una busta di carta kraft con appiccicato un post-it da aprire in caso di emergenza.
Mi tengo pronta ad ogni evenienza, non si sa mai, ma cazzo se mi tremava la mano mentre scrivevo.
In realtà, per quanto di passaggio, non siamo mai abbastanza pronti ad andare via di qua.
Le giornate sono stressanti e caotiche. Il telefono non smette mai di squillare. Corro, quanto corro!
Mi sono cucita mascherine di cotone colorato, mi sono rifiutata di usare quelle bianche, perché non posso permettermi di perdere la speranza e voglio un pizzico di allegria nelle mie giornate. Faccio fatica a tenerle sul viso, mi manca subito l’aria e vado in affanno. Ho stretto un accordo con un collega: quando le occhiaie diventano troppo nere mi avvisa, così la tolgo e mi ossigeno. Piano piano mi sto abituando, come i fiori anoressici di un’aiuola spartitraffico, che continuano a fiorire tra fumi di monossido e diossina.
Non abbiamo tutele se non quelle cui abbiamo provveduto di persona, non abbiamo fatto tamponi, nessuno ci ha fornito presidi di protezione.
Siamo qui con le nostre forze, ogni tanto l’umore scende però resistiamo.
Tre volte al giorno mi misuro la temperatura, la pelle delle mani è sempre più ruvida per i guanti e i lavaggi, in compenso ho unghie lunghissime perché non le posso più mangiare. Ho fatto crescere finalmente gli artigli, per aggrapparmi meglio a ciò che non voglio scivoli via.
Disinfetto con furia tutto ciò che tocco, le maniglie dell’auto, il volante, il cambio, le chiavi, i telefoni, gli occhiali, la borsa, i pulsanti, le scarpe che indosso. Ormai è una routine cui mi aggrappo per andare avanti.
A volte piango, poco e furtivamente, per non farmi accorgere e al telefono faccio una voce allegra e rido.
Sto da sola, ormai da un mese anche nel fine settimana, per non portare la malattia alla mia famiglia.
Qualcuno mi ha chiesto se non sto esagerando. Ci sono rimasta molto male e no, non credo di stare esagerando. Magari, quando tutto sarà finito, con il senno di poi mi dirò che è stata una precauzione eccessiva, ma adesso no, non lo è affatto.
Non essere certi di rivedere chi entra in ospedale, essere avvisati a morte avvenuta, non potersi congedare dai propri cari, non poter avere un vero funerale, sono queste le cose che temo e non auguro a nessuno.
Passerà questo momento, Adda passà ‘a nuttata, avremo le ossa ammaccate, dovremo fare la conta di chi c’è ancora e di chi invece potremo solo ricordare.
Spero avremo imparato a dare il giusto peso a ciò che davvero conta per ognuno di noi.
Siamo tutti foglie attaccate allo stesso grande albero che, scrollandosi, ci ha reso consapevoli di quanto siamo fragili.

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita (Veglia, Giuseppe Ungaretti)

Considerazioni virulente in un giorno qualunque

(Foto personale)

Benché un flagello sia infatti un accadimento frequente, tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piombano addosso. …….Quando scoppia una guerra tutti dicono:”è una follia, non durerà.” E forse una guerra è davvero una follia, ma ciò non le impedisce di durare. La follia è ostinata, chiunque se ne accorgerebbe se non fossimo sempre presi da noi stessi. ……..Dal momento che il flagello non è a misura dell’uomo, pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare, e in primo luogo gli umanisti che non hanno preso alcuna precauzione. I nostri concittadini non erano più colpevoli di altri, dimenticavano soltanto di essere umili e pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. ….Si credevano liberi e nessuno sarà mai libero finché ci saranno dei flagelli. (Albert Camus, La peste)

Sembra trascorso un secolo, anziché poco più di due settimane, da quando carnevale ha portato uno scherzo che durerà ancora a lungo, senza purtroppo far ridere nessuno.

Comincio ad essere molto stanca e la fatica si sta facendo sentire ogni giorno che passa. Ho le mani consumate dall’alcool e cotte dai guanti, mascherine neanche a pagarle oro, d’altra parte sono asmatica, se la metto rischio una crisi respiratoria, se non la metto mi becco un bel virus blasonato. Ho in macchina un raccoglitore ad anelli, dentro ho le autorizzazioni a pendolare tra due zone rosse, una busta paga, il tesserino dell’ordine e la carta d’indentità. Ad ogni paletta, ad ogni documenti prego sussulto come stessi commettendo un reato e respiro di sollievo al vada pure, come l’avessi scampata.

Le persone arrivano, chiedono rassicurazioni, ripetono le sciocchezze sentite dal solito cugino ben informato o, peggio ancora, dal Dr. Google e per tutti ci vuole tempo, pazienza e tante, troppe parole che spesso resteranno inascoltate.

Le misure precauzionali sono semplici in fondo, ma ancora oggi ho visto capannelli di ragazzini che ciondolavano come fosse una qualunque giornata di festa, mamme in giro con passeggini e pargoli mocciosi e anziani, tanti, troppi anziani.

Non c’è distanza di sicurezza, non c’è lavaggio di mani per quanto accurato, non c’è gel disinfettante o mascherina che possa arginare il flagello della stupidità e dell’ignoranza.

Quell’arrogante spavalderia che tanti esibiscono, la noncuranza nel volersi sentire superiori a tutti i costi mi fanno salire la merda ad un cervello, il mio, che nella merda di queste giornate sta affogando.

Ogni giorno, in modo sempre più secco e conciso, consiglio a chi può permetterselo di stare a casa. Le risposte e gli sguardi sfumano dal sorpreso, allo scocciato per finire allo spazientito o, ancor peggio, allo sguardo placido di una mucca che guarda passare il treno.

Spero che al più presto, oggi o domani, si decida di chiudere tutto. Così non va.

Riflessioni novembrine: lettera a un amico

fonte: web

Per allontanarmi dal villaggio scelsi l’ora più palese,

il declinare del meriggio, quando tutti gli uomini

emergono e guardano il tramonto, senza vederlo.

(Jorge Luis Borges, L’Aleph)

Per avere luce bisogna farsi crepa

spacciarsi, sminuzzarsi,

offrire…. (Chandra Livia Candiani)

Amico mio, ti saluto con l’affetto di sempre.
Ti chiedo scusa fin da subito se il contenuto di questa lettera non sarà allegro nè avrà troppo senso.
Ho un buco nel petto da cui passa aria fredda e queste parole spero riescano a tapparlo, almeno in parte.
In un certo senso, ti chiedo di donarmi la tua comprensione e sono sicura che accoglierai con bontà il mio sproloquio.
A volte, nei tuoi post o commentando scritti di altri, hai espresso il tuo rammarico nel vedere blog assopiti, abbandonati in un limbo dal loro proprietario che, anziché coltivare un terreno fertile, lo lascia diventare incolto e pieno di erbacce.
Al di là dell’ironia che ti contraddistingue, che adoro perché non saresti tu altrimenti, ho sempre percepito la cura e l’attenzione che metti nel leggere e che rendono i tuoi commenti così perspicaci.
Ieri ho ricevuto una notizia che mi ha reso davvero triste e ho subito pensato che avrei voluto comunicartela.
Una blogger, che entrambi leggiamo e seguiamo, è morta.
Le persone perbene avrebbero detto “è mancata” sussurrando “un brutto male”, ma io sono troppo diretta e le parole mi piace dirle senza pudore e senza veli, quindi cancro è la parola giusta da usare, perché si può indorare la pillola, ma non è certo con gli eufemismi che si spuntano gli artigli.
Una ragazza tanto giovane, bella e solare che aveva avuto una vita travagliata, e questo fa rabbia, ma se l’era ripresa con coraggio e ostinazione, e questo fa ancora più rabbia.
Scriveva bene, anzi benissimo, e nel mio Kindle ho una raccolta di racconti che, colpevolmente, mi sono ripromessa di leggere da troppo tempo.
Mi ha fatto tenerezza vedere che l’ultimo scambio di commenti nel suo blog sia stato proprio con te e nulla nella sua risposta faceva presagire a una fine così vicina.
Così ho deciso di scriverti, seguendo l’impulso, per dirti che questa volta il blog non è stato gettato nel dimenticatoio per una negligenza o un capriccio. Questa volta no.
Mi sono chiesta perché questa notizia mi abbia colpito così tanto.
Sono talmente abituata al contatto quotidiano con la malattia e la sofferenza che pensavo di aver sviluppato una corazza abbastanza resistente. Invece si è aperta una crepa che mi fa sentire vulnerabile e non so se da lì, come dice Cohen, riesca a passare la luce.
Spesso ci ripetiamo, con una buona dose di cinismo, che il mondo virtuale è finto, che esistono lupi travestiti da agnelli e la menzogna spesso fa da padrona. Certamente tutto questo è vero, ma esiste un legame con persone, in fondo quasi mai viste nella realtà, che sentiamo nostro, anzi necessario.
Ci sono, in questa rete di relazioni, fatte di parole, emoji e scambi più o meno costruttivi, dei punti fermi di cui non saprei più fare a meno, perché rientrano in ciò che sento mio e che mi fa stare bene.
Questo spazio, che da anni coltivo e proteggo con gelosia dagli sguardi indiscreti, che mi ha permesso di mettere a nudo l’anima come mai avrei osato fare nella vita reale, che a volte mi ha fatto piangere e soffrire, altre invece sperimentare gioia sincera, non è più solo mio, ma ha preso forma grazie all’interazione con chi è passato e ha lasciato il suo segno. Anche tu, che mi rendi spesso felice con le tue parole argute.
Non so che altro aggiungere e credo sia il momento giusto per salutarti. Spero tu abbia compreso anche ciò che non sono stata capace di scrivere e ti abbraccio. A presto.

Vi chiedo perdono, in tanti anni di blog non vi ho mai fatto ricorso prima, non è mia abitudine né lo diventerà in futuro, ma questa volta, per non fare mercimonio di una vicenda reale e dolorosa, preferisco disabilitare i commenti. Se qualcuno di voi ha piacere di lasciarmi comunque un suo pensiero o una riflessione, potrà farlo mandandomi una mail. Mi farà un enorme piacere leggerla. Altrimenti, solo per questa volta, lasciate una stella al vostro passaggio. Grazie ❤

24 maggio: il girotondo delle rondini

rose selvatiche foto mia rielaborata

Ha un nome delicato.
Strada dell’Olmo c’è scritto in alto, un rettangolo bianco che si riquadra nel troppo blu di un cielo quasi estivo, quasi finto, troppo perfetto.
Dell’antico olmo non resta traccia, solo il nome ne omaggia il vuoto del tronco, rimpiazzato da campi a grano gialloverde e chiazze di radi papaveri impolverati, stinti come panni vecchi.
Una radice dimenticata dorme sotto le zolle, ne indovino il gonfiore nascosto e la immagino sprofondare nel ventre scuro della terra, libera dal peso della chioma.
L’attaccamento alla vita dei fiori selvatici è un prezioso insegnamento di resistenza, nonostante in primavera la gente vada a morire in guerra o trovi un sudario in mare, anziché fermarsi a guardare il girotondo selvaggio delle rondini.
La rosa canina fiorisce in cascate che si gettano a capofitto, punteggiando di glassa rosa l’intrico di spine, torta di nettare per api ubriache di profumi ancestrali, mentre il prato sussurra il mistero della vita che cresce in silenzio. Nessuno sembra comprenderne più la melodia e malinconia tracima dalla gola, affogando il respiro di fango amaro.
Il sole arroventa la pelle e scava canyon disidratati nel mezzo della fronte; l’acciaio di un fucile scotta più del fuoco, ma non è salutare il suo calore; bere acqua salata non è un buon modo per dissetarsi.
Ho sfogliato una margherita di non m’ama lunga un anno, ma il vuoto nel petto non si è colmato. Ho capito che anche il funerale più straziante non dura in eterno ed è ormai tempo per me di gettare terra grassa sulle mancanze, mischiarla ai petali del rifiuto e seppellirli più a fondo, dove non si tocca.
Il cielo lavanda al tramonto si riga di nere traiettorie. Non morti scheletri metallici, ma vive architetture piumate popolano la sera di girotondi.

“La notte è il momento più difficile per essere vivi”

foto personale

Il titolo è una citazione dello scrittore horror gothic Poppy Z. Brite ed è lì per pura bellezza e perché spesso, invece di dormire, uso le ore della notte per trascrivere ciò che scribacchio durante le mie giornate.

Mi siedo al tavolino nel mio angolo preferito, quello più nascosto agli sguardi, e scrivo. Di cosa non lo so, lascio scorrere la penna dove le pare, cullata dai rumori.

Tra luoghi comuni sul tempo, gli sfottò dell’ultima partita, le innocue conversazioni del mattino e il tintinnio delle tazzine mi sento protetta. Non mi dà fastidio scrivere in un posto affollato, anzi, la cacofonia crea una bolla compatta in cui mi immergo per isolarmi.

Sarà per questo motivo che riesco ad addormentarmi con il rumore bianco.

Ho scaricato una app tempo fa, quaranta tipi di suoni utili per prendere sonno. Chi soffre d’insonnia d’altronde si aggrappa a qualunque rimedio, anche il più incredibile.

C’è il rumore bianco, quello rosa e quello marrone, ci sono foglie che frusciano, le fusa compiaciute di un gatto, il suono rassicurante di un caminetto acceso; ci sono perfino il ticchettio di una tastiera, il ronzio dell’aspirapolvere e il rumore del traffico all’ora di punta.

Ognuno può trovare il suono più adatto per addormentarsi e ci sarà senz’altro qualche lavoratore, indefesso al punto da sentirsi a suo agio solo tra i rumori di un ufficio.

Con me il rumore bianco funziona.

Dal punto di vista fisico è un fenomeno affascinante, un rumore senza periodicità, di ampiezza costante, perfettamente coerente a sé stesso nel tempo; un rumore che, se fosse luce, alla vista apparirebbe bianco ma, cosa ancora più singolare, un ideale teorico cui tendere perché, a conti fatti, il rumore bianco non esiste. Ciò che mi regala qualche ora di sonno è solo un’approssimazione.

Se invece ripenso al libro di Don DeLillo, tutto il rumore bianco prodotto dal consumismo che fagocita sé stesso, dal martellare ossessivo dei media, dal bulimico desiderio di comunicare che ha portato a una insostenibile riduzione dello spazio privato, mi fa una paura terribile.

Mi rendo conto di quanto abbiamo e siamo disposti a sacrificare del nostro privato per una condivisione che, a ben guardare, porta forse più danni che benefici; a quanto una società iperconnessa possa rendere le persone isolate, indifese, indifferenti e per questo manipolabili, pronte a spendere un like per cause lontane migliaia di km, ma non altrettanto per la sorte dell’ennesimo povero cristo che ci abita accanto, vessato da un branco di subumani anaffettivi, bruciato come spazzatura, emarginato per il colore della pelle.

Qualche settimana fa ho trascorso una breve vacanza in una capitale europea. In metropolitana mi sono divertita a contare il numero di persone ipnotizzate sul proprio smartphone. Ho smesso quando, in un solo viaggio di poche fermate, ho raggiunto una cifra a tre numeri e mi sono sentita triste, io con il mio libro spiegazzato tra le mani, la reflex a tracolla e gli occhi che scrutavano colli piegati a 45°, senza incontrare neppure uno sguardo complice.

Ci sarebbe invece tanto bisogno di riappropriarsi della meraviglia.

Mi rendo conto che anch’io sto producendo rumore bianco, che affastello parole senza troppa cura nella lentezza torpida di un mattino ipoglicemico, inseguendo un senso che mi sfugge.

Mentre rileggo ciò che ho scritto e mi domando se non sia meglio accartocciare il foglio, intercetto uno sguardo, rispondo al saluto in modo automatico, ma non ho voglia di parlare né di spiegare perché io abbia davanti un quaderno e una penna anziché uno smartphone.

È la croce di lavorare in un piccolo borgo dove tutti mi conoscono e spesso, non protetta dalla corazza professionale, finisco per arrossire di goffaggine davanti a uno sguardo più curioso e mi esamino furtiva, alla ricerca della magagna che ha attirato attenzione.

Milan Kundera diceva che tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi, chi di un vasto pubblico, chi di molte persone conosciute, chi solo della persona amata, ma è la quarta categoria che preferisco: quella di chi vive sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Kundera li definisce i sognatori e mi piace pensare di farne un poco parte anch’io.

«dottoressa cosa scrive di bello, una lettera d’amore?». Lo sapevo, la pace è finita e sento già le guance che si arrossano. Sorrido, borbotto una risposta generica, ripongo penna e quaderno. Per oggi basta rumore.

My computer thinks I’m gay
What’s the difference anyway?
When all the people do all day
It staring into a phone
I’ve got too many friends too many people
That I’ll never meet, I’ll never be there for
I’ll never be there for, ‘cause I’ll never be there
Too many friends too many people
That I ll never meet, I’ll never be there for
I’ll never be there for, ‘cause I’ll never be there

Testa piena di nuvole

fonte: web

Non voglio più vedere, non voglio più ascoltare. C’è troppo poco da dire e molto su cui riflettere.
Ben si addice al mio umore la nebbia di questa mattina.
Guido su una stretta passerella di asfalto, ma ai due lati del palcoscenico non c’è né fondale di scena né pubblico pagante, solo un fitto muro grigio-latte, avariato al gusto smog. (18 dicembre 2018)

C’è tanta gente in strada.
Là dove è territorio di auto ora sono i piedi a comandare e sorrisi, grida di bimbi, auguri veri e posticci riverberano al posto dei clacson.
Luci illuminano palazzi nobili, volti famosi proiettati in seppia fanno la notte meno sola, imbellettata in una coltre di lustrini da vecchia puttana, mentre scoppi inopportuni di petardi feriscono orecchi e cuori di cani.
Display illividiscono volti comuni, chine le teste le dita volano. Intrappolate nella rete come insetti nell’ambra, milioni di foto dicono guardami, invidiami, condividimi, ma domani dimenticami.
Ho la testa piena di nuvole e il cuore vuoto. (31 dicembre 2018)

Ho conosciuto una donna che spegneva la luce dei lampioni al suo passaggio, come se la sua tristezza non riuscisse a tollerare altro che il buio più fitto attorno a sé.
Ho incontrato una princiseppia sfuggente, ammantata di inchiostro indelebile, che diceva no quando intendeva sì e allontanava le persone quando invece le voleva vicine. La sua nuvola nera era troppo densa per essere oltrepassata e ora languisce invecchiando da sola, incapace di superare confini che lei stessa ha creato.
Ho veduto una ragazza dal corpo sformato, che faceva del suo grasso una corazza per respingere il dolore e viveva sommersa di spazzatura, incapace di disfarsi dei rifiuti perché come tale era stata gettata via, rifiutata da chi credeva la amasse.
Ho osservato una donna aquilone, incostante come il vento, sempre pronta a rincorrere l’ultima idea balzana, con la testa talmente piena di progetti irrealizzabili che portava alla caviglia un peso di ghisa, per restare ancorata al suolo senza volar via, persa dietro l’ultimo incompiuto. (7 gennaio 2019)

Scrivere è diventato tanto difficile. A volte mi sembra uno sforzo sovraumano, certamente molto al di là delle mie capacità. Mi addolora non farlo, ma mi crea ancora più sofferenza non farlo come vorrei. Ogni tanto qualche idea si affaccia per poi svanire subito e mi sento come stessi attendendo di veder bollire l’acqua. Ho gli spaghetti già pronti e una fame spaventosa, ma quella non si decide mai ed io resto lì, impaziente di vedere qualche bollicina promettente. Forse la tristezza di questi ultimi mesi mi ha talmente inzuppata che è diventato difficile fare tutto tranne che sopravvivere o forse si è solo seccata la fonte che alimentava il mio ruscello di parole. Succede, dispiace, è davvero un peccato, passerà. (14 gennaio 2019)

Gli ultimi mesi mi hanno regalato una parata di lune meravigliose. Stamattina una splendida luna piena, luminosa come un sole freddo, ha accompagnato il mio tragitto nel buio del primo mattino. Con rispetto e modestia si è tenuta alla mia sinistra, ma non poteva fare a meno di brillare ed io di guardare, nonostante non fosse più la luna rossa di ieri, così attesa e chiacchierata che mi sono dimenticata di osservarla, intenta com’ero a sonnecchiare sotto le coperte. Mi sono chiesta perché in passato non abbia prestato più attenzione a queste semplici meraviglie. Dove sono andate le lune della mia giovinezza? Ero davvero così intenta a vivere la vita da non avere tempo per alzare gli occhi al cielo o ero solo una sciocca ragazzina distratta, convinta di avere le carte giuste in mano? L’essenziale non è affatto invisibile agli occhi, forse ci vuole solo una buona vista e la voglia di apprezzare la semplice bellezza di una luna piena. (22 gennaio 2019)

Amo Gennaio e la lentezza con cui scorrono i suoi giorni, mi piace il freddo tagliente che arsura le labbra, le giornate corte e le notti lunghe, la condensa sui vetri al mattino, la galaverna e i cieli limpidi, il cappotto pesante e il berretto di maglia colorato, i guanti dimenticati in casa, le mani affondate nelle tasche a raccattare calore, le battaglie improvvisate a palle di neve, il tè alla cannella e il profumo dei mandarini, le albe glassate di arancio e le giornate crude, bigie di ghiaccio e nebbia. (25 gennaio 2019)

Non amo festeggiare i compleanni, dei regali non mi importa granché, se posso preferisco non dire quando sono nata, ma se lo faccio mi aspetto gli auguri. Quando non succede mi dispiace, sento di aver rivelato un segreto alla persona sbagliata o magari non ero io la persona giusta. Oggi non è stato un buon compleanno, non sono stata la persona giusta per tanti a cui tengo davvero e ora ho una piccola spina conficcata in gola. Punge, ma non va né su né giù. La vita è anche fatta di questo, desideri disattesi e puerili insoddisfazioni. (** gennaio 2019)

Se non devo guidare, correre al lavoro o  semplicemente uscire di casa, guardare la neve mi regala pace. C’è chi sente il bel tempo e chi segna la pioggia in arrivo, io invece “marco la neve”. Brividi di freddo mi percorrono il corpo, un rivolo di acqua immaginaria scende lungo la schiena e, anche se il cielo è sereno e si vedono le stelle, so che di lì a poche ore arriverà. Mi alzo a notte fonda e l’aeroplanino candido di un bambino dispettoso è già planato su ogni cosa. La sensazione più bella è ascoltare i suoni che cambiano e diventano ovattati, rispettosi di quel candore effimero che, prima di quanto vorrei, qualche pneumatico schiaccerà sporcando la sua perfezione. Mi preparo un tè caldo, non accendo neppure la luce, mi muovo a memoria per non disturbarne il volteggiare e la osservo cadere in silenzio. Il bianco mi riempie gli occhi di luce, mentre il vapore che si leva dalla tazza appanna il vetro. Con il dito disegno un fiocco di neve. (1 febbraio 2019)

On air Mina – Neve

Me too – Spettatori paganti

Il primo articolo del nuovo anno è il contributo che ho scritto per il progetto Me too che, grazie all’iniziativa e all’ospitalità di Tratto d’unione, ha permesso a tante blogger di raccontare il vissuto, personale o di persone care.
Sono quella che sono, per fortuna o purtroppo, anche grazie a queste ferite che porto senza vergognarmi di raccontare. Avrei potuto essere una donna migliore, forse, ma nessuno lo saprà mai.
A chi leggerà chiedo il favore di lasciare un segno anche sul blog di Tratto e magari di leggere chi, prima di me, ha raccontato.
Ogni testimonianza è un passo prezioso verso un mondo migliore.
Ogni lettura è un passo verso la consapevolezza.
Questo è ciò che tutte le donne si augurano.

Tratto d'unione

spettatori pagantiImmagine di Arianna Farricella

«Una volta mi ha picchiata mentre mi possedeva. Dovrei dire mentre facevamo l’amore, ma quello era tutto tranne che amore. Ho portato i lividi dei suoi pugni sui fianchi per settimane. Mi muovevo sotto di lui, è stato questo il motivo della sua furia. Solo le puttane si muovono durante il sesso, le brave mogli cattoliche invece stanno ferme, attente a non godere perché non sta bene. Avevo vent’anni quando mi sono sposata. Erano i primi Anni 60, non si parlava certo di violenza sulle donne né di femminicidio. I panni sporchi andavano lavati in famiglia e se il marito ti prendeva a sberle magari gliene avevi dato motivo. Per chi non sapeva sopportare qualche schiaffo in silenzio non era così semplice separarsi. Il giorno in cui ho abortito la prima volta se n’è andato a caccia tutto il giorno. Si è arrabbiato tanto al suo…

View original post 500 altre parole

dal mio taccuino: 22 novembre 2018

fonte: web

Gioco a Tetris in maniera compulsiva. È la mia droga ma anche l’unico videogioco io abbia mai imparato. Per il resto sono una vera schiappa.
Impilo mattoncini colorati, ipnotizzata da forme basilari che cadono monotone, e sento la testa che si svuota dei pensieri, intenta a creare un mandala di improbabili quanto precarie geometrie.
Costruisco cattedrali bucherellate qua e là dai miei errori di strategia: ammucchio i pezzi difficili ai lati e aspetto fiduciosa il pezzo lungo che risolve sempre tutto. O quasi.
Il mio preferito è quello a T, il più versatile, lo ruoto finché la direzione è quella che voglio, l’aggancio arriva pulito, si tappa la falla, le righe scendono e il mio punteggio sale.
Quando mi distraggo inizio a commettere errori e la geometria perfetta fugge davanti alla supremazia del caos.
Ho perso, la partita è finita ma basta un restart per ricominciare. In fondo nessuno si è fatto male, è solo una tela di Aracne che si distrugge per rigenerarsi.
Con il Tetris non si vince, è assodato.
Gioco nella certezza del fallimento e, per assurdo, sapere di non avere alcuna chance mi rende serena.
Non posso fare altro che sbagliare e allora tanto vale godersela in scioltezza.
Ruotare un pezzo, spostarlo più a destra, accettare il compromesso, ignorare il vuoto che, come una carie, deturpa la perfezione di un muretto di mattoncini ben allineati, aspettare il pezzo perfetto. Magari la vita fosse semplice come una partita a Tetris.

….. ho fatto la mammografia. Ogni anno rimando di qualche mese la tortura, prima 12 che diventano 14, poi 16 finché, presa dallo scrupolo, faccio un bel respiro e prenoto.
Odio la sensazione di freddo e l’attesa in quel seminterrato, odio vedere i capezzoli che si rizzano a contatto con la superficie gelata del vetro, odio dover celare l’imbarazzo che provo facendo finta di niente.
Ti sbattono il seno su una lastra sgradevolmente liscia, mi ricorda sempre il rumore che fa una fetta di carne sulla bilancia del macellaio, e poi arriva la pressa a schiacciare, schiacciare senza pietà.
Resista, è più dolorosa quest’anno, abbiamo uno strumento nuovo, dura qualche secondo in più e un bel vaffanculo non vogliamo dirlo ad alta voce?
Mi sento male, ogni volta prego che non succeda, mi ronzano le orecchie, divento pallida, sudo freddo e chiedo di sedermi un attimo.
Mi vergogno, penso alla figura da stupida appena fatta, agli anni di studio, all’esperienza professionale, alle brutture che sono abituata a vedere e a quanto poco basti per mandare in frantumi la mia sicumera.
Fragile come sono, raccolgo le mie cose e mi sento più nuda di quando ho tolto il reggiseno.

….. La mano mi fa male da morire. Ho rosicchiato le unghie, strappato le pellicine, messo a nudo la carne tenera del polpastrello, devastato tutto quanto e ora ho una ferita aperta che pulsa d’infezione. Ci sbatto dentro continuamente, mi dimentico, poi sussulto dal dolore e mi maledico.
Da troppi anni, da sempre, spunto con i denti le mie armi, cerco in ogni modo di non dare nell’occhio, di sparire a costo di divorare me stessa.
Devo iniziare ad amarmi almeno un po’, come se fosse facile, devo farlo prima che sia troppo tardi.
Solo che è difficile dire allo specchio io sono quando il tuo riflesso ribatte nessuno.
I’m tired of being what you want me to be“.

….. mi manca tanto la sua presenza. È un vuoto di consapevolezza attorno a cui ho costruito una rete di oblio.
Dovrei chiamare, provare a spiegare, discutere, forse dovrei scrivere. Ci ho provato tante volte, ho il cestino pieno di bozze lasciate a metà, belle frasi pulite e ben costruite che verrebbero smontate da una battuta sarcastica o, ancor peggio, ignorate.
Allora penso che tutto questo non servirebbe che ad accrescere la reciproca sofferenza e lascio perdere.
La verità è che ho scelto il limbo per paura e aspetto un passo che, sono consapevole, non arriverà.
Da bambina nel sonno tiravo fuori un piede dalle coperte. Avevo bisogno di sentire un brivido di freddo ma subito mi svegliavo e nascondevo il piede al caldo, impaurita che i mostri sotto il letto mi mangiassero le dita.
Eppure ogni notte tornavo a cercare il brivido, correndo il rischio di rimanere monca.
Ora ho troppa paura di farmi altro male, ho tanti arti fantasma che reclamano attenzione.

….. sto troppo curva, ingobbita come una vecchietta che cerca gli spiccioli caduti a terra, quando invece dovrei raddrizzare la schiena e tirare su il mento. A volte il peso che sento di portare diventa eccessivo e d’istinto mi arrotolo come un riccio in attesa del letargo.
Quando mi accorgo di esserci ricascata, mi appendo a testa in giù, faccio il pipistrello e sento la schiena che si srotola, le spalle che sospirano di sollievo.
Fluttuo in equilibrio, scivolo all’indietro fino a toccare il suolo con le mani, i piedi in verticale, il sangue che ronza nelle orecchie.
Cambio prospettiva, guardo una realtà differente e guadagno un effimero centimetro in altezza e in leggerezza.

….. l’altra sera al supermercato osservavo la mia spesa sfilare sul nastro. Ero soddisfatta, non pareva trasudare troppa frustrazione. I biscotti erano integrali senza zucchero per la glicemia e pazienza se sanno di cartone, la carne era bianca per il colesterolo, il pesce azzurro per gli omega 3, la pastina fine per il brodo, il formaggio senza lattosio per le intolleranze, la tisana zenzero e finocchio per il gonfiore.
Spero solo non si vedesse il pacchetto di patatine occultato sotto il fiocco del mocio.
Le ho scelte cotte al forno, mica fritte!